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Lidia Menapace - partigiana, femminista, pacifista

Resistente, cattolica, militante politica, femminista, pacifista, docente sono tante delle sue anime e delle sue battaglie. Come definirebbe la sintesi personale che n’è uscita in questi ultimi anni? C’entra anche il suo cognome?

Ho sempre amato ciò che è molteplice e non può essere ridotto a sintesi (parola che odio). 

Sicchè la mia vita è sempre stata attraversata da curiosità, esperienze, prove, vagabondaggi: penso che a questo si debba se sono riuscita a mantenere a lungo verde la testa dentro, anche se fuori diventava bianca. Il mio cognome non c'entra, anche perchè è quello di mio marito, che trovai molto più bello del mio da ragazza, che è Brisca, variante piemontese del lombardo Brustia.

Noi veramente eravamo favorevoli a scambiarci anche i cognomi, sicchè io mi sarei chiamata Brisca Menapace e lui Menapace Brisca, ma la legge ce lo impedì e io dovetti soccombere ad essa, senza  dispiacere, perchè Menapace è davvero un bel cognome.

Le sue lenti per guardare il nostro mondo sono diverse, ma con quella molteplicità di cui parlava, come lo vede oggi?

Sono sempre stata presbite, che é un bell'aiuto  a vedere lontano, con l'età il difetto si è accentuato sicché se dico di  vedere una crisi strutturale e globale del capitalismo non più riformabile, mi pare di dire giusto. Data questa analisi sommarissimamente accennata, credo di dovermi dedicare a costruire una alternativa all'attuale assetto  e mi pare sia una meta affascinante, mi spiace solo che non  avrò il tempo di vederne la fine e il compimento.

 

Quali percorsi, personali e/o pubblici oggi le interessano maggiormente? Quali sente più vicini o più nuovi?

Come dicevo, mi sorregge la convinzione che in crisi è l'intero assetto capitalistico e che la costruzione dell'alternativa richieda impegno, cultura, fondazione dal basso di modi di vita alternativi ecc.: penso di essere stata molto fortunata nella mia lunga vita, perchè mi è capitato di incrociare eventi molto significativi e importanti, e di essere riuscita ad accorgermene  e a prendervi parte consapevole.  A cominciare dalla guerra e dalla Resistenza, al '68, al '77, all'89, alla crisi capitalistica mondiale: insomma davvero non ho conosciuto la noia o la depressione o il disincanto. Cerco ora di raccogliere esempi e segni di antagonismo alla crisi capitalistica, nella direzione suggerita da Samir Amin, il grande economista arabo di cultura francese (ha insegnato a lungo a Parigi alla Sorbona, oggi dirige a Dakar il Forum mondiale delle Alternative): "non bisogna voler uscire dalla CRISI CAPITALISTICA, perchè si rientra nel capitalismo in crisi, cioè nella barbarie, bensì dal CAPITALISMO IN CRISI, verso una prospettiva socialista, ad esempio, o autogestionaria o anticapitalistica e antipatriarcale, o comunista o verso la Linke ecc. Oppure di connettere esempi e forme di pratiche alternative; di sperimentare  forme politiche che superino, senza copiarne gli errori storici, i partiti politici, ma non verso  forme corporative: gli orizzonti vanno allargati, non ristretti a pur leciti interessi particolari ecc.ecc. A me interessa molto che tutto ciò sia fatto con leggerezza ironia, magari anche sarcasmo, non lamento, autocommiserazione, tristezza ecc.

 

 Uno dei suoi ultimi interventi registrati sul web risale all’8 marzo scorso, per la Festa della donna. Anche in questo caso le chiedo uno sguardo al futuro

E' ricominciata quest'anno la questione se si debba o no mantenere l'otto marzo. Poiché la data è ormai un mito, sarei favorevole a mantenerla appunto come un mito, cioè una ricorrenza che forse non corrisponde storicamente agli eventi che le vengono attribuiti, ma serve a ricordare la situazione delle  donne nel mondo, che non è ancora affatto soddisfacente o giusta. Direi di lasciare da parte solo le stupide idee di  imitazione del maschile comunque, anche negli errori o nelle scemenze,  per fermarsi su un dato materiale cospicuo, cioè che le donne sono ormai stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta. Potrebbero  dirsi sottoproletariato, dato che la maggioranza non ha coscienza di essere oppressa e/o sfruttata. Quando la presa di coscienza avviene  le donne diventano un soggetto politico di pieno diritto e si possono chiamare nuovo proletariato mondiale. La lotta per conquistare diritti pari, ma non "copia e incolla" è ancora lunga. Quando sarà compiuta, finalmente sarà finita la preistoria dell'umanità. Basta per intanto evitare le scemate, come gli  spogliarelli maschili o il voler copiare tutto ciò che un uomo fa, per sentirsi a posto. Fare anche il boia? introdurre la pena di morte, se non c'è?, fare la guerra?, accettare di usare la violenza? Sottomettersi a pericolose e avvilenti pratiche di "sesso estremo"?

 

E’ una domanda uguale a tutti i miei interlocutori di questo ciclo di interviste. Mi dica due convinzioni profonde che ha maturato nel corso della sua vita, positive e/o negative, a sua scelta.

Non ho convinzioni profonde negative, perchè quelle negative si palesano prima o poi per superficiali. Tra le  profonde vi è la fiducia che la ragione  possa sempre a un certo punto svegliarsi e sconfiggere i  mostri che appunto " il sonno della ragione genera". Per questo prediligo il sistema democratico, che non è affatto  perfetto ma autocorreggibile: mi sembra ad oggi il migliore. Credo profondamente nella giustizia della lotta delle donne per diventare soggetto politico consapevole senza pensare che siamo migliori dei maschi: chiediamo però di poterci misurare nella vita politica e nella produzione di teoria, senza che si dica a priori che non siamo adatte alla politica: è un pregiudizio che dura da Aristotele, e potrebbe essere ora di superarlo! Credo inoltre che i metodi di azione nonviolenta siano più efficaci di quelli violenti: bisogna addestrarsi, restringendo continuamente l'uso delle armi  per "risolvere le controversie" , come appunto ci fa obbligo la nostra Costituzione.,