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Professor Umberto Veronesi, direttore scientifico Istituto europeo di oncologia.

 L’Unione Europea dedica l’anno 2012 all’invecchiamento attivo e alla solidarietà tra le generazioni

Lei, oltre alla sua attività professionale e scientifica, si è speso per un impegno sociale

Quali consigli e priorità, per questo evento, vorrebbe indicare ai singoli, alla comunità ai politici?

Il mio impegno sociale è dedicato non tanto alla solidarietà tra generazioni quanto piuttosto alla solidarietà tra i popoli. Per questo ho fondato il movimento “Science for Peace” che, grazie al contributo di uomini di scienza e di pensiero, propone soluzioni concrete per la creazione di una cultura di pace, attraverso la promozione dellaricerca che riduce le disparità creando sviluppo. 

La cultura della pace si basa su due fondamentalipremesse scientifiche: la prima è che non esiste nel nostro DNA il “gene della conflittualità”, vale a dire l’uomo non è affatto geneticamente predisposto alla violenza e alla sopraffazione; le guerre sono nate nel corso dell’evoluzione per influenze esterne ed essenzialmente per far fronte a situazioni di insicurezza e calamità. La seconda è che la guerra va contro l’innovazione e lo sviluppo, che sono invece gli obiettivi della scienza.

Per l’affermazione della pace nella nostra società “Science for Peace” si propone di  lavorare in due direzioni: aumentare la coscienza da parte dei cittadini, che sottovalutano il loro potenziale nell’orientare le scelte politiche strategiche; e sensibilizzare istituzioni e Governi, che purtroppo invece in maggioranza si concentrano nel risolvere le crisi locali, inseguendo gli interessi particolari nel breve termine, e mancano di una visione del futuro. Costruire la pace infatti implica investire nell’ambito sociale, culturale, scientifico, sanitario.

 

Lei ha pubblicato recentemente il libro “Longevità”[i]. Non chiedo il suo”segreto” perché credo che il”segreto” sia nell’interezza della vita vissuta e in una dose di fortuna. Potremmo dire che nel libro la scienza e l’esperienza sono applicate alla dimensione individuale? Cosa Le è rimasto da questa riflessione?

Non parlerei di applicazione della scienza alla dimensione individuale, ma piuttosto del contrario. Ho cercato di unire scienza ed esperienza per giungere a riflessioni generali. Che potrei sintetizzare così: l'insieme complesso (e personale) della cultura, della creatività, delle emozioni, della curiosità, dei sentimenti, della motivazione per andare avanti costituisce un motore efficacissimo in grado di far fronte tanto al trauma terribile della malattia quanto all’invecchiamento. Analogamente, l'unica fine reale, la morte vera e più drammatica rispetto a quella biologica, è la perdita del senso della vita e dello scopo per esistere. La percezione di sé è quindi un parametro fondamentale per stabilire quanto si stia bene, a qualsiasi età e in qualsiasi condizione.

 

Abbiamo parlato in altre occasioni d’integrazione, testamento biologico, rispetto della volontà individuale, diritto a non soffrire. Unifichiamo questi concetti ai contenuti del libro con la domanda cruciale: si deve porre un limite all’allungamento della vita se non si garantisce parimenti un’esistenza dignitosa e serena?

 

Come uomo e come medico io sento un grande dovere: quello di rispettare la dignità dell’uomo. Ho visto come il dolore può minacciare questa dignità; dunque è dovere assoluto del medico quello di togliere qualunque sofferenza, sapendo anche che il dolore ha una duplice natura, fisica e psichica. Il dolore va combattuto sempre, con tutti i mezzi possibili e contro ogni pregiudizio, perché ci può togliere la dignità e ci costringe alla solitudine, perché restringe l’orizzonte di vita di chi lo subisce e ne allontana chi lo osserva.

Allo stesso modo ritengo che esaudire una lucida e insistente richiesta di un malato terminale di mettere fine a un’esistenza non più dignitosa e non più vivibile a causa di una sofferenza e di un dolore intollerabili sia un atto di civiltà e di amore. Innanzi tutto di civiltà: la richiesta di porre fine alla propria esistenza da parte di una persona che la ritiene insopportabile è infatti espressione del diritto all’autodeterminazione del malato. Il “diritto di morire” fa parte del corpus fondamentale dei diritti individuali: il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all'esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio. Il diritto di morire va quindi difeso nell’ambito di quel concetto onnicomprensivo che è il diritto di ogni uomo all’autodeterminazione, cioè di libertà. Le cure ostinate che prolungano solo i tormenti fisici e psichici e rinviano di poco il momento del distacco devono essere portate avanti esclusivamente con il consenso del malato: lui, e solo lui, ha il diritto di decidere quando morire, se questo è l’epilogo annunciato.

D’altra parte è dovere del medico non aspettare che la sofferenza arrivi a un livello insopportabile, che s’impossessi del malato. Occorre prevenire il desiderio di morte, facendo il possibile perché il malato, in particolare il malato terminale, non arrivi a un tale stato di sofferenza. Se è curato bene, difficilmente il paziente chiede di morire; se è curato con affetto, con amore, senza dolore, non chiederà la buona morte. Se il dolore fosse veramente curato a tutti i livelli e a tutti gli stadi di una malattia, basterebbe a sedare l’angoscia in un malato terminale e a impedire che invochi una fine anticipata della propria esistenza.

 

Ancora su vita, scienza e diritti delle persone a ricevere cure appropriate. Lei ha scritto dell’amore e del dolore delle donne. Pensa che la scienza medica abbia sufficientemente studiato la specificità di genere, se questa ha un senso?

 

Più che la specificità di genere ha un senso la personalizzazione. E ha senso prendere in considerazione la dimensione psicologica del malato, donna o uomo che sia.

Ho sempre sostenuto l’importanza della percezione soggettiva della malattia, e che per curare bene bisogna entrare nel vissuto del malato e nella sua storia personale, che può fare di casi diversi di malattia, che la medicina cataloga con lo stesso nome, un evento più o meno grave o sopportabile a seconda di come la vive il malato.

Tutte le malattie gravi hanno, oltre alla dimensione del corpo, una profondissima dimensione della psiche. La malattia tumorale in particolare è anche crisi esistenziale, perché ha un fortissimo peso psicologico, più forte, ad esempio, delle malattie di cuore, che pure sono altrettanto invalidanti. La diagnosi di cancro è un evento devastante, prima ancora che nel corpo, nella psiche, ed è fondamentale non dimenticare mai questo aspetto nel percorso di cura. La scienza medica dunque ha il dovere di occuparsi del lato psicologico e soggettivo della malattia, anche e soprattutto quelle più gravi. Il malato ha il diritto di essere considerato un'unità psico-fisica e il medico, oltre a curare, deve prendersi cura della persona. Che vuol dire saper comprendere, o intuire, anche i suoi bisogni psicologici.

 

Ultima domanda. Ci può parlare di due sue convinzioni maturate sulla vecchiaia: una negativa e una positiva o, se non è possibile, del segno che preferisce.

 

Nella nostra cultura l’età anziana è temuta e rimossa, si svaluta ciò che l’anziano può ancora dare e lo si emargina. Ecco perché trovo irritanti e retoriche le celebrazioni dei cosiddetti “grandi vecchi”, che sembrano sottolineare l’eccezionalità delle eccellenze tra gli anziani nel mondo della cultura, della scienza, della società, come se il loro contributo fosse una sorpresa.

Invece l’età ci fa guadagnare un prezioso tesoro fatto di spunti di riflessione e di visioni grandi e molteplici che da giovani non potremmo avere. Il premio dell’età avanzata è una mente adulta, consapevole e pronta ad affrontare positivamente gli eventi che comprendiamo, senza tutte le insicurezze della gioventù, una personalità capace di vivere in pienezza le proprie passioni, arricchita dalla cultura e dalle relazioni accumulate.

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 Disponibile anche in ebook