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Monsignor Giovanni Nervo. Presidente onorario Fondazione Zancan. Fondatore Caritas nazionale 

Ho percorso la sua ricchissima produzione letteraria e senza  andare molto indietro ho trovato il suo libro del 1994 “Anziani. Problema o risorsa”[i] Credo ce ne siano anche di precedenti sui diritti dei non autosufficienti. 

Ora, di fronte alla realtà attuale, ma anche a certe culture, come si esprimerebbe?

Premetto che io preferisco usare il sostantivo “persona”, piuttosto che l’aggettivo “anziano”, perché la persona anziana rimane sempre persona, titolare di diritti e di doveri. Non solo di diritti, ma anche di doveri, verso i familiari e verso la società.

Ad esempio il dovere di fare il testamento, con equità e giustizia, se non l’ha già fatto prima di diventare anziano. E ciò per prevenire ed evitare contese e discordie in famiglia.

Finché la persona anziana è autosufficiente, a mio parere non è un problema, ma una risorsa. Caso mai il problema sono gli altri, che non sanno riconoscerla e utilizzarla come risorsa. Una persona matura nella vita esperienze e competenze che, se adeguatamente utilizzate, possono diventare un patrimonio per la comunità.

La persona anziana può diventare un problema per sé e per gli altri quando perde in tutto o in parte l’autosufficienza fisica e mentale.

Anche allora però rimane persona, con gli inviolabili diritti che la Costituzione riconosce e garantisce per ogni persona.

Ricordo che molti anni fa, insieme con Francesco Santanera, abbiamo organizzato a Milano un convegno sui diritti degli anziani non autosufficienti. Abbiamo invitato a tenere due relazioni fondamentali il prof. Norberto Bobbio e il cardinale Carlo Maria Martini. Io avevo proposto che il prof. Bobbio presentasse la visione laica del problema e il card. Martini quella religiosa. Il prof. Bobbio mi disse: “Non c’è contrapposizione, coincidono”.

 

Per la sua storia di religioso e di uomo, ed ancora, per quanto ha scritto in proposito[ii], quali interrogativi si pongono al volontariato cattolico o laico, anche in un contesto in cui sono continuamente messi in discussione i principi di uno stato sociale  a favore di uno stato liberale o liberistico?

Bisogna capirsi anzitutto sui termini. Io penso e credo che lo stato sociale si basa sul bene comune, di tutti e di ciascuno. Perché questo diventi realtà è necessario dare priorità agli ultimi, ai più deboli. In uno stato liberale e liberista prevale l’individualismo e facilmente hanno il sopravvento i più forti e i più deboli vengono emarginati.

Lei mi chiede come si pone il volontariato in questo contesto. Se il volontariato pone come base la persona umana io non distinguerei tra volontariato cattolico e laico. Caso mai il volontariato cattolico, se è coerente con i suoi valori religiosi, può portare un valore aggiunto, perché riconosce nella persona l’immagine di Dio.

Il volontariato non dovrebbe limitarsi all’intervento caritativo assistenziale, pure necessario, importante e doveroso, ma dovrebbe assumere anche un’azione di advocacy, di tutela della dignità e dei diritti delle persone anziane. Ad esempio l’unica soluzione per la vita delle persone anziane non deve essere la casa di riposo, ma fino a che è possibile, si dovrebbe consentire alla persona anziana che lo desidera di rimanere a casa sua e creare le condizioni perché possa farlo.

C’è anche un altro modo per valorizzare le risorse delle persone anziane: riconoscere e favorire il volontariato, che può portare nel servizio competenze e professionalità.

 

La vita, specie in tarda età, quando il protrarsi degli anni non coincide spesso con qualità dell’esistenza, pone anche drammatici interrogativi etici. Questo progresso scientifico, che ci ha concesso di sconfiggere tante malattie e cause di morte, ha un limite a cui fermarsi, se non garantisce una vita dignitosa e serena?

Che il progresso scientifico abbia concesso di sconfiggere tante malattie e cause di morte è certamente positivo; è necessario però che riconosciamo e accettiamo concretamente e umilmente anche i nostri limiti. L’accanimento terapeutico per far continuare ad ogni costo la vita è negativo ed eticamente non accettabile, come non è eticamente accettabile il rifiuto della vita quando è causa di grave sofferenza per noi e per i nostri cari.

La vita è un dono che ci è stato dato e di cui non possiamo disporre come vogliamo, fino a che ci fa comodo, e poi disfarcene.

Le risorse che la scienza ci dà per prolungare la vita per molti più anni che in passato non possono essere usate per sopprimerla, quando diventa molto pesante, ma per curare e limitare la sofferenza. La vera ed eticamente accettabile soluzione di questa dolorosa e delicata situazione non è l’eutanasia, ma sono le cure palliative del dolore.

Per chi ha il dono della fede, poi, anche la sofferenza ha un valore e per tutti ha comunque un richiamo all’essenziale e alla reciproca fraternità.

 

L’Unione Europea ha voluto il 2012 come Anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni. Quali consigli lei darebbe al singolo, alla comunità e ai politici?

Al singolo direi di mantenersi attivo quanto gli è possibile, di mantenere i rapporti significativi che lo mantengono vivo, di accettare e rispettare la vita dei giovani, di mettere a loro servizio le conoscenze e le competenze acquisite nella propria vita e di saper cedere il posto ai giovani nei posti di responsabilità.

Alla comunità direi di non moltiplicare soltanto case di riposo per gli anziani, molte volte necessarie, ma servizi sul territorio, in modo che le persone che lo desiderano possano rimanere a casa loro.

Ai politici direi di investire risorse e professionalità a sostegno della famiglia. Ciò significa casa, lavoro, salute, istruzione: perché se i giovani non possono sposarsi e mettere al mondo figli, al massimo uno o due, i vecchi diventeranno un problema sempre più pesante per i vecchi di oggi e per i giovani di oggi quando diventeranno vecchi. Si potrebbe dire paradossalmente che il problema dei vecchi si risolve o non si risolve nei giovani.

 

Segreto o non segreto la sua età è un traguardo importante. Mi può indicare due convinzioni, una positiva e una negativa, che ha maturato nella sua vita, ma se preferisce anche tutte e due dello stesso segno?

Con i mezzi telematici non ci sono più segreti: l’anagrafe è accessibile a tutti. Oggi sono 93 anni, ma quando ero giovane ho lavorato molto con i giovani.

Esprimo due convinzioni che fanno riferimento ai giovani. Mi sono convinto che i due bisogni fondamentali dei giovani, in realtà di ogni persona, sono di essere considerati come un valore, e di essere e sentirsi amati. Sono due leve necessarie ed efficaci per scatenare e alimentare le energie positive e costruttive che ci sono nei giovani.

È interessante e pertinente la definizione che San Tommaso dà del maestro: il maestro aiuta il discepolo a far passare dalla potenza (il germe) all’atto (il frutto) quelle conoscenze e quelle virtù che nel discepolo sono in potenza e nel maestro sono in atto.

Una convinzione negativa è che noi siamo generalmente troppo pessimisti nei riguardi dei giovani e abbiamo troppo poca fiducia in loro.

Grazie a Dio il Signore li crea nuovi. Se non li roviniamo noi, con loro possiamo cambiare il mondo, … almeno quel pezzetto di mondo di cui abbiamo responsabilità noi.

 

 


[i] Nervo G., Anziani. Problema o risorsa?, EDB editore, 1994.

[ii] Nervo G., Ha un futuro il volontariato?, EDB, 2007.