Il welfare non è un bonus (1). È un sistema complesso di obiettivi e di scelte, di coinvolgimenti e impegni, di azioni e progetti, di norme legislative e indirizzi programmatici. E’ un puzzle cui dare supporto e visibilità.
Quel patto sociale post bellico in cui lo Stato garantiva ai cittadini-soprattutto nell’Europa del Centro Nord- risposte differenziate oggi pare insostenibile. È da ridisegnare per il terzo millennio non solo con il parametro delle risorse economiche, ma chiamando i diversi attori interessati a costruire un nuovo contratto, nella consapevolezza che solo uno stato di “ben-essere” collettivo può aiutare la crescita.

Il welfare non è solo assistenza. Garantisce, con lo Stato garante e controllore, condizioni civili di vita ai cittadini, anche intervenendo a favore di quelle persone che, per ragioni diverse, non hanno le stesse opportunità, individuando i parametri di vita adeguati a cui mirare.
Il welfare non è residuo di uno Stato “compassionevole” con i suoi “benefattori”. E’ una responsabilità cui richiamare soggetti diversi che dal “ben-essere” delle persone traggono un beneficio specifico siano essi decisori e gestori di politiche e risorse pubbliche, produttori di beni materiali come le case, le strade, gli autobus, o di servizi come l’assistenza, la sanità, la scuola, l’editoria e la cultura.
Il welfare non è uno spot monetario, non sono solo le prestazioni e l’erogazione dei servizi assistenziali, non è ascrivibile ad un settore residuale del pubblico. È un patto tra cittadini e le loro rappresentanze politiche, economiche, sindacali, culturali.
Come si può declinare un nuovo progetto, che abbia alcuni obiettivi precisi di grande respiro, cui richiamarsi in un disegno complessivo, evitando il rituale lessicale, le parole e gli aggettivi usati all’infinito come mantra?
Perché, richiamando l’immagine del puzzle, inserire, per sollecitazioni diverse alcune tessere senza un disegno più ampio, si riducono a priori i benefici previsti.
L’ultima programmazione sociale, con obiettivi di lungo respiro risale alla legge n. 328/2000 di riordino dell’assistenza, 16 anni fa. Le successiva modifiche al Titolo V della Costituzione ha cambiato il quadro di riferimento istituzionale, ma anche i successivi impegni, di livello nazionale, previsti in quella norma sono risultati inevasi.
Già allora si profilava in tutta la sua dimensione ed anche emergenza sociale l’aumento della popolazione anziana ed in particolare di quella non autosufficiente.
Per ragioni diverse, non sempre nobili e disinteressate, la risposta a tale bisogno s’identificò con le RSA, con una caduta a pioggia sulle programmazioni regionali, anche se i finanziamenti erano nazionali e un ritorno all’istituzionalizzazione che era stata combattuta negli anni ’70 contro ospizi e ricoveri di mendicità.
In molti casi e in molte regioni questo orientamento fu controllato da un’idea della residenza, assimilabile ad una casa, ma non sempre fu così e le derive sono state moltissime.
Un polo estremo, che si ritiene di poter risolvere con le telecamere, oggi si chiama maltrattamento e abusi su anziani e disabili istituzionalizzati.
Nel paese si presentano priorità legate allo sviluppo e alla crescita e al futuro dei giovani, ma anche condizioni di emergenza sociale: la povertà che comprende anziani e minori, l’erosione continua delle riserve economiche che hanno permesso agli anziani/giovani (i genitori) di soccorrere i figli, mentre su di loro ricadeva il carico, economico e umano, di assistenza ai propri vecchi, sempre più vecchi ed invalidi.
Data questa realtà, che prevede nel giro di un decennio oltre il 25% degli italiani con più di 65 anni e oltre il 12% con più di 75, dovrebbero sedersi attorno ad un unico tavolo Stato, Enti locali territoriali, attori dell’organizzazione sociale economica e di rappresentanza, ognuno con il proprio ruolo e la propria missione per costruire un nuovo patto tra cittadini con obiettivi condivisi.
Dall’approvazione della L. 328/2000 la realtà odierna è molto modificata, specie per il settore anziani.
Sul piano istituzionale, sono stati opposti i percorsi del sistema sociale e del sistema sanitario. Questi ha perseguito una linea di aziendalizzazione e di accentramento con l’ampliamento delle ASL, mentre il sistema sociale per le ridotte risorse degli Enti locali si è frantumato e ridotto nella progettazione, negli interventi, nella manutenzione dei servizi, nella formazione del personale..
Sul piano culturale sono aumentate le aspettative delle persone , per una cura personalizzata per il rispetto della dignità individuale e della loro identità e storia, quelli che in più occasioni abbiamo indicato come i valori della “domiciliarità”. Se parliamo di anziani custodire questa identità non è solo qualità di vita, ma spesso è sopravvivenza e resilienza alle malattie, alla depressione, all’isolamento, all’emarginazione.
Nello stesso tempo, in assenza di un soggetto pubblico, promotore e coordinatore, locale e nazionale, con un interesse unitario al confronto, anche i tradizionali luoghi dell’elaborazione del sapere sociale frammentati e autoreferenziali, non meno degli enti pubblici territoriali, si sono soffermati più a costruire dei loro “marchi” identificativi di prodotto da spendere nei confronti del “bando” pubblico che a creare rete tra le belle esperienze, e sono tante, maturate nel territorio. Le buone prassi, più che mai occupano il tempo di un intervento e scompaiono nel nulla, se non etichettate, senza una rielaborazione in una prospettiva più ampia, per essere diffuse, studiate e rilanciate.
Sul piano dell’organizzazione sociale, sempre con riferimento agli anziani, sono diversi i soggetti che in collocazioni differenti forniscono segmenti di cura, prestazioni, aiuti. Ai titolari tradizionali- enti pubblici, Fondazioni, associazioni di volontariato, organizzazioni profit e non profit- si sono affiancati, assumendosi carichi e responsabilità i caregiver famigliari, e le assistenti famigliari (badanti) senza aver un giusto riconoscimento normativo e organizzativo nel quadro istituzionale.
Da dove ricominciare a costruire il puzzle del sistema sociale, con la propria componente assistenziale?
Due sono le priorità, una programmatica e una valoriale con la ridefinizione di principi e obiettivi di un nuovo patto sociale. La terza è un’urgenza sociale.
La prima richiede che si individuino luoghi, occasioni e motivazioni in cui sia fatta sintesi di esperienze ed elaborazioni, per rilanciare questo nuovo programma di coesione, inclusione e assistenza.
La seconda necessita che la ridefinizione di principi, requisiti e valori coinvolga tutti i soggetti in campo, senza alcuna posizione dominante, se non guadagnata sul campo.
La terza, con caratteri di urgenza, sempre più drammatica, richiede che si ricomponga un senso di solidarietà sociale tra i cittadini , che si ricostruisca un rapporto di fiducia tra questi e le istituzioni pubbliche, che siano ripristinati e valorizzati tutti quei patti- generazionali, associativi, rappresentativi e partecipativi- che si sono rotti in questi anni. Se non si ricostruisce dal basso, anche dal condominio e dalla strada, il senso della comunità, tutti gli altri interventi saranno destinati al fallimento.

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(1) Andrea Bernardoni, Legge di Stabilità 2017: i bonus sono la soluzione più adatta per il nostro welfare?, in Secondo welfare, 16 novembre 2016