donne nella storia d italia christine de pizan 180900 LCosa hanno in comune Christine de Pizen, Luigia Marcucci, Lidia Menapace e Annie Ernaux? E perché a loro vorrei aggiungere Chimamanda Ngoni Adichie e Barack Obama?
Christine, Luigia, Lidia e Annie sono scrittrici, protagoniste, che si raccontano o sono raccontate di una lunga storia, mai conclusasi, per la conquista da parte delle donne di parità di diritti, di rispetto, di dignità non tanto nei confronti della componente maschile, ma nella società.
Ognuna di queste ha dato un suo contributo, rileggendo anche la storia per i periodi che le hanno precedute fino ai giorni in cui sono vissute.

Tutto nasce per caso. L’aggiornamento di agosto di Perlungavita.it lo dedico di norma alla segnalazione di libri che ho letto e che hanno un legame con le materie trattate sul sito, anche se a volte dettato dai miei occhiali di lettura e dalla mia visione della società e del mondo.


A volte perché parlano di vecchiaia, di assistenza, di cura, di operatori e famigliari, altre volte perché parlano, anche in forma di romanzo, di vita di donne anziane o di donne alla ricerca di spazi migliori.
Quest’anno, ricorrendo il settantesimo anniversario del riconoscimento del diritto di voto alle donne, mi sono soffermata sul tema dei diritti, cercando libri ed eventi che lo celebrassero.
Due libri, anzi tre libri erano il riferimento immediato: "Il giudice delle donne" (editore Frassinelli) di Maria Rosa Cutrufelli e i due testi autobiografici di Lidia Menapace , Io partigiana – La mia resistenza” e “Canta il merlo sul frumento”(editore Manni). Per Lidia Menapace si aggiungeva una stella in più, in quanto protagonista e artefice di quella cultura che ha portato alla stesura della Costituzione, di cui oggi si parla per le modifiche previste.
Già Lidia Menapace l’avevo intervistata nella rubrica “ I protagonisti del ‘900” per la celebrazione nel 2012 dell’Anno dedicato dall’Unione Europea all’invecchiamento attivo e alla solidarietà intergenerazionale. Di Maria Rosa Cutrufelli avevo già presentato un altro suo libro “ La donna che visse per un sogno” protagonista Olympe de Gouges, un’altra combattente per i diritti delle donne.

L'assegnazione del Premio Strega Europa 2016 a "Gli anni" di Annie Ernaux (editore L'orma) ha portatao all'attenzione del pubblico italiano l'autobiografia di una scrittrice molto nota in Francia.

Un post casuale su un sito sociale ha richiamato, in occasione della nomina di Hillary Clinton come candidata per i democratici alla corsa per la presidenza degli USA, il libro di Christine de Pizen " La città delle dame" (editore Carocci) come antesignana dei diritti delle donne. Questo excursus ho scelto di concluderlo con un libretto “Dovremmo essere tutti femministi” di una giovane scrittrice nigeriana, Chimamanda Ngozi Adichie da me solo recentemente scoperta, , trascrizione di una conferenza del 2012 da lei tenuta al TEDxEuston Conference, incontro annuale dedicato all’Africa. La sintesi del messaggio lanciato da Adichie, compare in un brano di una nota cantante Beyoncé, è ripreso dall’attrice Emma Watson, nominata nel 2014 Goodwill Ambassador, ambasciatrice di buona volontà, dall’ UN Women, l'organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della parità di genere e il pari ruolo delle donne nel mondo. E infine fatto proprio dal Presidente statunitense Barack Obama che in una lunga lettera alla rivista Glamour, parlando della sua vita anche privata , si dichiara “femminista”.
Non ho esperienza e cultura sul e nel femminismo italiano ma i confronti recenti su drammi tragici come il femminicidio, il cyber bullismo (che speso si conclude in tragedia) e chiacchiere ferragostiane sul burkini mi sollecitano approfondimenti e una maggiore attenzione. La diffusione poi dei social network, con i loro commenti, portano in casa inevitabilmente le diverse posizioni che il confronto suscita, dalle più becere a quelle difensive, dalle dichiarazioni formali di condivisioni alle più numerose, deresponsabilizzanti e disinvolte, che ritengono la situazione attuale adeguata nel riconoscimento delle pari opportunità e godimento dei diritti e imputano a mente malate, meglio se straniere, le azioni criminali.
Con le letture comparate dai libri citati emergono tratti comuni, anche in un arco temporale così ampio. Negli ultimi anni del  1300 (Christine de Pizen), come ad inizio 900 (Luigia Marcucci), nell’epoca fascista, durante dopo la Resistenza ( Lidia Menapace) come negli anni ’90 ( Annie Ernaux) sino al terzo millennio ( Adichie) due sono i commenti più diffusi nella società loro contemporanea:
1) cosa vogliono ancora le donne, quando hanno già avuto tutto (ovviamente incardinato nel periodo interesssato)?
2) l’autoassoluzione e autoesclusione da un impegno comune, da parte di uomini e donne, per auto valutazione di estraneità dalle discriminazioni quotidiane e  dagli episodi di violenza, psicologica e/o fisica.
Il tutto in nome di una visione e percezione delle lotte per le pari opportunità e per il diritto delle donne come “lotta femminista” introitando e assegnando un valore negativo al termine “femminista”. Femminista, sia esso il movimento, un atteggiamento, un discorso una rivendicazione rievoca solo una serie di stereotipi- odio verso il maschio, incapacità di prendere la vita con leggerezza, mancanza di umorismo che non fa ridere all’ascolto della barzelletta sessista, riprendere ogni comportamento altrui perché giudicato sessista- e allontana a priori ogni possibilità di coinvolgimento e confronto.
Non interessa prendere in esame conquiste ed errori del movimento delle donne degli ultimi secoli e in particolare nel ‘900, ma non si può restare colpiti dalla difficoltà ad incidere una corazza di pregiudizi e di discriminazioni. Si deve prendere atto che dopo le battaglie ideali degli anni ‘60 e ’70 e le importanti leggi allora conquistate, si sia poi innestato una stagnazione se non recessione ( vedi obiezione di coscienza in materia di aborto).
I dibattiti, gli articoli, gli approfondimenti in luoghi deputati o sulle bacheche dei social ripropongono spesso un corretto programma di azioni da compiere ( educazione nelle scuole, norme adeguate per la tutela delle donne, centri di aiuto contro la violenza familiare, risorse disponibili, istanze pubbliche di intervento come il Ministero delle pari Opportunità) figlie di una cultura positiva dell’Italia del dopoguerra che individuava nei servizi, nei diritti civili e sul lavoro, una strada per l’emancipazione, riuscendo anche a coinvolgere forze sindacali e politiche, oltre ai movimenti femminili e femministi.
Oggi, come dice Ernaux, che tanti/troppi ritengono che la parità sia stata conquistata in via definitva, anche con le leggi, come sarà possibile vincere una battaglia contro le storture, le violenze, ma anche quelle incrostazioni culturali, professionali e comportamentali che sembrano incancrenirsi più che risolversi? Come superare anche la “comoda” barriera di diffidenza che si trincera dietro i pseudo errori del “ femminismo”? Come fare cadere “ la cultura delle pari opportunità” nella vita quotidiana? Cito ad esempio il tema della “medicina di genere”, di cui si è qui parlato più volte.
Forse è necessario cambiare paradigma e ricominciare a dialogare con tutti perché come dicono Obama e Adichie essere “femminista” significa che “ un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così come è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini dobbiamo fare meglio”. Acquisire consapevolezza è il primo traguardo.

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