Non manca giorno che giornali e notiziari TV annuncino, con il dovuto orrore mediatico e un ipocrita tono di sbigottimento il nuovo episodio di maltrattamenti a danni di persone fragili o in stato di dipendenza: bambini, dai piccolissimi degli asili nido sino alle elementari,vecchi e disabili, malati psichiatrici e cittadini arrestati ( per questi l’orrore è rinviato) e donne, mogli o ex.

Poi le parti s’invertono: sono gli insegnanti vittime delle intemperanze e aggressioni degli alunni (e dei loro famigliari!) i ragazzi e ancor più le ragazze perseguitati da coetanei con azioni, oggi chiamate “bullismo”, ma che sono solo violenza e sopruso.
Ha la stessa matrice però anche la soluzione invocata nei dibattiti “da bar”, verbali o virtuali: telecamere ovunque e ergastoli se non anche pena di morte.
E’ la legge del taglione dei riti antichi, definiti barbari quando li compiono gli altri, ma con il vessillo della “giustizia giusta” se invocati nelle nostre città occidentali.
Non è forse questa società- senza che sia giustificazione- che induce a certi comportamenti di cui i maltrattamenti sono la spia più evidente e estremizzata?
Nei diversi contributi che gli studiosi e gli esperti hanno fornito su PLV sul tema degli abusi e dei maltrattamenti colgo un messaggio comune nelle soluzioni proposte: non essere mai tolleranti e omertosi ma, cercando di capirne le ragioni, adottare le giuste misure di prevenzione e modificare le cause.
Mi sono ricordata l’incipit di un libro pietra miliare nella storia: “ L’autunno del medioevo” di Johan Huizinga: Nel primo capitolo “La crudeltà della vita” così esordisce: “Quando il mondo era più giovane di cinque secoli tutti i casi della vita avevano forme esteriori molto più violente. Tra dolore e gioia, tra calamità e felicità la differenza pareva più grande di quanto lo sia per noi…”.
Siamo anche noi in una fase di transizione, che dopo il buio delle invasioni barbariche, seguite alle antiche civiltà mediterranee, doveva ancora aprirsi al Rinascimento? Perché è vero che le varie epoche sempre ci tramandano più il pessimismo che la speranza, la sofferenza più che la felicità e “la calamità diventa storia”, ma già nel primi secoli del secondo millennio c’erano in nuce i germogli dell’ottimismo e di quello slancio vitale che percorreranno tutti i secoli a venire sino al XIX. I demiurghi furono gli storici, ma in primis gli umanisti, la loro valorizzazione dell’uomo e della persona.

Oggi quale barbaria culturale, etica, valoriale, ha fatto sì che non soltanto norme comportamentali di civiltà e di relazione siano saltate, ma anche il livello minimo di codici di convivenza?

Questi atti di violenza incomprensibile avvengono ad opera e tra persone e comunità diverse, in Italia e all’estero. Gli attori sono operatori di assistenza di varia qualifica, insegnanti, forze dell’ordine, ma anche cittadini comuni, di diversa estrazione sociale e cultura (scolastica), che se non colpiscono direttamente le persone usano violenze contro gli animali dei destinatari del loro odio.

Servono competenze per andar oltre alla constatazione, servono demiurghi ma non è accettabile né esauriente motivare che queste violenze sono sempre esistite, che oggi la comunicazione veloce le diffonde, che sono solo comportamenti individuali non generalizzabili.
Perché maltrattamenti si manifestano, per le informazioni circolanti, sempre più negli ambiti educativi e assistenziali?
In questo periodo da una parte per necessità, ma anche per scelte personali si tende a delegare ad altri, siano essi operatori di assistenza, badanti, insegnanti, educatrici, un compito di cui sempre il più “forte” si è fatto carico: il figlio che assiste il padre e la madre anziani, i genitori che educano e fanno crescere i figli.
Dall’altra però, per senso di colpa o ignavia o egoismo, si vuole mantenere un controllo esterno, anche saltuario, anche venale come il salario, non condividendo alla pari un percorso di cura e di educazione, che coinvolga famiglia e sistema sociale.
Se da una parte aumenta la sensibilità contro i soprusi, contro metodi educativi coercitivi (chi avrebbe protestato anni fa contro lo schiaffo di un maestro e gli strattonamenti di un infermiere?) ingigantisce l’altra faccia della medaglia, l’accettazione e pratica della violenza, anche solo verbale, come sui Social network siano essi bacheca privata o commentario di un giornale.
Già in altra occasione su questi spazi ho parlato di truffe e rapine verso gli anziani con il criminologo Marco Bertoluzzo e Vicenzo Tancredi, sovraintendente capo, della sezione “Fasce deboli” della Questura di Torino.
Si parlava di atti criminali contro persone fragili, perpetrati però da soggetti estranei, “votati al reato”.
Questa volta parliamo di abusi e maltrattamenti con tre elementi distintivi, oltre a quello dei destinatari, “vittime fragili” predestinate:
1)il coinvolgimento di personale investito di una funzione sociale,
2)un ruolo e una responsabilità precisa di soggetti pubblici o come datori di lavoro o per funzioni di vigilanza e controllo,
3)il coinvolgimento della famiglia.
Messi sul palcoscenico- come nuove invasioni barbariche- gli sconvolgimenti globali, i conflitti, lo strapotere economico, le diseguaglianze crescenti, il mito del denaro, la legge del più forte, le violenze gratuite in film e telefilm, cosa intervenire?
Oggi chi può essere il demiurgo? Dove si trovano gli stimoli, le alleanze per modificare il presente e invertire il percorso? Da dove partire?Come mettere al centro la persona?
Molte analisi delle cause e possibili ipotesi di lavoro sono nei contributi degli studiosi.
Tutti hanno però richiamano una condizione di cui ci stiamo progressivamente allontanando: il sostegno della istituzione sociale ai suoi cittadini, prima che il bisogno diventi impellente e drammatico.
Perché gli operatori assistenziali ( ma anche educativi) sono tra coloro che più hanno perso, nelle diseguaglianze economiche, in termini di salari, condizioni lavorative, protezioni in un’attività di cura sempre più pesante e lacerante se non supportata da formazione, condivisione dello stress, supporto psicologico, in un caos territoriale di ruoli e competenze, per le OSS in particolare.
Perché l’esternalizzazione dei servizi di cura, (ma anche educativi) al massimo ribasso, ha frammentato e reso impossibile la riconduzione ai soggetti politici e amministrativi competenti per funzione, spesso anche disattenti ed in altro affaccendati, l’elaborazione di progetti di cura al passo con i mutati bisogni delle persone e i cambiamenti demografici.
Perché le assenze di aiuto e sostegno lascia anche i famigliari più disponibili e coinvolti, in una situazione di isolamento e di carico psicologico e fisico non sopportabile nel lungo periodo.
Né tolleranza, né omertà, ne giustificazioni, ma assunzione di adeguate misure di contrasto e prevenzione. Per lo stato del pianeta e dell’umanità possiamo testimoniare e cercare i demiurghi umanisti.