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Quando si comincia ad essere disuguali? Quando veniamo interpellati con il “tu”, quando veniamo definiti con una caratteristica specifica della nostra persona, della nostra razza, della nostra immagine: storpio, abbronzato e negro (per nero), quando la nostra condizione sembra far vergognare, quando solo in base a questa, senza che ci siano ragioni specifiche o leggi, si vogliono imporre limiti o vincoli o peggio ancora segni distintivi: da una stella ad un triangolo rosa o rosso o blu e altro ancora come nei campi di concentramento ad un bracciale al braccio, ad una scritta incollata da qualche parte.

Quando per pressione esterna devi trasformarti in una persona diversa, negli schemi vincenti di un’immagine giovanile, votata al successo, agile, prestante ed anche ricca.

Tutto questo è ciò che succede normalmente ad un vecchio. Prima di tutto è la stessa parola”vecchio” che subisce trasformazioni annullamenti, mascheramenti: terza e quarta età, senior, pantere grigie, nonni. Già va bene quando si dice anziani, che almeno ha un senso e un’origine. Un’associazione benemerita di volontariato di anziani e per gli anziani parla della loro identità in termini di “senior” E’, forse, detta in inglese, perchè comunque significa  “vecchio”, una scalata sociale e intellettuale o solo un omaggio ad un noto politico, che tanto ambisce a dare lui stesso un’identità ai propri sostenitori (notoriamente gli italiani sono il popolo meno polinguista) che usa solo slogan in inglese per chiamarli alla lotta e, senza fornire il dizionario, rimane inascoltato?

Ai vecchi nei servizi sociali e sanitari si dà normalmente del “tu”, perché lo chiedono loro la prima motivazione; la seconda invoca un preteso senso di familiarità quando è solo affermazione di supremazia dell’operatore verso la persona.

Ma si da sempre del tu anche agli immigrati, ma non certo per familiarità o perché lo richiedono: qualcosa non torna.

Se poi sei considerato vecchio, tutti pensano che tu sia sordo, ipovedente e anche un po’ lento nei riflessi. Sei una donna, hai un aspetto giovanile, una proprietà di termini, un atteggiamento disinvolto? Tutto bene, sei quasi una pari. Dici la tua età, quasi da pensione e la brava oculista - coglie lo stato personale - ma comincia a parlare lentamente, a cercare di facilitarti i percorsi, a ripetere due volte le spiegazioni. Tutto sperimentato.

L’ultima invenzione, se sei vecchio, ma patentato, metti sul parabrezza posteriore il cartello “senior”. E’ elegante, colto (!?) ma mette gli altri sul chi vive. Che inevitabilmente sei rimbambito, che se vai piano è perché sei insicuro, che potresti fare manovre inconsulte e quindi meglio sorpassarti velocemente?

Quanti i vecchi che, avendo anche soldi, partecipano a gare automobilistiche o ralley?

Quanti i giovani che non sanno guidare e magari hanno assunto droghe ed alcool? Quante e quale fonte di rischio gli autisti con cellulare incollato all’orecchio?

Allora facciamo un cartello per tutti con un profilo come su un social network?

Ruoli stereotipati sono assegnati dalla pubblicità, dalla politica, dalla società intera, ma come spesso succede la discriminazione è quasi un messaggio subliminale, che convince anche chi n’è vittima. Come succede con l’uso dell’immagine della donna,

tutta seno e chiappe, ma miraggio per tante giovani e meno giovani o della vecchia, megera esperta di detersivi  preoccupata(immagine) della dentiera.

Se sei vecchia e donna sei proprio straniera in patria(ne parliamo in altra parte). Se sei vecchio e non straricco, non permetterti di guardare una donna bella. Sarai uno sporcaccione. Sei vecchia e non straricca non guardare un bell’uomo, sarai “una nave scuola” ridicola. Sei un fine intellettuale, ma vecchio, sarai sicuramente un trombone. Sei una donna geniale, ma vecchia, allora sarai propria stramba.

Sei una poetessa dall’acuta sensibilità e ironia, ma sei vecchia, allora si capisce perché sei stata in manicomio (leggi Alda Merini).

Sei un politico e uno statista, ma sei vecchio, ti sei sicuramente rincretinito (l’appellativo per i senatori a vita in un recente passato).

Parole, giudizi e pregiudizi, stereotipi spesso colpiscono più che le offese conclamate.

Oggi la falsità più sbandierata, a destra e a sinistra, con un corollario di contraddizioni intrinseche è sullo scontro generazionale: i vecchi che rubano ai giovani i posti di lavoro, i centri di potere, gli spazi e i luoghi del vivere quotidiano.

Chi innalza l’età pensionabile, per uomini e donne, chi rifiuta di assumere professioni e mansioni dei vecchi lavoratori, chi disdegna le professioni che hanno fatto la qualità del manifatturiero italiano?

Quanti sono le persone con disabilità, vecchie ma non solo, che rinunciano ad uscire in strada perché troppo spesso spintonate da chi va in fretta, scavalcate nelle file, perché la buona educazione è un valore a perdere, sollecitate a salire velocemente su autobus, treno e metrò, invitate a starsene chiuse in casa? Quanto questa neanche tanta sottile intolleranza e insofferenza contribuiscono a creare emarginazione ed esclusione sociale, i rischi più gravi che accompagnano la vecchiaia?

Quanto il restringere i vecchi in luoghi e attività predeterminate alimenta il senso d’inutilità, sia che questi confini siano generazionali, culturali, ricreativi, sociali e familiari.

C’è una violenza agita sui vecchi anche all’interno della famiglia, proprio in una predefinizione di ruoli, che se non funzionali agli altri membri, diventano elemento d’esclusione.

Da dove riprendere un’inversione di condizione? L’elemento culturale è sempre decisivo, ma le teste delle persone cambiano nel lungo periodo e non per tutte. L’auspicata crescita culturale diventa quindi una pretestuosa dilazione. Si cominci a togliere o non proporre azioni e regole discriminanti(il senior sul parabrezza). S’indichino comportamenti corretti agli operatori dei servizi pubblici e siano resi pubblici, così il pubblico sa come regolarsi.

Una volta è comparso in una città a tutte le fermate degli autobus, accanto alle norme per gli utenti (comportamenti, pagamento del biglietto ecc.), anche cartelli con le regole di comportamento dell’autista. Nel giro di una settimana sono scomparsi, probabilmente con la sollecitazione sindacale.

Le regole scritte e fatte rispettare divengono comportamenti acquisiti. Ce lo insegnavano da piccoli quando c’imponevano il “per favore” o il “grazie” o lasciare il posto in treno a vecchi, donne con bambini in braccio, o disabili. Chi ha avuto questo imprinting oggi, lo fa automaticamente. Per gli altri si profila solo un futuro in cui, loro stessi, saranno vittime delle discriminazioni che hanno contribuito a creare.