Integrazione sociosanitaria: se ne parla dall’entrata in vigore della legge di riforma sanitaria n. 833/78, ma si fanno tre passi avanti e due indietro.
Nel corso di un seminario de La Bottega del Possibile per i direttori delle case di riposo o altre tipologie di servizi territoriali si è tentato non di aggiungere altre rimostranze o mappe di desideri, ma di cambiare prospettiva e percorso.
Ho parlato di “Polo sociale”, di sistema da ricostruire, con i suoi obiettivi, le sue relazioni e reti, con le sue professioni da riformulare, partendo da alcune constatazioni.

a) La difficoltà del dialogo tra i tre sistemi, il sociale il socioassistenziale e il sanitario, e la scarsità di risultati può imputarsi alla differente consistenza tra gli stessi sistemi, in termini economici, organizzativi e strutturali, per gli interessi coinvolti, per la visibilità e l’impatto sulla popolazione. La scarsa conoscenza dei diversi ruoli (sociali e sanitari), soffoca le potenzialità professionali e impedisce un corretto esprimersi.
b) Le connessioni - informatiche, ma anche di relazioni, studi e azioni- sono squilibrate e insufficienti tra i tre ambiti coinvolti: territorio sociale (la popolazione, i suoi bisogni e le sue aspettative, i servizi socioassistenziali erogati), l’organizzazione sanitaria di base ( i distretti), l’assistenza “specialistica” (gli ospedali).
c) La valutazione della realtà esistente richiede una diversa progettualità ed azione che superando i limiti esistenti, riporti i tre ambiti su uno stesso livello di affidabilità e di comprovato riconoscimento delle funzioni necessarie svolte da ciascun e della rispettive professionalità.
Non serve guardare indietro, rinvangando soprusi inadempienze o incapacità diffuse perché lo sguardo al passato può solo peggiorare la situazione con accuse scambiate.
Serve evidenziare tutte le ragioni per cui serve un agire comune, in una condizione di pari dignità professionale e funzionale (e contrattuale).
Penso che per un “Polo sociale” il primo interlocutore è il distretto sociosanitario e solo in seconda istanza l’ospedale.
Il quadro istituzionale e politico si è modificato: continua perdita di potere decisionale dei Comuni per scarse risorse economiche e finanziarie, a cascata, tagli sul sistema sanitario, a ragione o forse no, continuo aumento della spesa farmaceutica e tecnologica, una sempre maggiore estraniazione delle ASL, con i loro continui accorpamenti e ingrandimenti, dalle realtà circostanti. Si sono frammentati (se non cancellati) i luoghi delle scelte di politiche sociali rallentando la costruzione di un progetto unitario.
Le mutate aspettative delle persone, la domanda di cura personalizzata, la perdita di fiducia apriori tra curato e curante, l’importanza della relazione in un rapporto d’aiuto, il moltiplicarsi del ricorso alle assistenti familiari o alla assegnazione di un ruolo di assistente informale ad un congiunto ( caregiver) sono trasformazioni evidenti. Esse premono e rischiano di far esplodere un ambiente sociale che vede il moltiplicarsi delle patologie croniche in un quadro (al momento) di allungamento delle speranze di vita, risposte parcellizzate che interrompono la continuità assistenziale, aumentano le diseguaglianze tra chi può ricorrere ad un’assistenza privata e chi deve aspettare.
Per dare risposte “sobrie, rispettose e giuste (termini mutuati da Slow Medicine) per il sociale, il sanitario e il socioassistenziale, servono conoscenze diverse e approfondite.
Conoscere i determinanti di salute, approntare i servizi sapendo quali sono le trasformazioni sociali in atto, formare a rafforzare la relazione e la fiducia tra operatore e anziano, mettere in atto processi di inclusione ma anche di continuità assistenziale che consentano la permanenza al domicilio non è nella capacità di una sola persona né di un solo sistema di cura, salvo che non si vogliano sprecare risorse con duplicazioni.
Per fruire di una conoscenza condivisa bisognerà essere consapevoli che occorre:

1)una lettura della domanda espressa e inespressa, nella sua articolazione e formulazione incardinata in una conoscenza dell’ambiente e delle relazioni familiari e comunitarie,
2) una connessione – personale, informatica e operativa- agile, attiva e immediata tra le diverse risposte possibili e una continua permeabilità tra i tre ambiti,
3) un’individuazione di specifiche professionalità e funzioni chiamate ad operare nei propri ruoli per il benessere dei cittadini e non per le loro aspirazioni personali,
4) un ripensamento su competenze e risorse che possono essere messe in campo dai diversi soggetti presenti sul territorio, pubblici e privati, Fondazioni e ASP, associazioni di volontariato e di promozione sociale, gruppi formali e informali.
C’è un altro assunto condiviso ma non inserito tra gli obiettivi: le diverse forze ed occasioni aggregative e culturali, sociali e sanitarie, solidali e umane di questo nostro paese potranno avere le giuste risposte solo se si sposta l’attenzione, i servizi, le risorse dalle grandi aggregazioni specifiche e “autosufficienti” come gli ospedali alle specificità territoriali.
Se si condivide in tutto o in parte questa lettura serve esplorare e ricercare le possibilità esistenti, le risorse disponibili in termini di spazi e persone, di contenitori e servizi, di professionalità e conoscenze esistenti, nei tre comparti per farne un uso più appropriato ed efficace.
Emerge con chiarezza ed anche drammaticità che mentre la situazione sociale e sanitaria si evolveva nella direzione prima indicata, l’area sociale- deputata a leggere i bisogni, a dare le prime risposte d’inclusione prima che divenga emarginazione, povertà e malattia- nel corso degli ultimo decenni, è finita in un groviglio terribile: il blocco delle assunzioni del personale (OSS e assistenti sociali, animatori e psicologi, addetti all’assistenza di base) l’esternalizzazione dei servizi al massimo ribasso che hanno prodotto, anche per insipienza degli amministratori, la perdita di antenne (dati sociali e demografici) sui mutamenti in atto, gli attesi provvedimenti sui profili professionali non emanati. L’ultimo documento pubblico sulle OSS, con dati incerti e presunti risale al 2012!
In parallelo si sono moltiplicati i servizi a domanda diretta e personale come le case di riposo che hanno destinato le loro potenzialità e risorse ad una domanda interna, impediti e non interessati forse, nella loro frammentazione, a divenire un interlocutore serio e puntiglioso del mondo sanitario.
Appare necessario muoversi perché le conoscenze sociali, individuali e generali, determinanti interventi di qualità, possano avviarsi e poi trovare, nell’integrazione, risposte adeguate.
Il sociale non è l’assistenzialismo né la beneficenza, è l’area in cui ogni persona si esprime e vive prima di essere esposto a danni di salute. Anzi il sociale determina gran parte della salute. Nel sociale ci sono letture teoriche, ma anche professionisti e servizi, come l’assistenza domiciliare, le case di riposo e i centri diurni per citarne alcuni.
Anche l’emergenza odierna, il morbo d’Alzheimer, trova risposte di qualità solo in una dimensione sociale.
Se l’area sociale è all’altezza della domanda, non ricadono sulla sanità costi e affollamenti perché le persone trovano nel territorio la giusta risposta.
Dare identità, struttura, servizi e saperi professionali ad un “Polo sociale” perché sia presente a pieno titolo e dignità, nella rete d’aiuto e di cura, può avviare un cambiamento nell’offerta di risposte alla popolazione? Proviamo a pensarci, io sto tentando.