Riassumo in tre parole la traccia di un percorso che ho seguito nel corso dell’anno 2015. Non è un bilancio, ma la ricerca di un filo conduttore per dare senso e concretezza a un concetto della vecchiaia e delle cure, quando necessarie, da approntare.

Fiducia. E’ un termine che ricorre spesso, per me uno dei principi da indagare quando si vuole verificare se in un rapporto tra una persona anziana e chi presta una cura, sia esso un caregiver familiare, un operatore d’assistenza o un medico, al centro è la persona, non l’obbligo familiare, lo stipendio, l’organizzazione, il protocollo.
Ho cercato nel corso degli anni, nell’evoluzione di un’idea della cura, che sempre più indicava la persona come protagonista, quali principi e requisiti si dovessero introdurre e perseguire.
In personalizzazione, umanizzazione, sono state incluse tante azioni: il modello di funzionamento di un servizio, in residenza o a casa propria, l’abbigliamento adeguato e personale, gli orari “domestici” dei pasti, l’offerta di occasioni ricreative e ludiche e altro ancora. Sono proposte importanti e necessarie, ma incidono sull’organizzazione del quotidiano, non su cura e assistenza.
Più vago e indefinito è il concetto di “centralità della persona" nel processo di cura. Ha tante declinazioni, non meno generiche: ascolto, comunicazione, partecipazione, libertà di scelta.
Di queste condizioni cosa valutiamo: chi ascolta chi, come dar conto di un ascolto attivo, da una parte e dall’altra, una qualità dell’ascolto (ricettivo, disponibile, interessato)?
Analoghe considerazioni possono essere fatte per altri requisiti.
Un minimo comune denominatore perché tutto questo si avveri, sta nell’esistenza di un rapporto di fiducia reciproca tra l’anziano e chi le sta di fronte o almeno nella ricerca da parte di entrambi di una sua instaurazione.
Da questa comune disposizione d’animo tutte le altre condizioni, bene o male attuate, diventano corollari subordinati su cui poi lavorare. Se manca la fiducia o non v’è interesse a costruirla, tutto sarà difficile da esercitare.
Cura. Non s’intende solo la cura assistenziale, sociale e sanitaria. Prendersi cura di una persona ha dimensioni e livelli diversi. C’è una cura minima dettata dalla civile convivenza, nei confronti dei più fragili o indifesi, siano essi bambini, disabili, persone con disagio, anziani, sino alla cura sanitaria specializzata.
La cura, il prendersi cura è una “pratica” quotidiana che si esprime sin dall’inizio nel rapporto con gli altri. Più crescono densità e contenuti della cura più occorre dare garanzie di meritarsi fiducia, sia nelle abilità professionali sia nel rispetto delle volontà della persona di cui ci si prende cura.
Ancora oggi, pur essendo questi temi al centro di un dibattito nel mondo socioassistenziale, sono spesso a senso unico. Sono gli operatori, il più delle volte, che parlano di centralità della persona.
Poche volte, in Italia almeno, sono riportati risultati di ricerche attuali su cosa intendono i cittadini per “centralità della persona in un processo di cura” e come la vorrebbero. Poca educazione sanitaria si fa in merito.
Le stesse associazioni di rappresentanza dei cittadini si soffermano raramente sulle dinamiche dei rapporti e sulle aspettative dei cittadini.
Parlavo di ricerche attuali e italiane perché dietro ai concetti di cura e di qualità della cura si affollano una quantità di temi etici e morali, di culture e tradizioni, di usanze e consuetudini.
Per qualità della cura cosa s’intende? Ci sono gli esiti di area sanitaria, qualcuno di area sociale, ma la complessità di questa azione è tale che non può esaurirsi nella valutazione di una prestazione singola.
Per assurdo potrebbe anche essere che i requisiti individuati da “esperti” per parlare di “centralità” come ascolto, osservazione, rispetto delle scelte, rivestano priorità diverse nella percezione dei cittadini, cittadini anziani in particolare o immigrati.
Sarebbe un’occasione perduta, se nel momento in cui l’idea della “persona al centro della cura” interessa esperti multidisciplinari, non si sollecitasse il contributo dei cittadini, dei pazienti, delle associazioni.
Si rischierebbe che come l’assistenza sociale, l’assistenza sanitaria o meglio sociosanitaria rimangono nella definizione dei professionisti e del “sistema”, anche la declinazione dello spazio della persona.
Gli operatori della cura. Adotto un termine generico includendovi sia i caregiver (familiari e badanti) sia i professionisti. Tra i professionisti includo volutamente anche gli OSS, anche se qualificati come “tecnici”.
Le esperienze e le conoscenze confermano sempre più che, nell’assistenza agli anziani, tra le altre mancanze, una pesa sulla sua qualità: l’arrestarsi, se non tra pochi, dell’elaborazione costante del concetto del prendersi cura di una persona anziana.
Questo si è manifestato in modo incontrovertibile, quando è apparso il morbo d’Alzheimer e le persone colpite sono aumentate in modo esponenziale.
Fallito l’approccio farmacologico, ci si è interrogati sul come intervenire, sino a che- con tracciati diversi-ci si è resi conto che la costruzione di ambienti, rapporti, proposte e relazioni di serenità e scambio potevano essere un’ottima cura, in attesa delle scoperte scientifiche e che anche il farmaco giusto non avrebbe potuto scalzare la validità del rapporto paziente e operatore.
Agli inizi degli anni ’80 quando il tema anziani cominciò a manifestarsi nelle sue diverse implicazioni, non solo demografiche, ci fu una corsa alla sanitarizzazione dell’assistenza- come era successo per il parto-che prese forma nell’organizzazione delle RSA.
Non ci si volle confrontare su quell’approccio, se fosse giusto o l’unico, anzi l’aggravarsi continuo dello stato di salute degli anziani, divenne giustificazione per trasferire il modello ospedaliero.
Si trascurò la domanda: non è questo stesso modello che moltiplica la non autonomia?
Su questo altare fu sacrificata anche la figura professionale dell’OSS, che nata nell’intervento domiciliare, con formazione sulla relazione e l’osservazione dell’anziano, si trovò a rincorrere lo specifico sanitario per essere presa in considerazione.
Poi la cultura sanitaria comincia a interrogarsi sui danni di un’assistenza basata sulla prestazione tecnica, senza riferimento alla persona a cui ci si rivolge e sulla necessità di tornare al territorio, alla domiciliarità, uscendo dai presidi sanitari. Non interpella però né gli interlocutori, i cittadini, né quegli operatori che passano più tempo (anche se troppo poco) con gli anziani, cioè gli OSS.
Bisogna ripartire recuperando idee e progetti di quel periodo per renderli adeguati all’oggi, dando a ognuno uno spazio d’intervento.