Chiudo temporaneamente il confronto sulla figura dell’amministratore di sostegno, su cui, unitamente al tema della cura ho cercato di tracciare un filo conduttore, tenace ma flessibile , tra le tante parole che si dicono e leggono sulla centralità dell’anziano, sull’intervento personalizzato, sul rispetto della dignità e della volontà della persona.

 

Questo filo conduttore è costruito sulla fiducia nei rapporti individuali, anche i più sensibili e ravvicinati- il medico, la scuola, il vicino di casa- e sulla sensazione/ percezione che da questi rapporti, dalla fiducia che in essi poniamo possa discendere quella rete di supporto che ci può aiutare nei momenti difficili, nel quotidiano o nel futuro, quando non saremo più in grado di decidere o di fare autonomamente le nostre attività o quando, non ci saremo più a farlo per quelli che oggi sosteniamo.
Ho immaginato questo filo conduttore, riflettendo attraverso lo specchio delle mie esperienze professionali nell’organizzazione dei servizi e formazione del personale, sui ricchi contributi che mi sono pervenuti, di carattere etico e giuridico, filosofico ed esperienziale, dagli articoli mirati ai dibattiti nei convegni (1).

Da tutti gli apporti e i suggerimenti riportati ripropongo alcuni passaggi, secondo me essenziali, che intersecano anche l’impasse e la sclerotizzazione di cui le politiche sociali stanno soffrendo.
Siamo fermi come elaborazione culturale e sociologica alla legge 328/2000, sulla quale, oltre ai macigni del titolo V, dell’alternarsi veloce dei governi, della frammentazione regionale e locale, hanno pesato i successivi assunti teorici di base per cui il welfare era residuo del passato, doveva essere compassionevole verso chi non riesce a stare nella competizione e coloro che non servono, almeno nel disegno complessivo, devono essere messi da parte.
Come gli anziani appunto, salvo che mantengono la famiglia, forniscono insieme alle donne il welfare familiare, sostituiscono dove possono il servizio pubblico e si ritirano in buon ordine quando sembra loro di non servire più.
Poiché non era possibile estendere all’organizzazione sociale le politiche di aziendalizzazione della sanità, perché i tentativi sono inadeguati (voucher, esternalizzazioni senza controlli eccetera), allora sono diventati centrali i comparti economici: ISEE, ticket, compartecipazione alle spese.
Si è però riproposto un fenomeno inevitabile. Ciò che hai buttato dalla porta senza risolverlo, ti ritorna dalla finestra, più ammaccato e cronicizzato.
Così la domanda e i problemi delle persone e degli anziani sono rimasti, aggravati da una crisi di sfiducia generalizzata ma anche mirata sugli operatori e sul sistema dei servizi; con l’entrata in crisi, perché senza riferimenti, di quella formidabile rete di supporto e di aiuto che il volontariato ha creato; con l’irrigidimento complessivo degli interventi e delle azioni, che non hanno avuto più altre indicazioni se non di rispettare le procedure e i protocolli, nonché ovviamente il risparmio.
Parlo di fiducia, di sostegno, di flessibilità perché la rilettura e una nuova proposta di welfare devono saper leggere, ascoltare, tradurre la realtà che ci circonda. Non si può ritrasmettere e riadattare, con una verniciatura con vocaboli innovativi, ciò che si basa su una società di 20 anni fa. Perché anche la legge 328 era stata in gestazione per tanti anni, tanto che molte delle sue parti erano invecchiate nell’attesa.
Non è una visione intimistica e neppure individualista.
Se il welfare del dopoguerra agiva su un’idea di solidarietà e un’identificazione dello Stato come il soggetto titolare di diritti e doveri nei confronti della popolazione, oggi allo Stato si sono aggiunti altri attori, ma nello stesso tempo lo Stato e la PA non incarnano più, o non da soli, o non sono più ritenuti in grado di farlo, questo ruolo unitario e d’indirizzo.
La fiducia verso gli altri, in singoli o in un gruppo che si riconosce una comune identità di base, riparte da capo, dai bisogni della singola persona, della singola famiglia, del comitato per poter presentare le proprie istanze.
Fiducia che deve riformarsi nei confronti del sistema sanitario e dei medici che a esso fanno riferimento, della scuola e dei suoi insegnanti, delle strutture sociali di accoglienza, ed anche delle infrastrutture riconosciute con un diritto di cittadinanza: le poste, i trasporti, i servizi civili come acqua e luce. Ricordo il referendum sull’acqua come bene comune, che vide così grande partecipazione e consenso unanime, disatteso e dimenticato pochi mesi dopo.
Tutta una serie di diritti civili di cui oggi si diffonde e si intensifica la richiesta (dalle Unioni civili, al testamento biologico, dalla fecondazione assistita alla scelta dell’eutanasia) sono certo espressione di una difesa della propria identità e volontà, ma nello stesso tempo una manifestazione di sfiducia che le istituzioni pubbliche, senza precise “coercizioni”, siano orientate a rispettare scelte e dignità delle persone.
La breve raccolta di tanti pareri, richiesti a soggetti che ricoprono ruoli e professioni diverse, sull’Amministratore di Sostegno testimonia, come temevo dall’inizio, che una legge che rappresentò un passo avanti nella difesa dei diritti individuali, sulle direttrici della “riforma Basaglia”, se con correttamente e minuziosamente vigilata e aiutata possa sfuggire ai principi inspiratori, scaricando sui soggetti più fragili- anziani e disabili- contraddizioni e male intenzioni.
A dieci anni dalla sua promulgazione come sempre il territorio nazionale si presenta molto variegato. Emergono realtà in cui l’aspetto volontaristico e la tutela in primo luogo dei diritti del beneficiato, con collaborazione tra tutti gli attori pubblici, privati e di volontariato, su un unico obiettivo sono la struttura portante di questa figura. Altre situazioni vedono prevalere un’ottica gestionale e patrimoniale, in cui l’anziano fatica, spesso non riuscendoci, a manifestare la propria volontà e vederla rispettata.
Anche in questo caso è un rapporto di fiducia che deve essere tutelato e coltivato nel bene del soggetto.
La PA è chiamata a svolgere questa funzione di garante e di tutela dei rapporti fiduciari di cui il cittadino si avvale e necessita, con una diversa struttura delle politiche sociali, la presenza di nuove professionalità, un rapporto collaborativo e trasparente con le altre realtà, senza rinunciare mai al ruolo di imparzialità e difesa delle persone e dei loro diritti.
Come nella costruzione delle politiche sociali e nell’erogazione dei servizi debba costruire, rinsaldare ed estendere questa fiducia è un altro capitolo.

(1) Sempre sul tema un ulteriore approfondimento sul sito di Sociologia della salute “Felicità, fiducia, flessibilità. Le tre effe dei servizi”.