Alcune prime conclusioni sul ruolo dell’operatore sociosanitario nell’assistenza all’anziano e nel sistema di welfare italiano.
Avevo parlato di formazione e lavoro d’équipe, di cosa significa aver cura delle persone fragili e, in ultimo, del ruolo e del profilo dell’OSS in un nuovo sistema di welfare.
Siamo giunti alla fatidica domanda: che fare? Come sbloccare una situazione arenatesi nella nebbia di confuse e affastellate idee sul nuovo welfare?

E’ banale e quasi scontato affermare che su cosa deve essere il welfare del terzo millennio ci sono tante idee, ma confuse, che non dialogano tra di loro, in uno spazio in cui ognuno cerca di collocare il suo “brand” o la sua visione.
Ancora più preoccupante che proprio dallo Stato e dal Servizio pubblico partano idee quale la separazione tra sociale e sanitario, dopo anni che si parla di necessità di integrazione.
Gli OSS, la loro collocazione , la loro formazione, la loro qualifica professionale sono un tassello, per ora schiacciato e misconosciuto, ma, a mio parere, essenziale per recuperare e integrare le varie concezioni di welfare che assumono come linea di intervento l’idea di un cittadino, di un paziente, di un anziano non come “consumatore” di servizi e prestazioni, ma soggetto attivo, centrale e imprescindibile di ogni progetto di società civile, di equità e eguaglianza.
Poi si possono sviluppare (e auspicabilmente integrare) le diverse visioni delle relazioni e dei rapporti tra pubblico, privato, volontariato, dei presupposti e delle conseguenze di ogni concezione di welfare. Non si può, in ciascuno di questi scenari prescindere dalla individuazione di quali operatori entrano in scena e quale tassello occupano sia che l’obiettivo sia la solidarietà o l’inclusione sociale o la cura o il reinserimento. Successiva è anche la loro dipendenza contrattuale e funzionale, ma necessaria e preliminare tracciare la loro presenza e l’integrazione tra i diversi profili e qualifiche.
Chi può prendere in mano questa ingarbugliata matassa? Dove se ne può discutere? Quali gli invitati aventi un interesse specifico?
Riporto un contributo in questo numero di due ricercatrici, Alice Ricchini e Ilaria Iseppato, che hanno condotto, credo, l’unica e più recente (anche se uscita cinque anni fa) indagine sugli OSS, all’interno di uno studio sulle professioni sociali.
Qui si indica in circa 300.000 unità il numero di operatori sociali, a diretto contatto con l’utenza (assistenti sociali, pedagogista, educatore professionale, mediatore culturale operatore socio sanitario, e tutte le altre figure ibride a valenza locale) con l’esclusione dei servizi per la prima infanzia. A questi vanno aggiunte le assistenti famigliari il cui numero si aggira a poco meno di un milione di unità, forse meno, in questo periodo di crisi.
Tra questi, oltre alle assistenti sociali certamente gli operatori socio sanitari rappresentano la più consistente categoria. Con buona approssimazione sono decine di migliaia, disperse nei servizi residenziali e domiciliari, a prendersi cura di anziani disabili, persone con dipendenze diverse o con disturbi mentali. Non esiste, essendo questa una figura nelle competenze delle Regioni ed esclusa da ogni sistema informativo nazionale alcuna cifra certa, se non per ricostruzioni approssimative, sicuramente per difetto.
Questo bacino di operatori è inoltre permeabile a due altre figure di cura: le assistenti famigliari di cui si è detto e tutti coloro che pur agendo nel sociale, non avendo fatte i corsi da OSS, sono però presenti con le diverse denominazioni ADEST, ASA, OSA e via dicendo.
E’ possibile che tutte queste decine di migliaia di lavoratori/lavoratrici siano dispersi nel territorio, in condizioni di lavoro non tutelate né contrattualmente, né economicamente, né dalle norme di sicurezza sul lavoro? Dipendono ormai prevalentemente da soggetti privati e da cooperative e ricevono programmi di formazione dei più disparati, pur se formalmente rispondenti alle norme dell’accordo Stato - Regioni del 2001.
Una breve ricognizione in rete su attività, anche solo riflessioni pubbliche in materia non risultano.
Il quadro dei possibili interlocutori o protagonisti per un confronto congiunto appare molto sfocato.
Il tema, anche nell’ambito più ampio delle professioni sociali, non trova a livello ministeriale un interesse particolare, né nel comparto sociale, né tanto meno in quello sanitario. In certe Regioni sono anni che non sono avviati corsi di formazione o aggiornamento.
Le Province che, in diverse occasioni sono state promotrici di formazione o aggiornamento professionale non esistono più e nella crisi di risorse disponibili, non dimostrano di avere l’area sociale tra i loro obiettivi.
Sorvolando sulle rappresentanze sindacali che poche volte hanno manifestato particolare interesse rimangono solo i diversi datori di lavoro (le amministrazioni comunali , le ASL e le ASP, le Cooperative o associazioni del terzo settore e le società private di gestione dei servizi) e le società di formazione, ormai quasi esclusivamente private. Ci sono in molti di questi soggetti le energie e le idee per riallacciare, partendo dagli operatori disponibili, le trame di un nuovo welfare. Perché qualunque siano i connotati che esso assumerà, avrà bisogno sempre di risorse umane su cui marciare.
Si manifesta una situazione in cui, a fronte dell’aumento progressivo della popolazione anziana e anche del disagio sociale, si sono ridotte se non esaurite tutte le spinte innovative ed esperenziali per costruire risposte, che nel campo dei servizi alla persona si basano sul capitale umano e sulla capacità di relazione e di cura degli operatori.
Un paradosso ulteriore risulta dalla capacità di programmazione delle risorse a fronte della domanda e dei bisogni della popolazione.
La prevenzione della solitudine e dell’emarginazione, primo pericolo per la perdita della non autosufficienza, non si affronta con le super specializzazioni, ma con una rete diffusa di aiuto e solidarietà, per sostenere la quale, come dimostrano le nuove figure professionali proposte (portieri sociali, custodi sociali) le necessità formative non si attestano sulle conoscenze sanitarie e infermieristiche specialistiche ma sulle capacità di conquistare fiducia, gestire responsabilità, costruire rapporti.
Allora, ancora una volta, facciamo ricorso alla battaglia condotta in tutti questi anni da La Bottega del possibile e alla sua visione dell’OSS, per poter ricominciare a riallacciare reti e confronti e costruire un nuovo progetto.
Lo spazio di Per Lunga Vita è a disposizione per ogni confronto.