Terzo tassello sulla figura professionale degli OSS che segue il 21° Punto d’ascolto sulla domiciliarità, storico e atteso evento de La Bottega del Possibile.
Avevo sinora parlato di:
a) Qualificare la formazione degli OSS, per cui si sono previste solo, in qualche regione, delle specializzazioni sanitarie e non sociali, come era inizialmente questa figura,
b) Superare l’ottica prestazionale nei PAI e nei percorsi assistenziali,

c) Far prevalere nell’equipe la collaborazione e non l’organizzazione gerarchica,
d) Riconoscere agli OSS uno spazio di responsabilità professionale autonoma e non solo di mera esecuzione
Ho introdotto il tema della cura nelle due direzioni: tra individui o tra un professionista e un destinatario della cura.
Dal mio contributo al Punto di Ascolto scaturisce la terza variabile: la domiciliarità, sia nella casa che nella RSA nel territorio, nell’ambiente.
In questa dimensione vi è la possibilità di uscire da un’ottica prestazionale per porre attenzione alla cura come genesi di benessere, serenità e qualità di vita e all’inclusione sociale non come prestazione assistenziale, ma come partecipazione ad un diverso modo di vivere di cui anche anziani, disabili, famiglie fragili devono essere parte.
Al Punto d’Ascolto si è avuta un’ulteriore conferma di quanto il non aver riflettuto e innovato sulla figura degli OSS stia portando ad una pluralità di “operatori sociali” di cui non è chiara la formazione, il ruolo, la collocazione e come tali non figure professionali su cui costruire, in tutto il territorio nazionale, progetti d’inclusione.
Negli ultimi anni, si è colta l’esigenza di mantenere gli anziani nel territorio, in una casa, come primo e inderogabile cammino per prevenire emarginazione, solitudine, progressiva perdita di non autosufficienza.
La casa può non essere quella di famiglia, perché non idonea, ma si stanno sperimentando diverse forme dell’abitare: condominio solidale, quartieri o isolati con protezione sociale, diverse declinazioni di cohousing.
Per ognuna di queste “abitazioni” si sono inventate figure professionali: la "badante" condominiale, il portiere o il custode sociale, la famiglia responsabile. Tralasciamo la scelta della famiglia che spesso include un contemporaneo coinvolgimento di nuclei con difficoltà economiche o la ricerca di solidarietà intergenerazionale.
Questi operatori sociali (così come le famiglie) sono stati selezionati cercando persone con particolari attitudini personali o percorsi lavorativi idonei per la funzione individuata.
Il profilo dell’OSS al momento della sua nascita, negli anni ’80, con denominazioni diverse-OSA, AdB, Adest costruiva una figura professionale impegnata in:
• assistenza tutelare (igiene personale, pranzo, mobilità)
• accompagnamenti visite mediche e uffici, pratiche ammministrative etc
• cura dell’abitazione
• mantenimento e/o recupero delle relazioni famigliari
• partecipazione alla vita del quartiere e alle iniziative promosse per gli anziani
• rapporto con i servizi ospedalieri in caso di ricovero e di assenza di altri famigliari.
Purtroppo la trasformazione dell’assistenza domiciliare in un’attività prestazionale che elencava solo ciò che poteva essere conteggiato in minuti (bagno, assunzione del cibo, alzata da letto, pulizia dell’abitazione) ha fatto sì che tutto l’aspetto dell’aver cura della persona, non quantificabile in minuti/ore non fosse più previsto, se non per disponibilità individuale del singolo operatore.
Non diversa la collocazione all’interno dei presidi residenziali, ove la progressiva perdita di autonomia richiedeva più prestazioni, in un circolo vizioso in cui accantonare la cura della persona per garantire interventi essenziali all’ “ospite ricoverato” ha portato al continuo peggioramento della sua condizione sociosanitaria.
La collocazione dell’OSS, ancora tra le figure tecniche come il bidello o addetto alle pulizie o lo spazzino (uso appositamente le dizioni conosciute, anche se oggi ammantate di innovazione come “operatore ecologico o ausiliario”) fa sì che non abbia alcun spazio di autonomia professionale e debba essere mero esecutore di indicazioni (ordini) che gli pervengono o dall’assistente sociale o dall’infermiere professionale.
La progressiva esternalizzazione dei servizi da parte delle Amministrazioni locali ha ulteriormente accentuato sia la frammentazione della cura in prestazioni sia la perdita di autonomia e identità professionale dell’OSS, che si è trovato a rispondere a indicazioni provenienti da soggetti di altro ente.
Oggi si riscopre ciò che dagli operatori, dai centri di studio e dagli studiosi del settore sociale e dei determinanti di salute si diceva da tempo: l’inclusione sociale non è assistenza ma la precondizione perché una persona non diventi bisognosa di assistenza sociale e sanitaria, intendendo con ciò prestazioni specifiche e ricoveri in strutture specializzate, ospedali o RSA.
Si scopre l’unitarietà e la centralità della persona e il significato della cura ma, oltre al continuo taglio delle risorse, si procede con una esasperata specializzazione e parcellizzazione degli interventi.
Seguendo ancora il filone sviluppato da La Bottega del Possibile, occorre fare passi ulteriori in più direzioni:
• rileggere l’evoluzione in atto nella società italiana nella ricerca di relazioni individuali, di vicinato, di quartiere, di gruppi d’interesse in cui è indispensabile includere e far partecipare gli anziani
• evitare il moltiplicarsi di figure di assistenti/animatori /custodi sociali / portieri che poi giustamente richiederanno una collocazione lavorativa stabile;
• rileggere la qualifica professionale, il ruolo e le funzioni svolte dall’OSS e ricollocarlo all’interno di un profilo, a carattere nazionale, con due indirizzi distinti, ma comunicanti, sociale e sanitario
• attuare l’accordo Stato Regioni del 2001 che ne definiva la figura, con l’auspicato riordino delle professioni sociali, per non lasciare questi lavoratori in un totale abbandono e isolamento, nelle diversità delle norme regionali e dei percorsi formativi proposti, anche a caro prezzo, dalle agenzie incaricate.
E’ comprensibile che in questa palude, chi ha potuto, perché previsto in alcune regioni, aggiungere una “S” alla propria qualifica è entrato- pur sapendo di essere l’ultima figura in un’equipe orientata alle prestazioni- nel comparto sanitario, sicuro e meglio retribuito, perchè attrae per le risorse e per il potere esercitato. E’ successo anni fa con i profili di educatore/animatore, diventata figura sanitaria.
Sarebbe opportuno accentuare le funzioni di cura e di empowerment degli anziani che solo chi resta con loro per piu tempo come l’OSS, può esercitare.
Infine l’OSS può essere il tramite tra l’anziano e il vicino, il quartiere, i gruppi d’interesse sia che abiti in casa propria sia che risieda in una RSA.
Si perseguirebbe un altro obiettivo: aprire i servizi residenziali al territorio, come opportunità accessibili non solo nei programmi dei servizi, ma nella consapevolezza delle persone.