Avevo terminato il precedente” Mille parole” parlando degli OSS, con una domanda retorica: è giusto che questi operatori debbano svolgere solo ruoli meramente esecutivi?
Prima di parlare di questa figura professionale, ma soprattutto del limbo, o meglio del purgatorio, in cui sono collocati, vorrei soffermarmi in concomitanza anche al filo conduttore di questo aggiornamento di PLV, sul lavoro di cura.


Gli anziani sono i cittadini italiani più esposti alla povertà, vivono in case inadeguate se non come ampiezza ma per manutenzione e inaccessibilità, sono sempre più spesso soli, senza o con familiari lontani, sono però quelli che reggono con le loro pensioni le sorti della famiglia e dei più giovani. Tutti dati risaputi, di volta in volta, singolarmente sottolineati, ma spesso non sommati e riletti nella somma finale, più che preoccupante.
L’area di assistenza agli anziani, di cui ci occupiamo solo quando escono notizie di maltrattamenti, è il silenzioso parametro della svendita del welfare italiano, nei servizi sociali e sanitari.
Se a questo scenario di sfondo aggiungiamo la non autosufficienza e l’aumento delle malattie croniche e di quelle degenerative come l’Alzheimer, il quadro risulta impressionate e, purtroppo, con pochi segnali di luce. Non c’è in Piano operativo e finanziato per affrontare il morbo d’Alzhaimer, i Fondi per la non autosufficienza sono fermi a valori vecchi, dopo che avevano subito un drastico ridimensionamento. Si parla di qualche centinaia di milioni, su cui poi tutti, in una guerra tra poveri, sfruttando il megafono mediatico, corrono ad accaparrarsi qualche milione in più. La legge 328/2000 è un antico ricordo
A questi mi sembra doveroso aggiungere anche le trasformazioni che deriveranno dalla riforma del terzo settore, con innesti mercantilisti e privatistici, e dalla spending review della sanità.
La domanda diventa: cosa rimane della cura, dell’aver cura delle persone, del “caring for” (relazione di cura alla persona) del prendersi cura degli strumenti e strutture che servono per la cura, del “caring about” ( predisporre i piani di cura, gli ospedali, gli operatori))?
Cosa rimane, come direbbe Luigina Mortari, della regione ontologica della cura o, per dirla più semplicemente, della cultura della cura?
Molti dei principi e delle categorie della cura proposti dalla Mortari possono essere trasferiti nell’ambiente, nei patrimoni architettonici e archeologici, nelle città.
Pare quasi che, al crescere di un rispetto e un attenzione per la natura, i beni artistici, il cibo, si sia proporzionalmente abbassato l’interesse per le persone e per la cura sia educativa che assistenziale.
Forse perché più facile impegnarsi su qualcosa che non interagisce nell’immediato con noi come un umano o un animale.
Si ha l’impressione, seguendo questo tema, che l’attenzione si sia più spostata sull’agire prestazionale degli operatori e del sistema, sui costi di gestione complessivi non ritenuti prioritari nel bilancio paese, sulla costruzione delle scale organizzative gerarchiche all’interno dell’equipe professionali.
Ed ancora, parlando di terzo settore, ove si poteva sostenere e previlegiare la natura sociale e solidaristica di molte cooperative, dedicate ai servizi alla persona, si è preferito lavorare sul trasferire su un “settore sociale” sempre più privatizzato (vedi norme sulla distribuzione degli utili) competenze anche di indirizzo e di definizione di “cultura della cura” prettamente di competenza pubblica, intesa come scelta nazionale.
Cosa rimane, allora, a cui aggrapparsi per alimentare e diffondere una cultura della cura, per riportare l’attenzione sulle persone, sul benessere degli anziani, sulla prevenzione della solitudine e delle malattie invalidanti, sulla cura nelle patologie più devastanti?
Mi è stato chiesto di presentare una relazione “Promuovere relazioni di vicinato e servizi di prossimità per sostenere la domiciliarità” al 21° Punto d’ascolto sulla domiciliarità dell’Associazione La Bottega del Possibile, (  per conoscere il programma cliccare sulla locandina) occasione e luogo stimolante e fecondo, che qui apertamente promuovo.

Punto dascoltopresentazione2Aver cura di noi e degli altri parte da molto lontano, nella vita di ciascuno quando nasce, dalle storie dei popoli antichi quando diedero vita alle prime comunità, consapevoli che l’aiuto reciproco serviva contro il nemico, ma in primo luogo per sopravvivere.
Forse da qui può essere utile ricominciare a ripensare le “pratiche” della nostra vita, dalla realtà quotidiana in cui viviamo, per dare senso poi alle “pratiche di cura” che diventano professionali o anche solo naturali come quelle tra congiunti o tra madre e figlio.
Ognuno di noi ha avuto o avrà bisogno di un caregiver, da quando nasce ed è indifeso a quando diventa esso stesso anziani e/o disabile. Poi noi siamo caregiver per allevare un figlio e/o assistere congiunti anziani o disabili.
Sono momenti precisi, individuali, personali, esistono però i rapporti sociali, le relazioni con gli altri, che assumono caratteri diversi in relazione ai luoghi ove si esprimono, alle persone che coinvolgono, ai ruoli che queste assolvono se professionali, amicali o casuali, al tempo entro cui si manifestano.
Si possono individuare due piani diversi di relazioni: quelle delle quotidianità ordinaria e quello della straordinarietà, dell’evento diverso, l’emergenza, la necessità. Questi piani non sono estranei uno all’altro, ma si alimentano a vicenda perché trasferiamo nell’uno quello che ci viene dall’altro e viceversa, in termini di disponibilità, di cultura della cura, di reciprocità e di rispetto verso l’altro.
Ci saranno luoghi e momenti in cui questa disponibilità ha i caratteri della gentilezza, dell’umanità, della disponibilità e solidarietà.
Cito ad esempio un tema aperto recentemente su questa pagine: la figura dell’amministratore di sostegno.
In altri luoghi la disponibilità assume caratteri professionali.
Forse per ricostruire un tessuto di convivenza che è anche solidarietà di vicinato, arricchimento della comunità, “sostegno alla domiciliarità” occorre ripartire dalla “cultura della cura”, dall’avere premura dell’altro.
Le opportunità, le aree sono diverse e i bisogni sono tanti; molti di questi richiedono solo disponibilità umana. Cito ancora un esempio. Una diseguaglianza per gli anziani nella società si annida nell’accesso alle nuove tecnologie. Perché si deve pensare ai pur utili corsi d’informatica e non a istruzioni minime dal condomino?
In un momento di crisi valoriale oltre che economica del welfare, si può ricostruire una rete di reciprocità. Non come azione di volontariato, che determina rapporti asimmetrici, ma come norme di vita civile.
Da qui poi si possono anche ridisegnare alcune figure professionali come le OSS.

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