“La cura è la fabbrica dell’essere” e ancora “ Aver cura è prendersi a cuore, preoccuparsi, aver premura, dedicarsi a qualcosa”. Sono le prime due definizioni di “cura” nelle prime pagine di “ La filosofia della cura”, di Luigina Mortari (Raffaello Cortina editore, di cui vi parlerò in seguito).
Parto da qui per parlare di formazione degli operatori, a diverso titolo, impegnati nel lavoro di cura.


Un anno fa in questo spazio riflettevo sui servizi per anziani (organizzazione struttura, funzionamento, spazi ed edifici) e su una risposta possibile e sostenibile a fronte del progressivo invecchiamento della società, fenomeno affrontato il più delle volte, solo con toni apocalittici ed emergenziali.
Indicavo alcuni nodi da approfondire prima di formulare ipotesi di miglioramento (cosa significa centralità dell’anziano, l'organizzazione interna della RSA e il rapporto con i servizi territoriali e ospedalieri, nuovi criteri per gli spazi, il rapporto tra i diversi soggetti coinvolti, pubblici e privati, gestori e fornitori,operatori e anziani, volontariato e cittadini.
Tra studiosi ed operatori, nel corso degli ultimi tempi, la struttura complessiva di rete e d’integrazione, con interessanti riflessioni, è stata oggetto di approfondimenti e studi che si sono concentrati, in estrema sintesi su due argomenti:
a) il ruolo della RSA in una organizzazione a rete dell’assistenza
b) l’importanza delle risorse del territorio per dare concretezza al significato di domiciliarità e solidarietà della comunità.
Dei cardini dei servizi di assistenza, due sono ancora lungi da essere affrontati con chiarezza e onesta:
1) la formazione professionale, il profilo, il ruolo, le competenze e l’inserimento nell’equipe di lavoro degli operatori d’assistenza agli anziani: operatori socio sanitari (OSS), animatori/educatori, coordinatori/direttori, ma anche medici, specialisti, fisioterapisti, riabilitatori;
2) il rapporto tra Ente pubblico competente e soggetti privati, cooperative e associazioni di promozione sociale nelle diverse declinazioni: autorizzazioni, convenzioni, accreditamento, bandi di gara, controlli e valutazioni.
Alcuni avvenimenti recenti, anche di diverso ordine, mi confermano che parlare di formazione è limitativo, occorre allargare l’orizzonte per dare risposte adeguate.
Perché gli operatori di assistenza, qualunque sia la professionalità e il ruolo, non sono formati solo dagli apprendimenti teorici o pratici che possono essere loro impartiti, ma dall’ambiente in cui lavorano, dalle relazioni che intrecciano con i colleghi e con i pazienti e qui gli anziani/ pazienti, dagli obiettivi assegnati, dalle risorse ma anche dai valori impartiti. Tutto ovvio e banale forse, ma forse anche no perché qualcosa si è perso per strada.


Il personale che cura
Ho ripreso in più occasioni cosa significa centralità dell’anziano, con la specificità delle donne e dei pazienti con morbo d’Alzheimer.
Questo è il punto di partenza per parlare degli operatori. La formazione non può essere solo teorica, deve essere consolidata da esperienze sul campo, ma anche dalla conoscenza dello scenario entro cui ci si muove, perché questo dovrà essere parte integrante di un saper fare in assonanza con l’esterno.
In altri termini, per esemplificare, se anche solo uno degli operatori che intervengono nella cura ha il bagaglio di conoscenze teoriche richieste, ha fatto il suo stage e i il suo aggiornamento continuo, ma non non sa cosa vuol dire lavorare in equipe con rispetto verso i colleghi, non ha chiaro le offerte dei servizi e quale qualità devono soddisfare, se non ha attorno a sé un intero sistema di assistenza sociale e sanitaria, che guarda alla centralità dell’anziano, alla sua permanenza al domicilio, alla continuità assistenziale non troverà il completamento al suo sapere e al suo saper essere.
Quanto tutto questo livello formativo sia ancora lontano da raggiungere si percepisce uscendo anche momentaneamente dai rispettivi ruoli professionali: dirigenti di servizi, formatori, esperti e ricercatori. Perché in questi ruoli si ha a che fare con le espressioni e le esperienze più motivate: chi chiede formazione perché ne conosce il valore, chi è disponibile a sottoporsi a valutazione e analisi, perché nel suo servizio s’impegna a raggiungere livelli più alti di qualità. Perché nel Paese ci sono tante belle esperienze che non parlano tra loro o che, quando s’incontrano, si raccontano ma non si confrontano entrando nel merito.
Gli operatori traggono la loro formazione e aggiornamento dagli incontri con i colleghi di uguale professionalità e/o di professionalità diverse. Quanti servizi hanno o hanno mantenuto un’idea di lavoro d’equipe che non sia finalizzato alla gestione del quotidiano, specie nel momento in cui si taglia sul welfare?
Quanti servizi considerano la partecipazione dei propri operatori a convegni e seminari formativi di uguale valore e importanza di una manutenzione di impianti tecnologici, pure necessaria?
Altre variabili nella costruzione dell’ambiente di lavoro, necessarie per definire la formazione, riguardano i profili professionali e i rapporti tra gli stessi
Seguo con attenzione alcuni siti web, spazi sui social network, riviste specializzate, programmi di formazione per le diverse professioni, così come i provvedimenti legislativi o disposizioni analoghe.
Cito tre avvenimenti diversi spie di un malessere profondo: la scoperta di anziani maltrattati in una RSA toscana, il dibattito seguito all’approvazione del comma 566 della Legge di stabilità, in cui si parla di competenze mediche e di altre professioni sanitarie, la petizione online degli OSS per denunciare lo stato di abbandono della categoria.
Dopo le notizie sui maltrattamenti in RSA i comunicati dei collegi degli infermieri sono sembrati più preoccupati a difendere una professionalità, che nessuno metteva in dubbio, anche se vi erano infermieri coinvolti, che gli anziani vittime, tanto da cercare un accordo tra le sigle per una campagna di comunicazione perché le persone e i giornali sapessero cosa è l’infermiere (sic).
Questa però è la visibilità mediatica di una tendenza in atto in tutto il campo dell’assistenza ad esasperare le specializzazioni forse per essere più vicini al profilo di riferimento più alto: medici e infermieri, infermieri e OSS.
Cosa c’entra questa tendenza alle specializzazioni (infermieri e OSS) con la continuità assistenziale, con il lavoro d’equipe, con la centralità del paziente? Mi mancano certamente tutte le conoscenze necessarie, ma in tutto questa discussione ho sempre letto di prestazioni e competenze, non di cosa serve e di come fare per prendersi cura. E’ possibile attestarsi su chi deve fare cosa, senza chiedersi cosa è meglio per l’anziano o il paziente? Saranno certo stati scritti volumi e relazioni in materia, ma se questo non è raccordato alle azioni e alle prestazioni rischia di essere poco credibile.
Allora la mia domanda, perché questo m‘interessa, cosa ricavano gli anziani dalle superspecializzazioni? Chi ci guadagna dalle contrapposizioni tra le professionalità? Siamo sicuri che gli OSS debbano essere meri esecutori? e di questo operatore continueremo a parlare