La tutela ad ogni livello dei non autosufficienti si completa, legandomi anche all’attualità, garantendo anche la fruibilità di diritti e possibilità di scelte individuali dell’anziano “fragile” dei suoi caregiver.

Con grande competenza e completezza Patrizia Taccani parla di caregiver nell’intervista che ha rilasciato a PLV.
La quinta edizione del Caregiver day, in programma a Carpi dall’8 al 30 maggio, è pure occasione per alcune riflessioni, perchè nel suoprogramma, nei lavori finali ,sono previste due iniziative (Prevenire gli abusi verso gli anziani e Questioni etiche e bioetiche) che parlano di diritti.

Sono tanti i diritti civili, individuali, di cura che spesso, pensati in maniera generica per tutta la popolazione, non riescono poi a declinarsi sulle singole esigenze. Succede quindi che i più indifesi rischiano di essere esclusi.
Ne cito alcuni: diritto alle cure palliative, diritto a stendere un testamento biologico, diritto a scegliere il "fine vita", diritto a nominare un amministratore di sostegno (a questesto dedicheremo un apposito approfondimento), diritto a scegliere il proprio partner.
Alcuni di questi diritti in teoria sono già codificati (cure palliative e consenso ai trattamenti sanitari) ma quante volte sono richiamati ed applicati quando ci si riferisce ad anziani, specie se con problemi cognitivi?
Quante volte sono prospettati a coloro che svolgono il ruolo di caregiver o analoga funzione (amministratore di sostegno ad esempio)?
Gli altri diritti sono in stallo, se non osteggiati (notizie di queste ultime ore), nonostante alcune importanti recenti sentenze dei supremi organi costituzionali.
I ritardi in materia sia sul piano legislativo che culturale finiscono inevitabilmente per danneggiare chi ha meno risorse individuali per difendersi.
Influisce in questa carenza di tutela una diffusa concezione culturale, specie nel nostro paese, che ancora non ha fatto i conti con le trasformazioni demografiche e con un invecchiamento della popolazione che richiede e obbliga a considerare la vecchiaia una fase naturale della vita, più o meno lunga, più o meno difficile, che deve trovare una sua casella nell’organizzazione sociale, civile ed economia della società e della vita. Si continua a pensare ai vecchi come categoria di persone a margine, che prendono la pensione, ma di cui non si sa bene il numero odierno e futuro.
Un esempio per tutti è la mancanza in Italia di politiche per “citta amichevoli” per i vecchi. Sono tante le barriere esistenti e non solo quelle architettoniche tradizionali, le uniche in qualche modo riconosciute normativamente, che rendono difficile la vita agli anziani: le localizzazioni dei servizi sanitari e sociali, gli accessi e la percorribilità di quelli culturali (musei, mostre etc.), la disponibilità di trasporti idonei, la possibilità di spesa ai centri commerciali, l’accesso ai cinematografi, la partecipazione agli eventi cittadini, la percorribilità di strade, piazze e giardini.
Dietro ad ogni diritto c’è la sua concreta esigibilità e attuazione, perché ogni volta nel dibattito che in merito si sviluppa al suo esercizio si tende a scordare le differenti condizioni dell’essere umano che ha la titolarità di quella prerogativa.
Quello stesso diritto è affievolito nei fatti, quando questo essere umano ha difficoltà a tutelarsi, anche se non sono presenti palesi carenze cognitive. Perché un anziano, in un contesto non favorevole, si sentirà più debole, non in grado di sostenere le proprie ragioni, sopraffatto dalla forza, più o meno lecita, degli interlocutori.
I diritti degli anziani non autosufficienti sono stati e sono oggetto di vari dibattiti, nel corso degli ultimi decenni.
Ad una delle prime elaborazioni nel 1987 “ Lineamenti per una carta dei diritti dell’anziano non autosufficiente”

frutto di una collaborazione tra la Fondazione Zancan e il Comune di Modena, partecipai personalmente come dirigente di settore dell’ente.
Quel documento raccoglieva un quadro dei diritti negati prospettando poi le possibili evoluzioni legislative e organizzative.
Purtroppo quelle linee guida hanno nel corso del tempo subito un cambio di indirizzo o una ridefinizione delle priorità e delle interpretazioni. I diritti il più delle volte s’identificarono in un diritto al ricovero ospedaliero e/o in strutture residenziali a totale carico del SSN.
Si era conclusa una stagione in cui la difesa dei diritti delle persone aveva raggiunto vette mai più raggiunte: dalle legge sul divorzio del 1970, confermata dopo l’esito del referendum del 1974, alla legge per l’interruzione volontaria di gravidanza del 1978 (legge sull’aborto), dalla legge 180 sulla chiusura dei manicomi, all’istituzione del del Servizio sanitario Nazionale (legge 833/78) al riconoscimento dell’indennità di accompagnamento.
Oggi è mutata la percezione dei propri diritti da parte dei cittadini, soprattutto su quelli di carattere etico e bioetico. Se prima era stata una stagione di diritti diffusi, oggi prevalgono concetti come libertà scelta, consenso sui trattamenti sanitari anche di fine vita, laicità della legislazione nel diritto di famiglia.
Gli anziani di oggi sono doppiamente coinvolti, sia perché testimoni delle conquiste passate, sia perché molti interrogativi li affrontano ora, prima di essere o perché già non autosufficienti. Anzi per loro spesso non si parla di un diritto teorico da esercitare nel futuro, ma di una scelta attuale concreta e a volte anche drammatica.
Le campagne per il riconoscimento di diritti per gli anziani e ora anche per i famigliari che si fanno carico della cura sono molto rallentate, quasi marginali.
Il progressivo ridursi delle risorse disponibili ha indotto a concentrarsi sui bisogni primari di sopravvivenza e di assistenza, non valutando il nesso stretto che esiste tra necessità materiali, diritti individuali e libertà di scelta. Negando questo nesso si moltiplicano le diseguaglianze perché si riducono le difese individuali, gli spazi riconosciuti ove esercitare le proprie prerogative, le possibilità di trovare alleanze.
I vecchi e chi li cura diventano invisibili, perché se hai o non puoi esercitare un diritto sei un signor nessuno.
Questa appannarsi delle difese dei diritti etici e bioetici, delle scelte e degli orientamenti individuali degli anziani non autosufficienti e dei loro famigliari si ripercuote sulle attività scelte dalle associazioni di volontariato, che ruotano attorno e/o sono formate dagli anziani o dai loro famigliari.
Frammentarietà, obiettivi legati strettamente al profilo degli associati, difficoltà a misurarsi su nuovi temi o sulle sfide del futuro, ad esempio le nuove tecnologie, per tradurle, conoscendo il mondo su cui applicarle, in vantaggi concreti.
E’ naturale che le associazioni del volontariato costruiscano un quadro di riferimento tagliato su interessi specifici dei partecipanti, è nella natura di questo impegno. Purtroppo non confrontarsi con altre compagini simili o complementari rischia di rendere tutto molto asfittico.
Cito per tutti una discussione svoltasi sul profilo Facebook di PLV sull’ostilità delle associazioni animaliste che gestiscono canili e gattili a dare animali in adozione ad anziani ultrasettantenni. Sensibilità e flessibilità porterebbero a riconoscere che dietro ad un’età anagrafica c’è un individuo con caratteristiche del tutto personali. Un’adozione mirata renderebbero felice l’anziano e l’animale, ma soprattutto si ritorna all’interrogativo precedente. Se non si cambia la considerazione della “normalità” dell’invecchiamento, tra 20 anni il 25% dei cittadini non avrebbe più il diritto ad avere un animale di compagnia.
Stessa considerazione per la diffusione di quelle tecnologie che renderebbero più autonoma la vita dell’anziano. Forse è meglio insegnare agli anziani a scaricare un referto sanitario o fare un acquisto con il computer e dedicare il tempo che il volontario dovrebbe impiegare per ritirare e consegnare la “merce”, ad accompagnare l’anziano ai giardini o a vedere il film del momento.