La lettura del libro di Stefano Rodotà, che presento in altra parte, mi ha fornito alcune chiavi interpretative, per parlare di alcune esperienze utili a coinvolgere gli anziani, specie nelle città, oltre che gli altri cittadini, senza ghettizzarli.


Appaiono sovente notizie sulle cohousing (case con servizi comuni per diverse tipologie d’inquilini), sul volontariato in aree pubbliche (parchi, greti di torrenti, spazi scolastici etc), sugli orti urbani. Nascono spontaneamente per iniziativa di qualche cittadino o gruppi di abitanti di zona, senza coinvolgimento delle associazioni ambientaliste.
Le social street, di cui abbiamo parlato in un intervista con il fondatore Federico Bastiani, registrano ampia diffusione anche mediatica.
Altre attività (corsi di alfabetizzazione informatica, gruppi di acquisto di prodotti a filiera corta e/o biologica, camminate collettive) sono più somme d’interessi individuali, che coinvolgimento collettivo, pur rimanendo spazi anche di socializzazione.
Entrambe –cohousing e social street- sono fonte per alcune riflessioni.
Hanno alcuni tratti comuni: nascono su iniziativa di gruppi di cittadini (le cohousing assistenziali hanno altro percorso) per rispondere ad un’idea individuale e in seguito aggregano altre partecipazioni.
Non hanno rapporti diretti né con le amministrazioni pubbliche, né con associazione di volontariato tradizionali o istituzioni consolidate ( parrocchie, circoli etc).
Si conformano e si sviluppano sulle esigenze specifiche degli abitanti della zona o degli inquilini promotori. In questa loro territorialità coinvolgono tutti i cittadini che si ritrovano in questa condivisione, senza differenza di età, categoria sociale, livello scolastico o culturale. Ove esistono gap iniziali tra gli stessi si opera per superarli, proponendosi poi ciascuno per le proprie abilità o disponibilità di mezzi e/o tempo. Qualcosa in più delle Banche del tempo.
Le social street si identificano alla partenza per area territoriale per poi crescere su temi individuati da quella collettività.
Anche le cohousing che appaiono sempre più spesso nelle diverse declinazioni, hanno alcune particolarità. Escludendo sempre quelle assistenziale di associazioni o enti pubblici, rispondono alla necessità/ obiettivo dell’abitare, ma anche della vita quotidiana, condividendo attività e spazi, compiti di accudimento o di gestione quotidiana. Alcune nascono intergenerazionali (spesso su iniziativa pubblica) per uno scambio di aiuto tra giovani coppie per la cura dei figli e coppie anziane in difficoltà o per problemi di mobilità o manutenzione dell’abitazione.
Altre hanno partecipanti omogenei anagraficamente, anziani, alla ricerca di una soluzione per esigenze abitative e di gestione in età avanzata ed anche di natura economica, con la spartizione degli oneri per spazi comuni. In questi casi è sempre prevalente la componente femminile.
Anche in queste esperienze è promotrice la scelta volontaria, dopo la valutazione degli aspetti positivi e negativi: possibilità di auto aiuto e di sostegno reciproco, con rinuncia ad alcune autonomie e luoghi di privacy, per acquisire serenità e tranquillità.
Queste, se pur limitate, esperienze appaiono come un primo livello di solidarietà personalizzata o per meglio dire a persone individuate o individuabili.
Rompono l’isolamento della vita odierna sia per chi è molto impegnato nel lavoro, sia per chi come gli anziani, lasciato il lavoro, rischiano solitudine ed emarginazione.
E’ uno stato di prima solidarietà, ma anche una prevenzione primaria, soprattutto per i vecchi, di ricerca di una vita meno convulsa da una parte o meno solitaria dall’altra, in cui ognuno può sentirsi utile dentro rapporti intergenerazionali.
Rispondono alla primaria necessita del genere umano (come ogni specie animale) a trovare sostegni nel branco di appartenenza.
Su ognuna di queste “comunità” di casa o di strada possono poi essere innestati, a scelta dei partecipanti altre condivisioni, dalla spesa collettiva agli orti , dalle “prestazioni” educative, formative, assistenziali sino alla gestione di beni comuni o promozione di cultura, svago ed altro. Ho sostenuto in alcuni progetti l’importanza a fianco degli spazi culturali e delle biblioteche di ambiti aperti di socializzazione e inclusione degli anziani e d’aiuto agli stessi per il superamento del gap informatico, per raccogliere narrazioni, per valorizzare le professionalità disperse.
Il filosofo Salvatore Natoli, disse in un convegno che solo quando un individuo all’interno di una comunità, matura la convinzione che quello che lui contribuisce a dare agli altri, potrà essere una risposta a un suo bisogno, nasce uno Stato sociale, in cui un bisogno personale può essere soddisfatto anche in condizione economica difficile, perché riconosciuto dalla collettività.
L’autonoma scelta dei partecipanti configura una responsabilità individuale e collettiva che si autoalimenta e ha in se i geni per crescere, superando l’autoreferenzialità e isolamento che spesso le associazioni di volontariato, più o meno consapevoli, ripropongono.
Queste comunità come si rapportano con il “resto del mondo” in primo luogo associazioni e pubblica amministrazione e viceversa questi soggetti cosa possono cogliere dall’iniziativa di alcuni cittadini?
Compare un termine, mutuato da Amartya Sen, nel libro di Stefano Rodotà: l’ambiente abilitante.
I soggetti istituzionali, comprendendovi anche le associazioni di volontariato, dovrebbero sfuggire a tentazioni di “conquista” per offrire una disponibilità collaborante, che parte dall’ascolto e dalla lettura delle motivazioni per semplificare i rapporti tra questi cittadini e gli enti, se si condividono gli obiettivi.
Altro discorso per le cohousing, che possono distinguersi per finalità diverse, variando la natura dei rapporti con altri soggetti.
Le cohousing volontarie, intergenerazionali o per persone anziane, hanno all’inizio sufficienti energie per definirsi. Necessitano, con determinate clausole di reciproca salvaguardia, avere dal pubblico alcune agevolazioni normalmente riconosciute a singoli cittadini ad esempio nell’individuazione di aree edificabili, di spazi abitativi in edilizia pubblica.
Le cohousing con finalità assistenziali per soggetti fragili ( anziani o disabili) potrebbero coinvolgere, in un ampio ventaglio, il volontariato come i familiari associati e il pubblico allargato ( Enti locali,Fondazioni , onlus, ex Ipab), con accordi per la gestione e la disponibilità o le agevolazioni per il reperimento degli ambienti.
Infine ci sono le cohousing esclusivamente pubbliche con condivisione di spazi abitativi o di edifici condominiali, per le quali associazioni di volontariato e/o imprese sociali di gestione svolgono un ruolo più tradizionale.
Purtroppo però pur essendoci stata un’esperienza negli anni ’80 abbastanza diffusa e analizzata, si è poi scelto, sbagliando a mio parere, di abbandonarla perché richiedeva una qualità che il pubblico fatica ad acquisire: la flessibilità. Si sono confluite poi le risorse sulle RSA.
Ed allora quali opportunità? Alla prossima.