Legge di stabilità: i Fondi sociali (sei in tutto) sono stati finanziati per un totale di novecento milioni, di cui 400 milioni di euro per il Fondo per la non autosufficienza (1).
Piano delle demenze: è stato approvato un documento di intenti nell'ottobre 2014 (negli altri paesi europei è attivo un piano operativo da circa un decennio), con un accordo Stato e Regioni, in cui emerge che: non si hanno dati certi su quante sono le persone con patologie dementigene, morbo d'Alzheimer in primo luogo, né quanti sono i soldi spesi o da recuperare per affrontare il problema. Pare però che sia considerato un buon risultato.

Andiamo oltre, nonostante le premesse citate. Dopo le proposte, come già avevo richiamato nella precedente "Mille parole", azioni possibili.
Molte sono le idee condivise: il valore delle costruzioni di reti nei territori, la diffusione delle buone pratiche, la necessità di andare oltre la illustrazione del benfatto, per discutere anche delle criticità che rendono, in parte o in tutto replicabile quell'esperienza, rileggere il ruolo dei servizi  pubblici in relazione al welfare privato/aziendale e al welfare familiare, il legame tra welfare locale o di comunità e welfare centrale.
E' un dibattito ampio, che si sta svolgendo però quasi esclusivamente sulle riviste e i siti di settore,(2) o in alcuni convegni in cui gli interlocutori sono sempre operatori e esperti della materia e frettolosi politici e amministratori che portano il saluto. La stessa evoluzione in atto specie nei partiti della sinistra, tradizionale referenti, fa sì che si stia perdendo la figura dell'assessore /esperto di politiche sociali. Non parliamo dei ministri.
Le politiche sociali in affanno sembrano ancor più inadeguate nei confronti degli anziani, sia per l'entità numerica di questi, sia per l'estendersi delle malattie croniche, in particolare a degenerazione cognitiva, sia per i costi che queste patologie riportano nel servizio sanitario nazionale.
Per fare qualche passo in avanti occorre anche analizzare la condizione del welfare sociale italiano, non solo in termini di risorse, ma anche di elaborazione culturale, professionale e organizzativa, intendendo qualcosa in più rispetto alle metodologie programmatorie o ai modelli istituzionali.
Credo che in primo luogo al welfare sociale nel suo insieme, mancano alcuni anticorpi del proprio ceppo a cui richiamarsi per una nuova ricomposizione e collocazione. Proprio nel confronto con il Sistema sanitario, non meno in crisi, la difficoltà di dialogare con un linguaggio comune sta diventando per l'uno e l'altro dei sistemi una sorta di baco malevolo che distrugge entrambi dall'interno.
Riassumo in alcuni punti, ripresi in parte anche dai dibattiti su riviste e convegni, queste carenze di nuovi concetti socio-culturali- istituzionali che si confrontino con la realtà attuale.
Li divido in tre aree.


Area istituzionale e di mission
Il welfare sociale deve avere e cercare di attivare antenne continue sul territorio sull'evoluzione dei bisogni, ma anche sulla domanda e sulla percezione che i cittadini hanno della loro situazione.
L'assenza di risorse economiche e umane ha ridotto i luoghi di ascolto. La mancata riforma delle professioni sociali ha lasciato deboli le figure preposte, anche nel confronto degli altri professionisti, di area sanitaria, ma anche giuridica, economica, organizzativa.
L'esternalizzazione dei servizi ha consolidato la mancanza di antenne, perché spesso gli enti gestori cooperativi sono più interessati a vincere il bando che a progettare ex novo, in questo ruolo di antenne vicarie. Chi le ha attivate, ha fondato suoi servizi.

Area professionale organizzativa
Il sociale non ha cultura del dato scritto, della raccolta sistematica di dati ed informazioni da elaborare, del monitoraggio dell'evolversi della situazioni sociali con una lettura propria di settore. ISTAT solo da pochi anni ha dato avvio ad una raccolta ed elaborazione di dati in cui benessere, componente sociale e salute risultano indicatori imprescindibili.
Ancora: la formazione alla valutazione, alla lettura degli esiti, la costruzione di indicatori di struttura processo ed esito, non sono mai rientrati nella cultura professionale e operativa, per non parlare della valutazioni d'impatto sugli interventi attivati.
Questo pesa anche nella nascita e nello sviluppo delle buone pratiche. Sono tante, diffuse e valide. Un'esperienza condotta per anni in questo campo diede risultati ottimi con una grave vuoto di continuità. Le buone pratiche vanno monitorate, confrontate e rielaborate con ilo mutarsi della condizione d'intervento. Purtroppo quasi tutte le buone pratiche nascono da finanziamenti ad hoc, che secondo il malcostume italiano della PA, non chiedono mai il rendiconto, economico e sociale.
Il benchmarking, diffuso in altri settori, nel sociale non ha quasi mai avuto sviluppo.

Area culturale e istituzionale
Se il welfare si deve ricomporre, se si devono creare ponti tra il cittadino e il sistema dei servizi, tra il welfare di comunità e il welfare centrale, tra l'azione e l'investimento occorre mettere punti fermi.
Il primo ed inderogabile, deriva da un'analisi del suo attuale manifestarsi, per dire poi cosa invece vuol diventare in termini di:
-collocazione tra le diverse forme di intervento nelle e tra le relazioni che intercorrono tra i cittadini, tra questi e i servizi, tra gli utenti e tra questi e i servizi;
-concetti, culture fondanti, parole chiave che oggi occorre far crescere tra i cittadini, tra i professionisti, nei bilanci di missione degli enti pubblici;
-priorità da definire perché non sia sempre una rincorsa nell'emergenza, esaurendo risorse economiche e umane senza alcun risultato duraturo;
-individuazione di luoghi ed occasioni di confronto e di discussione per giungere ad elaborare percorsi ed obiettivi condivisi tra il maggior numero di persone.
Il secondo punto fermo riguarda gli anziani in generale e i non autosufficienti per alcuni aspetti.
Tutto quanto detto prima vale anche per affrontare l'evolversi di una composizione sociodemografica, in cui anche chiamare gli anziani una categoria, è riduttivo e di corto respiro.
Un insieme di cittadini che hanno un'età che per convenzione (variabile) supera i 65 anni, non sono un'entità uniforme, ma milioni di persone con esigenze diverse. Come dice l'etnografo Marc Augé il tempo non ha età, che è una regola esterna e quindi la vecchiaia non esiste .
Buone pratiche nei servizi, esperienze autonome e autogestite, la sperimentazione di nuove forme di solidarietà tra le persone nascono continuamente.
Le tecnologie per la comunicazione e la conoscenza entrano a far parte delle conoscenze individuali e della costruzioni di reti relazionali.
Il mondo del sociale può trovare un suo slow welfare, (prendo provvisoriamente in prestito da Slow medicine) con nuovi contenuti? Quali dovrebbero essere i principi fondanti? da dove cominciare?

----------

(1)Dossier curato dalla Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome (Settore salute e politiche sociali) 

http://www.regioni.it/newsletter/n-2642/del-16-01-2015/politiche-sociali-ricognizione-sui-fondi-dopo-la-legge-di-stabilita-13406

(2) -Farsi città nel farsi prossimi agli anziani invisibili fragili-Inserto di “A n. 276 ottobre 2013 Animazione sociale- edizione EGA,

- Prospettivi sociali e sanitarie, n.4.2, dicembre 2014, Inserto Welfare sociale: possibili ricomposizioni