Atto terzo. Là dove la centralità della persona è sfumata nel nulla. Sei vecchio, hai la demenza e sei anche donna. Quanto di te riesci a far cogliere, da chi ti sta intorno, da chi ti deve prendersi cura di te, da chi con te deve aver un rapporto di fiducia e di simpatia, da chi di te deve saper cogliere anche il non detto, quello che sta nascosto nei tuoi tanti anni?

Me lo sono chiesta tante volte entrando in un servizio residenziale, ascoltando il racconto degli operatori che andavano nelle case degli anziani, nel leggere gli elenchi delle medicine prescritte dai medici curanti, nel confrontare i protocolli tra gestori e ASL per le viste specialistiche.
Le prime volte, anni fa, mi colpiva la decisione, assunta immediatamente dalla direzione, per fortuna non ovunque, di tagliare i capelli, a volte solo striminziti crocchie rade, appoggiate sulla nuca, ma che probabilmente erano lì da quando quelle donne erano diventate adolescenti.
"L'hanno chiesto loro" per rendere più veloce "l'igiene" -altra sanitarizzazione di una pratica banale come il bagno e la pulizia individuale-la motivazione adottata dagli operatori, spesso anche non consapevoli del ricatto morale fatto alla vecchia o del tentativo di questa di acquisire benevolenza.
Poi, più tardi, subito dal corridoio, coglievi la sensibilità di quell'equipe dal numero di anziani, che, in carrozzella con il girello o con le proprie gambe, indossavano una tuta.
Quante di quelle ottantenni in quel periodo aveva mai portato i calzoni nella sua vita? Forse solo, almeno in pianura padana, quando andava in risaia, per sottarsi agli occhi vogliosi del padrone o del caporale o alla "pavera" molto diffusa nelle zone palustri appena bonificate, le cui foglie tagliavano la pelle. Era un lavoro da donne, pesantissimo, il cui raccolto era destinato, in un'economia povera, per impagliare le sedie di casa.
Perché nelle residenze per anziani non entravano le donne che avevano indossato i primi pantaloni da sci o i costumi da bagno.
Quelle tute sono state e sono tuttora le nuove divise, che hanno sostituito i pigiama a righe degli ospizi e dei ricoveri di mendicità.
Anche qui tante le giustificazioni, anche con ragioni pratiche: non si sporcano, non si svestono, non prendono freddo. Qualcosa di diverso da una tuta scura perché così non si vedano subito le macchie, non era possibile inventarlo?
Poi le residenze sono diventate RSA, la copertura sanitaria doveva essere a più alta intensità.
Allora per curare tutti le possibili patologie, definire gli accordi per le presenze programmate di specialisti: cardiovascolari, neurologi, psichiatri, geriatri, nutrizionisti, riabilitatori.
Non ho mai visto una ginecologa girare in una struttura o un protocollo di visite programmate per le donne. Eppure nelle residenze assistenziali le donne vecchie sono sempre in percentuale compresa tra il 70/80 % ed anche oltre.
Non ho mai visto una cartella socio-sanitaria in cui sia registrata un'anamnesi di genere. In che condizioni è l'apparato genitale di quella persona, quanti aborti (tanti clandestini) ha avuto nel corso della sua vita, con pratiche da mammana?
Quante volte è stata visitata da una ginecologa? Quante volte ha fatto lo screening della mammografia?
Poi il tema non autosufficienza ha cominciato a spaventare politici ed economisti, liberisti e non, le organizzazioni di tutela degli anziani e i sindacati pensionati. Una marea di dati ha sommerso tutti.
Sono andata a sfogliarne alcuni, per vedere se ricordavo male, ma purtroppo non è così. Solo in pochi casi sono disaggregati per genere, le malattie sono quelle standard di un'età avanzata, senza alcuna distinzione tra maschi e femmine, anche se si sa ormai con esattezza la loro diversa incidenza in base al genere e l'esigenza di una terapia mirata.
Negli ultimi anni sono finalmente emerse le esigenze valutative parlando di accreditamento e di qualità delle cure.
Ancora una volta quante sono le prescrizioni strutturali e organizzative, che rilevano differenza di genere, che tutelano la privacy della popolazione femminile residente, che prevedono spazi perché le anziane possano praticare le attività che più conoscono?
Questo è forse uno dei pochi casi in cui non si può invocare una parità di comportamento da una donna che per 80 anni è stata rilegata alle attività muliebri, anche quando andava a lavorare fuori casa. Ho visto tanti laboratori di falegnameria, poche zone di cucito.
Per uno strano scherzo del destino solo quanto s'iniziò a parlare di terapie per persone con demenza si realizzarono orti, giardini, piccoli allevamenti di animali domestici, che sono sempre stati di competenze delle donne, anche per arrotondare il bilancio familiare.
Infine gli item di qualità, altro punto asessuato.
Le attività di animazione che pure hanno rotto il paradigma dell'inerzia e dell'inattività non hanno quasi mai scandito programmi suddivisi per attitudini o conoscenze diverse, maturate nel corso degli anni. Il problema non è di vietarli a uno o all'altro genere, ma offrire un'opportunità di scelta alle preferenze individuali.
La valutazione della qualità di vita e di cura all'interno di un servizio è quasi sempre rilevata dalle pratiche quotidiane per i bisogni elementari, dal grado di assistenza tutelare, infermieristica e sanitaria. In altri termini si tratta sempre di una qualità dell'assistenza, come se l'assistenza non fosse connessa alla centralità della persona.
Siamo rimasti al concetto di umanizzazione/ personalizzazione, che ancora una volta mette in primo piano ciò che intende fare l'operatore, non ciò che si costruisce con la persona.
Però, per non offendere nessuno ho preso a riferimento un progetto finanziato dal Ministero della salute , nella cui relazione scritta di oltre 40 pagine, una pagina è dedicata alla "Personalizzazione/umanizzazione": Piano specifico di riabilitazione, preferenze alimentari, qualità del cibo, percentuale di spazi riservati all'animazione, regolamento delle visite, operatore di riferimento per i famigliari (l'unico serio ma troppo difficile- non è stato rilevato!) percentuale di questionati consegnati sulla soddisfazione dei famigliari e, negli stessi, la percentuale di valutazione "soddisfacente". Esaurito il tema.
Tralascio i risultati, che, pur non essendo particolarmente incisivi gli indicatori, sono decisamente sconfortanti.
La domanda finale resta una sola: una donna anziana, non autosufficiente, residente in una RSA, quando mai sarà al centro dell'attenzione di chi si deve prendere cura di lei?
Mi sono soffermata sulle RSA perché in teoria dovrebbe essere più facile monitorare alcuni livelli di qualità, il concetto non cambia per l'assistenza domiciliare e gli altri servizi territoriali, di cui riperlerò