La demenza come patologia fu riconosciuta dal dottor tedesco Alois Alzheimer all'inizio del secolo scorso, ma studi e approfondimenti (sintomi, decorso e diffusione)  rimasero all'interno del circuito scientifico.

 Cominciò ad essere riconosciuta su scala più ampia, dai singoli cittadini e nelle diagnosi di base, negli anni '80.

Con la sua rapida espansione si uscì dalla generica diagnosi popolare di "Arteriosclerosi da vecchiaia" e tutti, dal sistema sanitario alle famiglie, dalla società al singolo paziente, prima di tutti, cominciarono a confrontarsi con questa nuova patologia.
I comportamenti del malato d'Alzheimer, i sintomi della malattia, il suo percorso degenerativo, in tempi diversi per ognuno, hanno richiesto e attratto l'attenzione di specialisti di diverse branche sanitarie ma non solo: geriatri, neurologi, farmacologi, ma anche psicologi, animatori e sociologi per stare nell'aree "umanistiche", poi successivamente, con il nuovo millennio architetti, esperti digitali ed altri.
Centralità della persona, sia nell'accezione relazionale che organizzativa, come si rispetta e si traduce, se colui di cui ci si deve prendere cura ha una demenza, con tutta la sua complessità sociale, psicologica e sanitaria?

Il soggetto con demenza ha comportamenti, bisogni e richieste specifiche, che si sommano a volta annullandola, ma più spesso trasformandola, alla sua personalità, con la sua storia, le sue caratteristiche individuali, i suoi pregi e i suoi difetti. Ha, data l'età, pluripatologie.
Prendersi cura della persona significa conoscerla per gli anni trascorsi, per l'attuale condizione, per il probabile futuro. La diagnosi precoce comporta la possibilità di ritardare il processo degenerativo, ma in questo contesto, è l'unica possibilità di dialogare con l'anziano per capirne condizioni, disagi, ansie e paure. La centralità non sarà una costruzione assistenziale, ma la voce dell'anziano con tutte le sue risorse.

Perchè poi significa, in molti casi mediare la comunicazione e la conoscenza, anche per le attività quotidiane, con una persona terza: il famigliare o colui che questi ha messo accanto all'anziano. 
I comportamenti dell' anziano demente sono "anomali e disturbanti" il codice di vita sociale prevalente, individuale o comunitaria. Quindi come tutto quanto è fuori dalla norma, si tende a riportalo nei confini.
Ci sono ragioni anche pratiche. Spesso l'anziano demente infastidisce e disturba gli altri residenti nella casa, psicologicamente e operativamente, prospettando loro un possibile futuro o mangiando nel loro piatto.

Con numeri ancora ridotti di persone dementi all'inizio si tentò anche una convivenza comune.Con l'aumentata presenza, tra gli operatori della cura è prevalso un criterio "contenitivo" sia nei sistemi assistenziali sia negli ambienti di vita.
Sono quindi sorti i nuclei Alzheimer, i Centri Diurni Alzheimer, i Giardini Alzheimer, le residenze Alzheimer.
S'intervenne con i farmaci, all'inizio del 2000 con il supporto del Progetto Cronos, promosso dal Ministero della sanità e dall'Istituto Superiore di sanità.
I risultati sullo studio su oltre 5000 anziani sono stati deludenti, ma , come si può leggere nelle valutazioni finali, oltre agli obiettivi mancati si sono evidenziati anche le carenze del progetto stesso, degli strumenti e delle metodologie adottate.

Qualcosa si è inceppato in quel momento, ma forse l'insuccesso ha consentito un'inversione di rotta per ripensare nuovi approcci.
Recuperando anche esperienze pregresse si è cominciato a parlare di interventi psicosociali, a riduzione drastica delle sedazioni e degli antidepressivi, pur in presenza di condizioni compromesse.
Questo excursus breve, certo incompleto e forse non molto esatto testimonia però quanto ritardo, rispetto alla elaborazione inglese e nordica, c'è nel nostro paese nel costruire per l'anziano demente un percorso di " prendersi cura".

Mai concetto è stato più idoneo per un' assistenza ad una persona che, al momento, si sa che non guarisce.
Questo concetto del prendersi cura del demente richiede più che mai una cultura della centralità della persona costruita su misura, sulla base di conoscenze, professionalità e sensibilità .
Si dovrà ripartire dalla ridefinizione degli strumenti di valutazione e dei loro obiettivi: far emergere le risorse presenti da potenziare e assecondare, accanto ai deficit da compensare.
Si dovranno ripristinare condizioni di benessere ambientale e di spazi disponibili, che trasmettano sicurezza ma soprattutto serenità all'anziano, risolvendo il garantismo difensivo di operatori e gestori con strumenti diversi.
Nelle esperienze estere si parla di spazi verdi, animali da compagnia, accompagnamento dell'anziano sin dall'inizio perchè possa convivere il più possibile serenamente con la propria malattia, soprattutto all'esordio, quando si rende conto dei cambiamenti.
Fare del benessere, perchè anche questo vuol dire centralità della persona, l'obiettivo del "prendersi cura" di un anziano con demenza si traduce in:

  • costruire equipe d'intervento in cui sono compresi oltre agli operatori "professionali", i famigliari, i volontari, le "badanti";
  • ipotizzare gruppi di mutuo aiuto non solo tra i famigliari, cui già provvedono le associazioni, ma anche tra gli anziani stessi nella fase iniziale della malattia, perchè con le loro paure e ansie, possano confrontarsi con altri nella stessa situazione;i
  • dare vita a piccoli gruppi in cui gli anziani tra loro compatibili, possono interagire tra di loro.

Agire per il suo benessere vuol dire tranquilizzarlo non ricorrendo alle misure di contenzione o farmacologiche.

La trama di questi interventi agisce nei servizi su un'altra dinamica: l'integrazione tra servizi territoriali e servizi residenziali.

E' condiviso da geriatri e neurologi che si puo ritardare l'evolversi della malattia se s'interviene precocemente. Ciò comporta attezzarsi per intervenire a domicilio. Purtroppo, per ragioni affettive, economiche e morali le famiglie mantengono l'anziano  domicilio il più a lungo possibile. Spesso quasi si vergognano e non ricorrono alle visite necessarie e, se la diagnosi è formulata, ai possibili aiuti sul territorio. Come per altre patologie non esiste il " fai da te". il famigliare può fare molto ma sostenuto da un aiuto professionale. Ritardare non si traduce solo nella perdita di opportunità, ma anche di non permettere una conoscenza diretta della situazione dell'anziano: le sue ansie, i suoi dolori, le sue depressioni, che in fase iniziale sono molto presenti perchè procurate dalla consapevolezza e dal riconoscimento dei sintomi della malattia. L'anziano a cui è diagnosticato l'inizio della demenza diventa già il fulcro e l'attore della cura.

Le prime esperienze avviate ora anche in Italia rivolgono particolare attenzione alla costruzione di ambienti piacevoli e stimolanti sul piano sensoriale, con positivi risultati. Anche i momenti cruciali sino ad ora per l'asistenza agli anziani dementi, come il momento del pasto o del bagno o degli attacchi d'ansia sono affrontati con gli stessi presupposti.
Altre esperinze utilizzano le tecnologie digitali per ricomporre di pezzi di memoria e di conoscenze, che stimolano l'anziano.