Iniziamo dall'anziano, figura attorno a cui, in cerchi concentrici che si estendono, dovrebbe ruotare :

-il rapporto con l'operatore/gli operatori, il personale della struttura,

-l'organizzazione della vita e del lavoro nella residenza.

-la rete famigliare e volontaria di supporto, interna ed esterna,

-il sistema dei servizi  sanitari nei diversi livelli (territoriale, specialistica, continuità assistenziale, emergenza sanitaria, ricoveri ospedalieri, dimissioni).

 

Parlando di residenza assistenziale è preliminare la sottolineatura della peculiarità. Diversamente dagli ospedali dove si esce dopo un periodo di tempo determinato, lungo o corto che sia, dalla Residenza si  torna a casa, nell'attuale organizzazione, se si è in ricovero riabilitativo o di sollievo o di supporto all'assistenza domiciliare. Queste ipotesi sono però la minima parte. Più spesso la permanenza sarà a tempo indeterminato, o al massimo di attesa per un ingresso definitivo in un,altra struttura residenziale, ma diversamente registrata  negli elenchi e nelle procedure dell'ASL. Ciò significa che questa persona porta tutto con sé, tutta la sua vita e tutto ciò che ha lasciato, le sue fragilità e le sue sconfitte.

Questa condizione di definitività modifica molto i contenuti  che il sistema "prendersi cura" nel suo complesso, deve assumere.

Il singolo anziano non è un'identità indefinita ma un soggetto unico, che presenta in primo luogo una differenza di genere: uomo, donna, omosessuale (quest'ultima spesso nascosta, quando si entra in una comunità).

Questo anziano/a ha una storia fatta di relazioni, congiunti, amici, esperienze, attività professionali, gusti e passatempi, aspettative anche minimali (se non le ha, sono da recuperare) e delusioni, scelte individuali etiche, religiose, comportamentali.

Questo anziano/a ha abbandonato, in genere non per sua volontà, ma per necessità, la sua abitazione e l'ingresso in residenza è angoscioso, anche perché spesso non sa cosa l'aspetta e l'ignoto è sempre terrificante.

Questo anziano- e non a caso lo indico come ultima peculiarità - ha spesso pluripatologie, non autosufficienza fisica e psicologica, funzionalità scarse o nulle nella vita quotidiana, in molti casi anche problemi cognitivi.

Cosa significa allora questo concetto della centralità della persona, in questo ambito e con queste persone?

Che la centralità della persona non può essere rispettata con una serie di procedure astratte, ma solo ricostruendo quell'individualità e su questa modellare tutti gli interventi, in quel contesto e con quella persona, del personale e dell'organizzazione.

Finora il concetto di centralità  ha considerato determinante la relazione, costruita sulla comunicazione, tra persona e operatore e, negli ultimi tempi, il rispetto della sua volontà al momento delle scelte. Un filone che viene definito "relazionale"[i]

Le ultime ricerche adottano una visione "organizzativa", perché scrivono gli autori dell'articolo sopracitato:"la medicina centrata sul paziente dovrebbe coinvolgere il contesto delle erogazioni delle cure nella sua totalità".

Nel microcosmo organizzativo di una residenza assistenziale, sia essa chiamata  casa di riposo, RSA o residenza flessibile o tutto ciò che la fantasia ha partorito, il peso e l'inerzia dell'organizzazione hanno una rilevanza forse maggiore che  nei grandi sistemi ospedalieri, perché sono a ridosso dell'anziano, nel bene e nel male.

Di questo parleremo in seguito.

L'obiettivo di mettere al centro la persona si realizza se tutta la ricchezza e la complessità dell'anziano è assunta come riferimento continuo nel processo di cura, nel suo concetto più ampio.

In questo percorso della "presa in carico" servono  alcune predisposizioni culturali e strumentali:

-essere attrezzati perché l'insieme delle informazioni siano raccolte e non sintetizzate solo in un modulo predisposto,

-queste informazioni prima dell'ingresso in struttura vanno assunte, sia dall'anziano che dai famigliari, ma in momenti separati, perché sappiamo quanto influenzi il racconto dei familiari la situazione di stress dopo lunghi periodi di assistenza a casa e quanto condizioni l'anziano il desiderio di essere accettato in struttura, anche solo per  corrispondere al volere dei congiunti,

-l'assunzione e la trascrizione della "narrazione" dell'anziano deve essere finalizzata all'emersione delle energie e della capacità residue su cui proporre il programma di lavoro, tenendo conto delle carenze e delle disabilità presenti,

-l'ingresso in struttura deve essere agevolato nel rassicurare l'anziano, rispondendo anche a tutti i suoi interrogativi.

La centralità dell'anziano, in questo filone da cui abbiamo preso in prestito la denominazione "relazionale" pone l'accento sul rapporto comunicativo, empatico e fiduciario tra persona e operatore. La prima condizione perché si realizzi sta nella continuità, garantendo i diritti lavorativi, delle presenze degli stessi operatori.

Questo insieme di condizione per garantire  questa centralità dell'anziano non devono essere assunte come un ipotetico libro dei sogni né come enunciazioni teoriche.

Sono frutto di un'esperienza maturata in tanti residente assistenziali nel corso degli anni e in molte di esse ancora presenti.

Credo però che non siamo state ulteriormente elaborate e aggiornate in modo adeguato,  al passo con le modifiche  subentrate nel sistema assistenziale, sociale e sanitario e nella gestione dei servizi, ma anche nella sensibilità, percezione e consenso delle singole persone, anziani prima di tutto,  per le loro aspettative negli ultimi anni di vita. Sul piano culturale si è alzato il livello di istruzione, è aumentata la consapevolezza dei propri diritti e del valore delle proprie scelte, nello stesso tempo si è ridotta, sino a scomparire la presenza di familiari e parenti, spesso ancora più vecchi.

Un cambiamento enorme è intervenuto nel corso degli anni per l'aumento di persone con demenze e con problemi cognitivi. In questo ambito le esperienze esistenti sono ancora di nicchia in Italia e poco hanno assorbito dalle ricerche e sperimentazioni estere. Ma anche l'anziano con l'Alzheimer deve essere al centro del processo di cura, anzi perché questo avvenga,  maggiori devono essere gli sforzi degli operatori per leggere le sue  tutte le  sue espressioni emozionali, affettive, relazionali, anche se  mascherate dalle carenze cognitive.

La sintesi  delle condizioni/obiettivi sopra espressa, affinché si operi mettendo al centro la persona e nel nostro caso l'anziano, necessitano di una traduzione in modalità operative, in strumenti di lavoro, in formazione del personale, in percorsi interni ed esterni alla residenza, sociali, civili e sanitari, in tipologie edilizie.



[i]    Rinviamo ad un articolo, che pur parlando del paziente ospedaliero affronta questo tema con un approccio nuovo:

      Liberati G.Elisa, Lorenzo Moja, "L'ospedale centrato sul paziente è ancora lontano",  rivista Ricerca&pratica, Istituto Mario Negri, Il pensiero scientifico editore -2014