Vorrei ripartire parlando di caregiver- dal curarsi al curare, al prendersi cura- con le implicazioni a grappolo, che discendono da una visione laica del welfare.
Il caregiver, si dà sempre per scontato che sia la donna. Succede nella quasi totalità dei casi. Esistono anche figli e fratelli che hanno accudito il proprio congiunto, spesso sin dalla giovane età.

Questa differenziazione dovrebbe sollecitare una rielaborazione e riscrittura di questa figura e del coinvolgimento e riconoscimento del ruolo dei familiari, in quanto soggetti- non solo per ragioni affettive né per compito di genere- chiamati a svolgere una funzione inserita nelle competenze proprie dello Stato. Non parlo di funzione supplettiva o sussidiaria, ma essenziale- su piani diversi- anche qualora tutte le prestazioni assistenziali e i percorsi di cura fossero- purtroppo non avviene- garantiti direttamente o indirettamente dalla PA.
L'idea che si vorrebbe promuovere, in merito a questo specifico tema, ha alcune premesse:
- il rapporto affettivo tra le persone si costruisce nel corso della vita trascorsa assieme e, se sono coinvolti dei vecchi, è un archivio di ricordi e situazioni. Non s'inventa nel momento del bisogno, tanto meno se il passato è stato burrascoso o non piacevole;
- l'esigenza di cura , se sono coinvolti anziani, convive con le necessità di altre persone presenti nel nucleo o fuori, con bisogno di aiuto, come i bambini, coniugi del partner: le scelte sono difficili e se costrette lasciano strascichi;
- nella famiglia ci sono altre relazioni e dinamiche, con il partner, con i figli, con altri familiari prossimi fuori dalla casa, per i quali non è richiesta la cura ma l'attenzione, la disponibilità, per non indurre o aggravare altre crisi catastrofiche. Quante coppie sono "scoppiate" perché uno dei due doveva dedicare tutto il suo tempo a un non autosufficiente, genitore o figlio?
L'altra lettura che accompagna il ruolo del caregiver è sul piano economico, sia attivo che passivo: la rinuncia al proprio lavoro o a parte di esso, il rischio di restare fuori da questo mondo per lungo tempo e, in periodo di crisi o per ragioni anagrafiche, non riuscire a rientrare, quando si potrebbe. Quanto  significa in termini di costi/risparmi,( per la società e lo Stato) l'assolvimento di questo compito in famiglia, per un senso di responsabilità  individuale e verso gli altri familiari?
Un ulteriore parametro. Dovrebbe esistere una libertà di scelta che, senza dover essere tacciata a priori di egoismo o di mancanza di riconoscenza o aridità emotiva, deve essere resa possibile e manifestarsi, avendo sul tappeto tutte quelle opportunità di sostegno e alternative, che prima elencavo sommariamente, senza essere obbligata per una o l'altra delle opzioni.
Infine serve analizzare meglio cosa s'intende per caregiver: ci sono in questa figura le prestazioni assistenziali di cura vera e propria, c'è il compito di coordinamento e organizzazione, quando c'è un assistente familiare che si fa carico della cura del corpo, c'è la funzione contrattuale e decisionale verso l'esterno (PA, sistema sanitario, oneri amministrativi, fiscali e burocratici e tanto altro). C'è infine, qui si sviluppa un'altra finalità valoriale, la "cura dell'anima" dell'assistito, la ricerca dei luoghi e dei modi che assicurino serenità, la capacità di attivare tutte le risorse ancora esistenti, fossero anche solo quelle sensazioni epidermiche di calore e vicinanza.
Questi lati "limitativi" della decisione/obbligo di essere o diventare un caregiver ha anche una lettura diversa, che è fatta dell'aspetto affettivo di questa funzione: il piacere di offrire aiuto ad una persona cara, a prescindere che sia una restituzione o una donazione; la scoperta di una relazione diversa che si può manifestare in certe circostanze, anche migliorativa di quelle precedenti; la possibilità di riscoprire negli altri qualità o caratteristiche che la vita normale non concedeva.
Riflettendo su questo ruolo del caregiver ho ripreso un libro (Prenditi cura, edizioni et al/due, 2013), poche decine di pagine, scritte da Letizia Paolozzi, figura storica della cultura femminista italiana, che partendo da un documento " Cura del vivere" raccoglie in giro per l'Italia, in realtà diverse per condizioni sociali, economiche, di crescita di coscienza sindacale, civile ,sociale, di genere, il dibattito, molto differenziato, che si è sviluppato su questo tema. Partendo da una posizione che considerava la cura una negazione dell'autodeterminazione, ma confermando la determinazione di rifiutare che il welfare della crisi sia ributtato sulle spalle delle donne, si affrontano alcuni nodi, oggi raramente al centro del dibattito, anche della sinistra. La mia scarsa dimestichezza con il dibattito della cultura femminista non mi permette di entrare nel merito per una valutazione, ma li richiamo perché mi sembrano coerenti con quanto prima affermavo sia sulla libertà di scelta che sull'arricchimento individuale in una relazione di cura. Ne cito alcuni: il senso della libertà non equivale all'indipendenza ( Hannah Arendt), la cura è anche un collante (di cui l'opposto è l'incuria) che tiene assieme affinché "il mondo non si regga solo sulle relazioni di potere, ricchezza e sfruttamento, ma restituisca senso alla fragilità, al limite, alla responsabilità". Altra citazione (Maria Luisa Boccia) sempre nell'ambito della differenza tra curare e prendersi cura :"..ad ogni donna il lavoro di cura. Il punto è se lo devo fare o lo voglio fare, non subirlo e come questo trasforma la relazione.....questa situazione non la rimontiamo se non facciamo della cura una moneta circolante.....anche per modificare il lavoro di cura vedendo "quel di più" che non può essere dato dalla-per quanto ottimale- organizzazione dei servizi". Se la cura ha la funzione politica di "fare legame" occorre per non fare le funambole combinare tempi di vita e tempi di lavoro, compreso " un po' di tempo per me-ritrovare se stessi, vivere meglio" tema al centro del libro di Marina Piazza dallo stesso titolo, ( Mondandori editore)
Il prendersi cura diviene un'esaltazione di quelle sensibilità/ qualità della donna nell'adempire questo compito e non solo un mero obbligo per " immagine sociale e ruolo assegnato"
La diversità dei luoghi di discussione, delle professionalità e dell'esperienze in campo hanno portato suggerimenti non solo sull'identità di genere, ma anche sulle possibili risposte dello Stato, ma soprattutto su come riorganizzare un welfare meno rigido, più umano e personalizzato, che trova risposte nell'organizzazione del lavoro, nelle politiche economiche e fiscali, nei riconoscimenti delle funzioni svolte, anche per costruire nuovi percorsi professionali.
Quando ho parlato di un welfare laico a questa visione d'insieme mi riferivo, alle diverse angolazioni da qui i nodi del suo sviluppo possono essere affrontati.
Il caregiver, la sua collocazione e valorizzazione, le opportunità offerte, l'inserimento a tutto tondo nella politica sociale, non come mera esigenza e necessità, è un banco di prova e una sintesi di come si vuole innovare.