Esiste un concetto di laicità dello stato sociale, come per la categoria più ampia della laicità dello Stato? Oppure il modello non presenta ambiguità?
Lo "Stato sociale", specie negli ultimi anni è stato identificato nei temi del lavoro, degli ammortizzatori sociali e delle pensioni. Oltre a questi ambiti è visto- in una coincidenza economica e politica di cultura liberista e di una scarsa elaborazione di nuove politiche sociali- come sinonimo di interventi assistenziali riparativi e non rigenerativi per i bisognosi, per chi sta male e non ha soldi, per chi non ha un lavoro e non riesce ad essere un selfmade man.

Stato sociale è quindi divenuto, con disinformazioni di parte, qualcosa che non ci si può più permettere, un lusso per i tempi di ricchezza.
Stato sociale, partendo dalla fonte inglese " welfare state", è una visione complessiva di un obiettivo pubblico per garantire benessere e uguaglianze per tutti i cittadini – senza distinzione di condizione economica, collocazione professionale, appartenenza di genere, di religione, di nascita. E' lo Stato sociale di cittadinanza che previene le diseguaglianze, perché quando si interviene sulle diseguaglianze, già c'è uno spazio di iniquità.
Lo stato sociale è la spesa per scuola e sanità, assistenza e prevenzione, percorsi d'inclusione e processi riabilitativi ( anche nelle carceri) previdenza sociale (pensioni a vario titolo) e accessibilità ai bisogni primari della vita (casa, cibo, trasporti ed altro).
Lo stato sociale è, mutuando un obiettivo della Carta di Lisbona dell'UE, in tutte le politiche. Le barriere non sono solo architettoniche, ma culturali e politiche.
La Costituzione italiana con linguaggio solenne, incastonato nel clima dell'epoca, esprime un riconoscimento della sua validità, ma anche della sua laicità, uscendo dalle culture corporative ideologiche fasciste.
Cosa è successo di questa visione dello Stato sociale?
Dopo la stagione dei diritti degli anni '70 e '80: riforma sanitaria, chiusura (?)delle istituzioni segreganti, divorzio e aborto, leggi di categoria-invalidi, disabili, asili nido- tutto si è frammentato e ha assunto un contorno "erogativo/riparativo".
Si è annebbiato l'innovativo ruolo pubblico, a garanzia dell' eguaglianza dei cittadini, che accompagnò nel dopoguerra le politiche degli enti locali per l'infanzia, a sostegno della famiglie e delle donne, per agevolare non solo la ricerca del lavoro, ma per equilibrare oneri e carichi all'interno del nucleo, offrendo pari opportunità di partenza ai bambini (guardate la campagna di comunicazione e il video "La prima volta, il mondo scoperto dai bambini" di Save the Children

illuminiamo il futuro).

Paradossalmente la tanto attesa legge 328/2000 "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali" e dopo un anno la riforma del Titolo V della costituzione innescarono processi di disintegrazione della concezione dello Stato sociale. Si aprì, con l'articolo 17/328 un varco, pur sotto il nome della libertà di scelta, che lasciava alla famiglia, monetizzandola, tutta la responsabilità di assistere i propri componenti con bisogno di cura e di accudimento ( bimbi, anziani, disabili).
Questo impoverimento culturale e politico dell'idea di Stato sociale, ha, in un momento di crisi come l'attuale, conseguenze devastanti. Non è possibile rispondere con un intervento riduttivo e riparativo, perché non si coltiva la prospettiva di un'inversione e di una crescita.
Ambiti concreti, per le diverse possibili interpretazioni, misurano uguaglianza, laicità e crescita:
-il ruolo della famiglia e dei suoi componenti, nella partecipazione alla crescita sociale, in termini di età, genere, oneri economici, libertà di scelta;
-le scelte in tema di salute, cura ed assistenza, comprese le scelte individuali in momenti decisivi quali la nascita, la morte, la malattia.
Sono temi che incrociano, in maniera inevitabile, la vita di una persona, in particolare in età avanzata, e spesso sono anche dirimenti.
Un possibile interrogativo sulla laicità nella quotidianità: la donna nella famiglia è predestinata ad assumere il ruolo di caregiver, quando necessita garantire assistenza al congiunto bisognoso o non autosufficiente, come può essere anche un bambino?
I congedi parentali dei genitori cosa rappresentano?
Le risposte non sono neutre, derivano da premesse culturali, economiche, religiose, che il livello di laicità dello Stato, potrà superare in toto o in parte, nel confronto politico, senza che vi siano valori non negoziabili.
Discussioni molto ideologiche accompagnarono i primi esperimenti di scuola a tempo pieno, quando i Comuni erano accusati di voler "sovietizzare la scuola e irreggimentare i fanciulli". Oggi credo che nessuno si esprimerebbe in questo senso su questo servizio scolastico, ma forse una diversa convinzione ad adottarlo rimane tra amministratori di culture diverse.
Qualità di vita, salute e cura, dove corre la linea di discrimine?
Una visione laica della vita si esprime nel non essere obbligato alla sofferenza e poter scegliere i percorsi di cura ed assistenza, anche di fine vita, consoni al proprio sentire. Cosa succede quando il soggetto coinvolto è un anziano? Chi decide per lui, quando non è in grado di farlo personalmente?
Nella valutazione della qualità di vita rientra l'ambiente che ci circonda, le sue peculiarità, i soggetti con cui veniamo in contatto o che vogliamo trovare sulla nostra strada, ad esempio volontari e nuovi gestori.
Si è discusso molto, in anni passati, su sussidiarietà orizzontale e verticale.
Come succede spesso in Italia, non si è approfondito oltre, con leggi che hanno ondeggiato molto e sulle quali, com'è emerso recentemente, per un mancato controllo, si è abusato da più parti.
In sintesi, penso che un dibattito sereno, scelte chiare e trasparenti e normative adeguate dovrebbero, all'interno dei temi prima indicati e nell'area anziani, tradurre la laicità in operatività in questi ambiti:
-il riconoscimento, a diversi livelli ( professionale, fiscale, famigliare) del ruolo della famiglia e dei caregiver e delle assistenti familiari (badanti), campagna di sostegno su cui questo sito si è speso nel corso di questi ultimi anni;
-la costruzione di percorsi di cura ed assistenza per gli anziani, anche in fase terminale;
-gli strumenti di trasparenza, partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nei rapporti tra pubblica amministrazione, terzo settore, sistema privato nella gestione dei servizi pubblici.
Il limite di parole di questa rubrica, obbliga ad affrontare questi tempi in successione. Saranno molti più gli interrogativi che le certezze, perché si avverte un vuoto di elaborazione e una frammentazione del confronto e del processo decisionale.
Sul tema della cura, del prendersi cura, del ruolo scelto o imposto alla donna di casa, come caregiver predestinato, ci sono riflessioni e pensieri stimolanti, all'interno dei gruppi che proseguono un dibattito del movimento femminista, ma non compaiono accanto alle elaborazioni molto divulgate di sociologi, economisti, opinionisti vari, nella costruzione dei capisaldi del welfare di cura del terzo millennio.
Da qui partiremo, proponendo solo alcuni temi, per fissare qualche principio di laicità di un welfare per la crescita.