Come si può pensare tra 10/20 anni di poter garantire un'assistenza per la disabilità cronica solo in servizi residenziali collettivi? Come si può lasciare che il giusto concetto di domiciliarità pesi solo sulle famiglie e sui caregiver, siano anche "badanti", perché non si è progettato un welfare flessibile a più ingressi?

Occorre interrogarsi in proposito.

L'attuale modello di assistenza agli anziani è stato modellato tra gli anni '70 e '80 con un percorso che partiva, anche per i numerosi scandali che si erano succeduti contro gli assistiti di ogni età, dalla deistituzionalizzazione di bambini, adulti, anziani, disabili fisici, sensoriali e mentali, rinchiusi in quelle istituzioni segreganti che si chiamavano sulla scia delle opere pie medievali, manicomi, lazzaretti, ospizi, orfanotrofi e brefotrofi e tutte le denominazioni “caritatevoli” della segregazione.

Si ruppe quell'isolamento ribaltando, a volte anche senza la necessaria dotazione, la situazione. Alcuni, non più riconducibili a una casa e a una famiglia, rimasero in quelle stanze.

Le politiche sociali, specie per gli anziani, cambiarono indirizzo. Si progettarono le case albergo o centri sociali, gli appartamenti all'interno di edifici residenziali pubblici, partirono le prime esperienze di aiuto a domicilio con figure di collaboratrici domestiche divenute poi operatori socio assistenziali (OSA) o nomi analoghi.

Quando nel corso degli anni '80 si registrarono i primi aggravamenti dei residenti nelle case albergo o negli alloggi di edilizia popolare, per ragioni e spinte diverse, ben individuabili in aree economiche e accademiche, si perseguirono soluzioni unidirezionali: costruire residenze per non autosufficienti, “premiando l'aggravamento” riconoscendo maggiore intensità assistenziale (molto più remunerativa per i gestori), abbandonando progressivamente ogni idea di prevenzione, riabilitazione, ritorno al domicilio. La vecchiaia, come il parto e l'infanzia fu sanitarizzata e dei vecchi si valutarono solo i deficit, mai le risorse.

L'unica esperienza che conosco, in cui fu rispettata la scelta iniziale di accogliere anziani autosufficienti, in appartamenti individuali, con l'obiettivo di mantenerli al proprio domicilio anche con l'aumento delle disabilità, è quella del Centro sociale di Lastra a Signai.

Stanno sorgendo ora alcune esperienze che modificano il modo di essere- come organizzazione, ricettività e finalità- dei servizi residenziali.

Alla domanda iniziale può essere data, io credo, solo una risposta negativa e non solo per ragioni economiche.

Siamo in grado oggi di fare previsioni sulle cause più probabili che possono condurre alla non autosufficienza ( oltre alle patologie neuro-degenerative): obesità, malattie cardiovascolari, diabete,

contro le quali sono essenziali stili di vita corretti, educazione alimentare e sanitaria diffusa, accesso equo alle cure e appropriatezza delle stesse, condizioni individuali accettabili sotto il profilo economico, psicologico, sociale e relazionale. Riassumo in “prevenzione” come obiettivo individuale, comunitario e sociale, di cui ho già parlatoii.

Non si può rincorrere la non autosufficienza, perché diventerebbe un'emergenza sociale e sanitaria, oltre che economica così come ogni altra situazione di rischio, sia ambientale che territoriale, non può essere affrontato solo nella tragedia, ma nella preventiva programmazione.

Il dilemma consueto: si sta investendo tanto sulla non autosufficienza, come è possibile dirottare sulla prevenzione? E' analogo a quello che investe l'integrazione sociosanitaria. Gli ospedali, la farmaceutica, l'innovazione tecnologica assorbono risorse che non possono essere destinate al territorio ove la voce principale è la spesa per il personale. E' evidente che questo approccio non conduce da nessuna parte, tranne che all'abbandono, non solo metaforico, progressivo degli anziani non autosufficienti. Il cambiamento va applicato anche nelle politiche assistenziali, con una scelta politica prima ancora che tecnica, con la consapevolezza che l'avvio non può che essere su più fronti ricollocando le risorse esistenti Vedasi il convegno IRS-CAPP del 26 /09/2013 di Milanoiii

Accanto alla “prevenzione” necessita costruire un progetto che ridisegna la mappa del welfare: coinvolge la politica, le amministrazioni centrali, regionali e locali, gli enti profit e non profit, la cooperazione sociale, le Fondazioni, ma anche le scuole, le forze economiche e produttive. Questo progetto deve sostenere e sollecitare, nei propri ruoli, tutti i soggetti coinvolti.

Il sistema assistenziale, sociale e sanitario, deve costruire percorsi perché riduzione dei tempi di attesa, appropriatezza delle cure, continuità assistenziali, umanizzazione della cura, flessibilità e facilità nell'accesso e nell'uscita da ognuno dei nodi della rete, siano obiettivi condivisi.

Un esempio per tutti: le RSA, senza proseguire nella frammentazione delle tipologie, diventano servizi di supporto al territorio per le non autosufficienze, per i ricoveri di “sollievo”, per riabilitazione postraumatica, invalidità temporanee, necessità di cure infermieristiche e non saranno entità segreganti che tolgono fiato e opportunità alla domiciliare.

Le amministrazioni e gli enti s'impegnano a dare supporto ai familiari che assistono al domicilio garantendo loro la risposta assistenziale immediata in caso di necessità, un sostegno economico, come previsto in alcune regioni, ma anche un riconoscimento del ruolo svolto, non con afflato compassionevole e devozionale, ma laico, sostenendo e promuovendo aiuti, formazione, gestione condivisa ( a livello di condominio, di quartiere, d'isolato) delle assistenti familiari. Ciò può consentire non solo l'emersione dal nero di queste “ badanti”, ma anche la loro formazione e la possibilità, con una responsabilità sociale, di assistere a casa loro anziani soli.

Con la cooperazione sociale e i soggetti con varia denominazione chiamati a gestire i servizi residenziali e domiciliari, vanno ridisegnati i cardini del rapporto.

Un esempio anche in questo caso: la PA rinuncia a voler imporre la propria organizzazione e metodologia d'intervento, ma nella sua funzione di garante per i cittadini, chiede ai gestori di rendere espliciti al soggetto pubblico e ai singoli cittadini, in ogni momento i risultati conseguiti, con indicatori concordati su qualità assistenziale e di vita degli utenti. Sul tema valutazione ritorneremo in seguito.

Infine anche il rapporto con il mondo dell'associazionismo e del volontariato va riaggiornato all'attuale condizione economica e sociale, ma anche alle mutate percezioni e consapevolezze delle persone.

Il volontariato, in qualunque forma si esprima, ha un ruolo specifico nella costruzione di coesione e solidarietà sociale, non in una forma di auto incensamento o di supporto a una parte partitica, ma di coinvolgimento ed estensione della partecipazione dei cittadini. Il volontariato può svolgere la sua funzione, non solo fornendo servizi specifici, ma in particolare collaborando con PA e società dedicate per promuovere cultura diffusa ed iniziative per migliorare gli stili di vita, senza cadere nella tentazione della sanitarizzazione della vecchiaia, per togliere dalla solitudine e dall'emarginazione chi è a rischio, non una volta all'anno per il pranzo di Natale, ma nella quotidianità. Il volontari esprimono un'immensa ricchezza nella misura in cui si presentono come persone, anche se associate.

Anche qui un esempio: le camminate della salute, la formazione all'uso delle tecnologie digitali sono prevenzione. Chi meglio di un'associazione di volontariato può farlo?

Ci sono materiali, idee e progetti in circolazione da professionalità diverse su cui iniziare. Chi avrà curiosità e coraggio per partire?