E’ uscito la Raccomandazione Siquas “I requisiti di qualità nell’integrazione tra sanità e sociale”, (Franco Angeli) che ho curato con altri quattro amici e soci Siquas, Anna Apicella, Giorgio Banchieri, Francesco di Stanislao e Veronica Sabatini. 

altIl libro raccoglie un lavoro durato tre anni.

Inizia come titolo di un possibile workshop, poi assume slancio e autonomia di lavoro, con un programma nutrito: convegni di studio di buone prassi, relazione nel corso del congresso Siquas di Grado 2010, ad un incontro formativo di  MMG della Regione Friuli Venezia Giulia, illustrazione dei risultati intermedi e finali a Bologna, all’interno del Forum sulla non autosufficienza (Maggioli editore) nel 2010,2011 e 2012, articoli su riviste di settore, consensus conference con diverse categorie professionali, sino alla pubblicazione cartacea di questi giorni.

Prima esprimo un’osservazione generale sulla pubblicazione.

E’ chiaro che, essendo stata presente dall’inizio alla fine, anche se coordinamento e confezionamento finale sono merito da ascriversi a Banchieri e Sabatini e all'Osservatorio sanità, le mie osservazioni sono una riflessione personale finale.

Il libro, credo, sia l’immagine “cartacea” del lavoro fatto, nel bene e nel male. Affronta il nodo “integrazione” da più punti di vista, coinvolgendo livelli d’operatività diversi e cercando anche di stimolare successivi impegni nel territorio, dalle Amministrazioni regionali sino ai Comuni, passando per ASL, ASP, società scientifiche e professionali, associazioni di cittadini e di stakeholder.

Ha cercato un linguaggio comune tra professionisti di settori “costretti” a parlarsi, ma che, molto spesso, anche senza pregiudizi, hanno un’idea ridotta, se non sbagliata del lavoro altrui. Nel testo contraddizioni lessicali e utilizzo di termini non condivisi, sono qualche volta sfuggiti. Non ci sono le “supervalutate” evidenze scientifiche, perché il tema forse non è stato finora oggetto di studio specifico, ma nel testo e negli allegati, studi, più internazionali che italiani, sono ampiamente citati. C’è una disomogeneità nei vari capitoli, perché c’è disomogeneità nei gradi d’approfondimento, oltre che nell’approccio e nella cultura professionale dei diversi autori e collaboratori.

Uno degli amici del gruppo di coordinamento, Franco di Stanislao, citava sempre le cinque “leggi” di Leutz (1999) sull’integrazione sociosanitaria, l’ultima delle quali recita: colui che integra detta il tempo e le regole.

Questo è quello che è successo in questo gruppo di studio, ma non per prevaricazione dei sanitari, ma per debolezza numerica dei “sociali” presenti, che come categoria professionale, sia per errori metodologici, che non hanno coinvolto direttamente gli operatori sociali.

altCredo che, alla fine, anche il titolo del libro, modificato rispetto all’input iniziale, ripetutamente discusso, sia specchio del lavoro fatto e da fare, ma anche della quinta legge di Leutz. Lo dico scherzosamente ma è emblematico. Era “ integrazione socio-sanitaria”, poi “ integrazione tra sociale e sanitario”, alla fine “integrazione tra sanitario e sociale”. Chi detta in futuro tempi e regole?

 

Obiettivi, contenuti, sviluppi

L’integrazione sociosanitaria è un mantra degli ultimi 40 anni, avviato dall’istituzione del SSN.

Come molti altri istituti e diritti questi principi d’integrazione hanno ondeggiato nel paese, in parallelo al dibattito politico e sociale e alle tensioni al rinnovamento.

Come sempre la realtà va più veloce delle conquiste sociali e legislative, nonché delle consapevolezze politiche.

L’esplosione della popolazione anziana, le scoperte scientifiche in medicina la frammentazione della valutazione e delle prestazioni sanitarie, la lievitazione dei costi del sistema sanitario quando più alte – a torto o a ragione- sono la domanda e l’aspettativa dei cittadini.

Questa riflessione collettiva sull’integrazione sociosanitaria è al passo con i tempi, risponde alle domande in primo luogo dei cittadini, è ancora attuale?

La Raccomandazione ha due grandi meriti:

·              ha richiamato l’attenzione di professionisti, associazioni rappresentative dei cittadini, di enti pubblici e privati e delle loro organizzazioni, sull’inderogabilità del tema;

·              ha reso possibile e condiviso la conoscenza -oggetto di specifici approfondimenti- dello stato dell’arte nel paese, la diffusione delle buone prassi e sperimentazioni nei diversi ambiti da portare  al confronto con altri operatori.

L’interrogativo è oggi posto sul futuro.

La prima meta deve tenere aperto questo spazio di studio, tradurlo in prassi (legislative, procedurali, organizzative) evitare un ingessamento delle riflessioni, una riappropiazione categoriale dei concetti e alla fine le rivendicazioni settoriali della titolarità del processo.

La seconda esigenza coinvolge altre aree e operatori: enti e servizi pubblici hanno nel confronto del cittadino- dall’amministrazione  fiscale all’organizzazione amministrativa e burocratica, alle Autorithy dei vari settori –dovrebbero essere indirizzate ed obbligate ad acquisire azioni e comportamenti volti al rispetto dei diritti e della dignità della persona. Fino a che vige  una prassi che chiunque sia dotato di un potere anche minimo possa agire e prevaricare la persona, considerarla colpevole/ignorante, questo favorirà comportamenti analoghi anche in settori delicati quali quelli della salute e  dell’inclusione sociale, che coinvolgono le maggiori fragilità.

In questo spazio dedicato agli anziani, serve fare un ulteriore passo in avanti perdiffondere una cultura del rispetto, della dignità e dell’individualità.

L’integrazione sociosanitaria già oggi concetto asfittico deve essere considerata un tassello (culturale, organizzativo, istituzionale) all’interno di un agire dei servizi e degli enti che si confrontano con le persone, con le donne zittite e prevaricate, con la depressione e le malattie provocate dalla crisi economica, dall’emarginazione culturale e sociale, dalla fuga dalle cure perché costose, con uno sviluppo urbano e ambientale che confligge con salute e benessere

Ognuna di queste condizioni riguardano gli anziani e a volte si sommano in una stessa persona.

Allora cambiare paradigma, come si dice con nuovo tic lessicale, vuol dire parlare d’integrazione in una cornice più ampia, in cui ascolto, partecipazione, relazione, (altri tic votati alla retorica, se non concretizzati) non sono solo modi di agire ma si devono tradurre in atti e comportamenti, confrontarsi con le discipline  più giovani, non essere affidati solo alla buona volontà del professionista, ma essere incentivati, premiati, arricchiti dalla cultura e dalla prassi.

Abbiamo spesso discusso nel gruppo cosa significa “personalizzare e umanizzare”. Cosa significa alla luce anche delle più attuali scoperte delle neuroscienze? Sui giornali in questi giorni si riporta della consegna del premio “ Mente e cervello” dell’Università di Torino,  al matematico e neuropsicologo Timothy Shallice, coordinatore della Scuola Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. Afferma lo studioso “l’uomo è un prodotto di dinamiche alle quali possiamo dare dei nomi e magari appurarne l’esistenza tramite le tecniche di imaginig cerebrale, ma che non possiamo toccare” ed ancora “ le neuroscienze introducono inoltre un elemento di complessità in più, ma sicuramente utile alla medicina personalizzata……..e ci suggeriscono che il cervello è diverso da persona a persona”[i]

Significa un lavoro multidisciplinare in cui la persona/cittadino/utente non è soggetto astratto, ma attore presente. Per gli anziani, come dice questa rubrica conquistare l’eguaglianza.

Significa, per le categorie più fragili o più esposte ragionare in termini di benessere, riconoscimento, partecipazione, personalizzazione andando oltre lo stato di salute e la correttezza delle prestazioni, ma concorrendo a migliorarli.

 


[i] La Stampa mercoledì 13 novembre, inserto Tuttoscienze,  paggII/III