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Ho iniziato queste riflessioni molto schematiche, parlando di nuovi anziani, della casa come “esercitazione” per delineare il futuro, speriamo prossimo, del welfare nazionale.

Oggi riprendo due termini, che come ho sostenuto in un network sociale, sono ormai tic lessicali (definizione presa in prestito in un blog): personalizzazione e umanizzazione.

Se ne parla ormai da decenni. Chi è nei servizi coglie in queste due parole che, negli anni ’80 erano innovative, una trama ormai lisa. Si dicono, ma ognuno ha una sua idea e se le traduciamo nel canovaccio dell’agire quotidiano, trovano declinazioni diverse.

Aggiungo, come termini più frequenti, comunicazione, ascolto, narrazione: ognuno può aggiungerne qualcuno. Ora, dal nuovo codice deontologico dei medici arriva “persona assistita” al posto di paziente.

Ricordo sempre una situazione. Alcuni criteri per personalizzare, negli anni passati, erano negli orari quotidiani e nel servizio ristorazione all’interno delle strutture residenziali: alzata e igiene personale, non in ore antelucane, colazione personalizzata in orari diversi, pranzo e cena in ore domestiche e non ospedaliere, scelta dei menù e così via. Poi alcune verifiche hanno, non ovunque, ma spesso, parlato di alzate degli anziani, come negli anni precedenti, prima del cambio del primo turno mattutino( h 06,00 !!) le colazioni non erano più personalizzate, ma quando andava bene su due turni fissi, il pranzo e la cena anticipati in un percorso inverso a quello iniziale.

Per me personalizzare significa due principi: confronto con la volontà della persona (cogliendo anche i messaggi non verbali) e rispetto dei tempi e delle risorse individuali, poche o molte, esistenti.

Per me umanizzare significa porsi - per ogni azione che si compie verso la persona, il gruppo, i residenti- la domanda: se io fossi al suo (loro) posto mi piacerebbe ricevere questo trattamento ( verbale, medico, infermieristico, tutelare eccetera)? E’ sottinteso che l’onestà intellettuale è d’obbligo.

Perché riduco due concetti che hanno avuto tante riflessioni e declinazioni ad una quasi banale interrogazione?

Perché dietro ai concetti si possono nascondere alibi, frustrazioni, burn-out, egoismi e cattiverie che sono mascherati accusando i vecchi di essere viziati, di fare i capricci, coprendo omertà tra operatori, invocando le scarse risorse a disposizione.

Questa ultima motivazione, purtroppo spesso è vera, ma occorre anche interrogarsi sulle origini (nei finanziamenti, nella gestione, nella cattiva organizzazione) e in ogni caso, cercare anche nelle difficoltà le priorità da salvare. Risulta più difficile, in momenti di crisi, ma non è vero che più risorse corrispondono automaticamente a miglioramenti.

Ritorniamo ai due concetti in esame e incrociamoli con le due considerazioni iniziali che abbiamo introdotto: i nuovi anziani ( e con loro coloro che già sono grandi vecchi, ma assorbono, per fortuna, anche una nuova cultura della partecipazione) e l’abitare.

Parlando di nuovi anziani intendiamo riferirci a persone che sono cresciute in una società- la nostra -in cui i ruoli delle persone, dei professionisti e degli interlocutori sono cambiati. Ciò non significa che persone ultraottuagenarie per cultura, carattere o esperienza abbiano ugualmente maturato una convinzione profonda di come deve essere il loro futuro.

Per questi nuovi e vecchi anziani, in primo luogo sono cambiati quelli del medico e delle altre figure socio-assistenziali su tre valori:

·              La fiducia

Il medico, come le altre figure, deve conquistarsi la fiducia, perché non gode a priori di un riconoscimento d’infallibilità.

·              La capacità di dialogare, ascoltare e spiegare

I professionisti della salute e del benessere hanno spesso di fronte persone che hanno assorbito dal web, ma anche da trasmissioni televisive o dai settimanali un’informazione anche confusa e distorta, ma che mettono in campo per avere conferme o spiegazioni.

·              La partecipazione alle scelte

 

Chi si confronta con un medico o un assistente sociale o un infermiere o un OSS vuole sapere cosa si sta programmando e decidendo sulla sua salute, sulla sua quotidianità, sul suo futuro prossimo e lontano.

Spesso quando si parla in senso generico di personalizzazione si fa riferimento ad un modello astratto, che gli operatori e non gli anziani, se non in minima parte, hanno contribuito a costruire.

L’altro risvolto della personalizzazione è il rispetto dei tempi e delle risorse funzionali, cognitive ed affettive dell’anziano. Questa attenzione è quella che più spesso contrasta con l’esigenza dell’organizzazione e di un malinteso senso dell’efficienza più concentrato sulla quantità che non sulla qualità, sul tempo impiegato che sul mantenimento delle funzioni, sull’apparenza che non sulla prevenzione.

In conclusione, la “personalizzazione” può definirsi, in prima approssimazione:

  1. confronto e rispetto- la volontà della persona si esprime sia in ciò che desidera fare che in ciò che si rifiuta o non intende fare, giudicando in base ai tre valori di riferimento prima indicati. Chi se ne prende cura deve abituarsi a tenerne conto e a saper motivare con l’anziano in primo luogo, ma anche con i familiari, perché si propongono scostamenti da quanto richiesto o in precedenza attuato:
  2. capacità di misurare di interventi di sostegno all’anziano sulla base di quanto da questi richiesto e accettato, rivedendo sempre l’intervento perché il supporto non diventi sostituzione totale, che significa annullare e perdere ogni potenzialità esistente. La richiesta che gli anziani esprimono è di poter aver aiuto al momento del bisogno, ma ritornare alla “normalità” quando cessa questa esigenza. In altri termini non dover adattarsi alle esigenze dell’organizzazione ma sia questa a diventare flessibile.

 

Il secondo termine da rileggere è “umanizzazione”. Cosa significa? Cosa intendiamo per umanizzare la medicina, l’assistenza, il nursing?

Una prima obiezione: ognuno dei professionisti e operatori chiamati ad intervenire ha ben chiaro quali sono le caratteristiche del corpo umano, i sintomi di una patologia umana, le conseguenze di traumi e lesioni sulle diverse componenti del corpo umano. Allora per umanizzare l’intervento cosa chiediamo?

Una delle domande finali ( del questionario delle 100 domande del King’s Fund Center ( Community health council visiting) di Londra del 1980 che citavo in apertura rimane l’esplicitazione più semplice di cosa significa “Umanizzare”: ogni volta che s’incontra un anziano per un intervento assistenziale e/o sanitario, immaginiamoci al suo posto e moduliamo le parole, le scelte e i comportamenti come se dovessimo riceverli noi. E’ questo, credo, il miglior strumento valutativo.

L’adozione di questi concetti nel garantire un’assistenza ad anziani nella propria abitazione o in una struttura residenziale sarà il tema della prossima puntata.