Nell'area sanitaria, forse solo nei siti e nei gruppi che frequento più spesso, si sta estendendo il confronto e l'approfondimento sui risultati di salute, andando oltre  il concetto dell'integrazione sociosanitaria, parlando delle determinanti sociali,  di cambio di paradigma per affrontare  il tema del benessere e della vita nella visione di una globalizzazione non solo territoriale, (Salute internazionale The patient revolution -24 giugno 2013) richiamando una medicina di genere non come medicina delle donne, ma come medicina  su misura.

Nell'area socioassistenziale, in cui come specifico professionale e culturale il bisogno individuale è stato alla base sia dei piani d'inclusione che dei Piani assistenziali individuali si è molto annebbiata e trascurata quella spinta culturale e professionale che, all'inizio degli anni '80, aveva modificato il modo di essere delle strutture residenziali, superando in molti luoghi gli ospizi di mendicità e i ricoveri per vecchi, inventando nuove formule e tipologie, concentrando la formazione del personale sull'osservazione e sulla personalizzazione dell'intervento.

La carenza più macroscopica di questo vuoto elaborativo appare evidente quando da anni si parla di un nuovo welfare o di un secondo welfare, a cui sono stati  assegnati tanti nomi diversi, per il quale si sono elaborati macchinosi Piani di zona, sono stati istituiti Fondi vincolati sempre a rischio di scomparire, ma non si sono elaborati né un quadro d'insieme, né nuove linee d'intervento.

Forse, verrebbe da dire, si è perso di vista sia la qualità a cui mirare, spostando sempre più avanti il traguardo, sia l'esigenza di sperimentare per mettere in gioco idee nuove,  forse e soprattutto necessarie in periodo di crisi.

Questa assenza si manifesta su uno dei temi, che oggi appaiono più frequentemente sulle riviste d’area e nei convegni  e viene definito "nuove residenzialità",  rivolgendosi però ad anziani diversi, da quelli a rischio di emarginazione sociale, passando per chi necessita di aiuto saltuario sino a quelli totalmente non autosufficienti.

Ho presentato su questo sito alcuni interrogativi posti da un gruppo di professioniste di Milano e in un'intervista dalla scrittrice Clara Sereni.

Abbiamo già parlato della bella esperienza del Centro Sociale Comunale di Lastra a Signa, in questo numero presentiamo il condominio solidale dell'ASP del Circondario Imolese. Altre esperienze ci saranno raccontate nei prossimi aggiornamenti.

I nomi adottati sono diversi, spesso riferiti a servizi analoghi o viceversa nomi uguali per interventi diversi: centri sociali, condomini solidali, residence per anziani, cohousing ed altro ancora. Nessuna di queste esperienze è perfettamente uguale all'altra e questo forse è un bene perché offre non solo materiali per scegliere, ma spunti e stimoli per apprendere.

Le idee del condominio  solidale,  delle residenze intergenerazionali, degli spazi comuni ad integrazione delle unità abitative hanno una storia ormai di secoli. Nascono nei primi quartieri operai dell'Europa industriale e si sono sviluppati con alterne vicende anche in Italia.

Le riflessioni  o forse solo considerazioni a ruota libera che svolgerò in questo spazio,  nascono da un'idea di uno Stato sociale, che assumendo sempre un carattere universalistico, come per il Sistema sanitario, definisce quali sono i livelli d’intervento in grado di garantire al cittadino la qualità e affidabilità del servizio indipendentemente dal soggetto erogatore e dal tipo di contratto stipulato con il Sistema Pubblico, i livelli essenziali di assistenza per tutti, la diversa compartecipazione alle spese, la tutela dei soggetti più fragili.

Diversi sono gli argomenti su cui aprire il confronto e da approfondire. La casa, la residenza,  hanno tanta importanza e valore nella vita di una persona che possono essere esempi paradigmatici  anche per il legame con servizi d’aiuto, per tentare una programmazione  e una metodologia  per un welfare del terzo millennio.

Propongo una prima griglia di temi:

  1.  il percorso che gli anziani d'oggi si prefigurano per la loro quarta età e per affrontare disabilità e rischi;
  2. la personalizzazione e umanizzazione dei servizi sulle aspettative e necessità degli anziani di oggi;
  3. il supporto organizzativo in relazione a professionalità, prestazioni, mezzi e strumenti;
  4. la sostenibilità economica in uno scenario in cui le risorse da investire  si riducono, anche se incentivate da una scelta politica e sociale di  sostenere le categorie fragili e combattere le diseguaglianze.

 

Identità e domande dei nuovi anziani

Come sostengo anche  nella mia "Guida alla vecchiaia del terzo millennio"coloro che oggi guardano al loro futuro di grandi vecchi, sono la generazione nata nel dopoguerra, con un grado di cultura e di conoscenza, anche se spesso costruita sui programmi televisivi, totalmente diversa da quella degli anziani oggi nelle Residenze assistenziali. Molti, anche se a livello basico, hanno dimestichezza con le tecnologie digitali, con tablet, smartphone. Altri hanno sviluppato competenze professionali in merito. Sono in grado di gestire sistemi domotici di sicurezza  e di soccorso.

Spesso sono persone che hanno avuto una mobilità lavorativa e certamente anche quella residenziale. In pochi vivono ancora nella casa in cui sono nati.

E' però vissuto molto intensamente  lo spazio individuale. Non c'è stata l'esperienza della famiglia patriarcale, ma quello dell'appartamento in condominio. Lo spazio personale, qualche mobile,  i libri racchiudono i ricordi di una vita. Questo è lo spazio che vogliono salvaguardare, scegliendo quando, come e con chi stare.

Due elementi turbano queste persone: vedere il proprio spazio invaso da altri- anche una" badante"- e dover condividere una convivenza forzata e ritmi e orari predefiniti con altri, come nelle residenze assistenziali.

Sono però consapevoli che ci sarà un momento in cui dovranno ricorrere all'aiuto esterno. Le dichiarazioni sono molto esplicite: l'aiuto deve essere quello che io chiedo e quando lo chiedo.

Spesso può nascondersi dietro questo atteggiamento anche una rassegnazione e una rinuncia a star bene, ma è una componente psicologica da superare, non una volontà da sottomettere.

Tutto questo è sempre stato presente in tutti gli anziani, anche quelli che hanno, più o meno volontariamente, accettato il ricovero in RSA. Per loro, soprattutto se in condizioni anche di bisogno economico, era più difficile studiare anzitempo la soluzione, anche per una carenza informativa abissale.

Oggi, le donne in particolare, con la consapevolezza che la loro maggiore speranza di vita, le troverà sole  al momento del bisogno e con i figli dispersi per il mondo, s'interrogano su come vivere gli anni futuri.

Quale offerta sul territorio di servizi, non solo pubblici,possono incontrare queste aspettative e queste domande?

Cosa significa realmente personalizzazione  e  umanizzare? Cosa significa organizzare una risposta in grado di non istituzionalizzare, ma solo integrare le risorse mancanti? Come devono funzionare i servizi e le prestazioni d’aiuto?

Saranno queste le prossime riflessioni.