×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 62

Nell’attesa di sapere se, come,  quando e da quale maggioranza le politiche sociali, che non siano lavoro e pensioni, sicuramente prioritari,  saranno affrontate, vorrei approfondire, nel limite delle “mille parole” alcuni flash che avevo proposto nell’ultimo contributo.

Riprendo tre argomenti:, la domanda dei nuovi anziani, il diritto di scegliere, la tipologia di risposte.

Aggiungo due considerazioni sull’attualità:

·              il fiorire- si può cogliere anche nelle notizie convegnistiche che consiglia PLV, anche in questo numero e nel profilo su Facebook del sito-  di iniziative su una nuova residenzialità per gli anziani;

·              il carattere di queste iniziative, i temi sollevati, gli interrogativi.

Ho conosciuto non da ora, apprezzandole per la loro innovazione creatività e umanità, le esperienze del Centro Sociale di Lastra a Signa e della Casa di Michele  della Cooperativa Koiné di Arezzo. Ne ho parlato  su PLV e in passato su Servizi sociali oggi, (n. 2/2011, Maggioli editore) e ne parlerò ancora su questo sito.

Con un po’ di immodestia ricordo le riflessioni proposte in questa rubrica, a più riprese, sulla necessità di una riflessione diversa( Acqua stagnante circonda la non autosufficienza: proposte datate e silenzio sulla prevenzione ) e sull’esigenza di innovare.

Le esperienze menzionate, nati in contesti diversi, sono in grado di presentare le prime analisi e i primi risultati, tutti  con un segno più.

Cosa li caratterizza?

·              Hanno privilegiato la tutela della libertà e dell’identità individuale degli anziani che vi abitano temporaneamente o a tempo indefinito( e non sono ospitati- sottolineatura lessicale!!);

·              Sono radicati nel contesto in cui sorgono, in termini sia di convivenza sociale e cittadina, ma anche di servizi, spazi pubblici, reti sociali e sanitarie;

·              Hanno subordinato l’erogazione delle prestazioni non alle esigenze di servizio, alle regole dell’efficientesimo ( che spesso è solo routine), ma alle effettive esigenze degli anziani, con un’organizzazione fluida e flessibile;

·              I requisiti all’ingresso richiesti dai gestori sono  diversi, ma alla fine, qualunque sia l’evoluzione dello stato di salute della persona è l’organizzazione che si adegua ad essa e non viceversa.

Questo cosa ci suggerisce?

Occorre approfondire il concetto di nuove, almeno da questo momento in poi, risposte abitative in cui si assume come parametro non un livello di non autosufficienza astratto- calcolato in punteggi, scale, valutazioni di processo- in cui ogni persona  dovrà sacrificare sempre qualcosa o in termini di dignità/libertà o in termini di cure adeguate.

Si estende una domanda da parte di persone, con età diverse, ma che avvertono il peso al momento o lo prevedono in un futuro prossimo, di non aver più le energie per gestire una casa, o per affrontarne i costi, o per sopportare l’ansia della solitudine  o del bisogno d’aiuto improvviso, ( o tutto quanto questo assieme) ma ancora perfettamente in grado di scegliere. Vorrebbero una risposta adeguata, su cui esprimersi ora e non da subire poi.

Può essere sufficiente parlare di nuova residenzialità, come sembra diventare oggi di moda, se contemporaneamente non si affrontano i temi  dello sviluppo delle città, della mobilità, dei servizi infrastrutturali, dell’edilizia pubblica o convenzionata, dell’organizzazione dei servizi sociosanitari?

Non è pensabile una risposta d’aiuto ( a domanda o per necessità) che permetta il mantenimento a domicilio, con l’attuale organizzazione dei servizi sociali (assistenza domiciliare e servizi residenziali e diurni), dei distretti sociosanitari, degli ospedali e dei loro “fulmini a ciel sereno” delle dimissioni protette, delle lunghe liste d’attesa.

Quali le risposte da costruire? Attivate da chi? Dal pubblico, dal privato sociale, dal privato profit? O in un mix costruito nella realtà considerata? E qualunque sia la risposta quale il ruolo dell’Ente pubblico?

Quale ente pubblico- in termini non istituzionali, perché sicuramente non ci saranno  limiti all’ingegneria amministrativa, che è quello che non è mancato sicuramente in questi anni- con quale definizione di obiettivi, di processi organizzativi, di motivazione del personale? Di quali professionalità ha necessità un ente pubblico che cambia il proprio compito da soggetto gestore a soggetto promotore, coordinatore e valutatore?

Per intenderci sulle carenze attuali pongo ancora una volta il tema della scarsa attenzione delle amministrazioni, che ormai da decine d’anni danno in appalto o in concessione la gestione dei servizi, a sviluppare professionalità, conoscenze e  strategie per valutare i risultati di queste gestioni, non a priori nel capitolato, ma  in itinere ( valutazione di processo) e nei risultati? Ci saranno sicuramente elaborati interni ed anche professionalità adeguate, ma niente di questo  emerge, è sottoposto a dibattito e a verifica nei luoghi e nelle sedi di confronto multidisciplinare, viene condiviso.

Un’esperienza condotta negli scorsi anni sulla tipologia di capitolati e di bandi per la ricerca del soggetto gestore, non rispondevano all’esigenza sopra individuata. Sicuramente ci saranno esperienze positive  che saranno maturate negli ultimi periodi.

 Le domande e gli interrogativi sono tanti, ma non per  sconsigliare o posticipare l’avvio di sperimentazioni o nuovi servizi. Il richiamo è a tre condizioni preliminari:

1.   studiare con più attenzione la domanda che sta emergendo;

2.   riflettere su tutte le esperienze, diverse tra loro, sorte in Italia, in cui si è privilegiata la casa;

3.   coinvolgere cittadini, organizzazioni civili sociali e di volontariato, enti pubblici sociali e sanitari e ogni disciplina e struttura che abbia un interesse in proposito, compreso la società di gestione degli autobus.

Il pericolo da evitare, quando s’ipotizza un’innovazione, nell’area sociale come in altri campi, che non si ripeta la brutta storia delle lobby e del risveglio di interessi, più o meno leciti, più o meno espliciti.

Il dubbio che le esperienze di deistituzionalizzazione degli anni ’80, dell’introduzione delle varie forme di comunità alloggio e di case protette, soppiantate da quelle strutture extraospedaliere, ma intra moenia, che sono le RSA non  hanno mai risposto alle esigenze degli anziani, anche se non autosufficienti, ma molto più  a lobby professionali, nate da quell’art 20 della legge n. 67 del 1988 ( legge finanziaria ) che prevedeva contributi sostanziosi per questa nuova tipologia di servizio.

Furono tanti gli scandali, che allora investirono il corretto utilizzo dei contributi, ma che in seguito avrebbero anche coinvolto la gestione e le condizioni degli anziani residenti.