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Perché le politiche sociali e gli interventi a favore delle fasce deboli hanno subito un declino continuo, di cui la riduzione  delle risorse non è solo causa ma anche effetto?

Ho incastrato il dibattito aperto lo scorso anno  dal Network “Salute e/è diritto “ alla summer school d’Avigliana (Gruppo Abele) e al work shop al Forum di Bologna  2012, l’intervento a questo evento del filosofo Salvatore Natoli, il libro di Biasco presentato in questo numero di PLV, ed infine un episodio recente, in un servizio comunale per anziani, rivelatore di burocratizzazione e soffocamento di una cultura innovativa.

In diversi contesti ho cercato di indicare alcune esigenze normative e programmatorie delle politiche sociali e alcuni percorsi per una qualità dei servizi alle persone per ripristinare un livello di rapporti, di prestazioni e d’attività  a tutela della salute e della dignità del cittadino.

Avvertivo che mancava un retroterra ricettivo e una condivisione di alcuni passaggi esplicativi ed elaborativi proprio sull’aggiornamento dei valori dell’uguaglianza e della solidarietà.

Mi sono chiesta, se ci fosse nelle forze a favore, almeno a parole, di un intervento pubblico a garanzia dell’eguaglianza dei cittadini, un’idea condivisa del ruolo di uno stato sociale, non solo a fini assistenziali  in un periodo di crisi, ma come motore e agente di promozione sociale, di sviluppo, di diritti e  di pari opportunità.

Il mio è uno sguardo dal mondo dei servizi, ma purtroppo la sensazione è che questa idea forse non c’è più e se c’è è molto asfittica e sbiadita.

Come si spiegherebbe altrimenti un processo acritico d’esternalizzazione o concessione di tutti i servizi, senza adottare e dotarsi di professionalità competenze e funzioni in grado di valutare  la qualità delle nuove gestioni, il ritorno informativo necessario per monitorare il cambiamento dei bisogni e della domanda sociale?

Come si spiegherebbe una struttura dell’offerta, con variazioni collaterali quasi uguale a quella degli anni 80, dalla domiciliarità alle RSA, quando una massa di dati a disposizione illustra i mutamenti  nelle speranze di vita, nelle famiglie, nelle attese dei cittadini e nelle evoluzioni continue?

Come si spiegherebbe il fenomeno delle badanti non intercettato al suo inizio, ma poi neppure inserito nell’offerta, per  orientarlo all’interno di una condizione di tutela e protezione per gli anziani e le famiglie e per le lavoratrici?

Come si spiegherebbe la politica per le famiglie più diretta a far cadere sulle donne il lavoro di cura ( dall’infanzia alla vecchiaia) che a garantire servizi  a supporto dell’emancipazione e dell’inserimento lavorativo e sociale?

Come si spiegherebbe un’idea di qualità, codificata in centinaia di requisiti rigidi e non sui risultati?

Ci sono, com’è vero, pregevoli eccezioni locali, che rischiano di soccombere per prime all’avanzare della crisi e dei tagli lineari.

Perché questo è avvenuto?

Nel dopoguerra le politiche sociali sono state la bandiera  dei Comuni, sia nell’area cattolica che nella sinistra. Erano considerate il motore dello sviluppo economico e civile del territorio, l'affermazione dei diritti e della dignità sociale, del protagonismo dei cittadini. Poi sono state “rilegate” ad un area settoriale di genere (quasi sempre  la riserva per le donne) e poi quasi esclusivamente ad assessori (ancora donne) con esperienze solo nell’area del volontariato, riducendone ulteriormente il respiro e le potenzialità.

Lo stato sociale non era più sinonimo di democrazia, ma erogazione di prestazioni e interventi.

Lo stato sociale o riesce a raccogliere e rielaborare realtà e culture diverse o finisce per essere una nicchia che da fiato e forze a chi pensa al welfare come  un assistenzialismo compassionevole o come azioni caritatevoli, non come promotore di sviluppo economico e sociale.

La forza propulsiva che sosteneva le politiche sociali e di conseguenza l’anima e il funzionamento dei servizi, scaturiva nel dopoguerra  dallo spirito di solidarietà e crescita sociale e poi dalle leggi di deistituzionalizzazione della fine degli anni ’70, (chiusura dei manicomi, degli istituti per minori, dei ricoveri di mendicità e degli ospizi) dall’universalità del sistema sanitario e dall’esigenza dell’integrazione sociosanitaria.

I due perni- stato sociale per lo sviluppo economico e civile e servizi a difesa dei diritti e della dignità delle persone- delinearono  e informarono le linee ed i contenuti degli interventi.

Come ogni “invenzione” che interagisce e “serve” le persone deve sapersi evolvere accogliendo, tramite la partecipazione, il coinvolgimento, il recepimento della volontà degli utenti, la loro trasformazione e le loro nuove esigenze.

Poi sulle spinte liberiste, anche la sinistra, incapace di elaborare le fondamenta di un nuovo stato sociale, ha scelto di “essere moderna” rincorrendo le nuove teorie economiche sui servizi: i cittadini non sono più categorie sociali o persone, sono diventati assurdamente clienti e consumatori, gli utenti sono stati rappresentati dalle associazioni, formate da portatori di interessi, non dai diretti fruitori, i servizi devono essere privatizzati o assumere la forma aziendale.

In questa evoluzione le perdite più pesanti hanno riguardato i diritti delle persone. A colmare un vuoto di democrazia non era più lo Stato con la sua Costituzione, ma le associazioni, benemerite ma non sufficienti, per  i diritti dei bambini, i diritti degli anziani non autosufficienti, i diritti del malato.

Il coinvolgimento del mondo cooperativo ha privilegiato il diverso contratto di lavoro degli operatori, con riduzione dei costi (a danno dei lavoratori) senza ricercare da una parte una partecipazione della cooperativa come  portatore d’interessi mutualistici e solidali e non prestatore di mano d’opera e, dall’altro, senza avviare un processo di semplificazione e revisione delle rigidità del contratto del pubblico impiego.

L’assistenza agli anziani è diventato una nicchia piccola, ma lucrosa per gli investimenti privati, che hanno, nella società dell’immagine, privilegiato l’impatto visivo degli arredi sulla qualità dell’assistenza.

L’ arresto di un’elaborazione culturale e politica di una nuova dimensione e funzione dello stato sociale, ha fatto sì che, grazie anche all’aiuto di tecnici monotematici, onnipresenti e persistenti:

·              le amministrazioni s’incartassero sui temi dell’ingegneria istituzionale non programmatoria, ma inventariale,

·            gli operatori fossero esclusi da quello scambio con politici e amministratori che trasferiva  loro le evoluzioni sociali e le scelte politiche per ripensare i servizi e adeguarli; mancando questo rapporto agli operatori non restava che cercare di migliorare l’esistente, senza innovare veramente. Come cito spesso, se gli operatori dei servizi alla persona non possono sperimentare, come possono affrontare il loro pesante lavoro (Sergio Capranico)?

·              gli utenti fossero espropriati, nel sociale come in sanità, del loro diritto di scegliere.

Questo impoverimento politico, culturale, professionale dello stato sociale fa sì che si reagisca con difficoltà alle crisi economiche, accettando i tagli lineari perché non si sa cosa proporre di diverso, ma ancora peggio non si colga che anche la domanda sta rapidamente evolvendo. I nuovi vecchi, ad esempio, chiedono altro per il loro prossimo futuro, forse anche meno costoso dell’attuale offerta di servizi, ma il dibattito è ancora molto circoscritto.

Aspettando però è arrivato il nuovo governo. Buon lavoro ad Enrico Giovannini, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali (anche se questa delega è dimenticata nei notiziari) con cui abbiamo dialogato su questo sito, a Cecile Kyenge, perché deve far scordare il macigno messo dalla legge Bossi-Fini. Non conosco gli altri ministri, mi auguro che siano all'altezza, perché ce n'è bisogno!