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Parliamo di parole, letteralmente. Parole per comunicare, parole per spiegare, parole per esprimere concetti, parole che hanno alle spalle un’idea, una cultura.

Spesso però le parole sono sintesi e come tali i pensieri che le esprimono sono diversi.

All’incontrario spesso usiamo parole in contrasto con ciò che concettualemte sosteniamo.

Due amiche, Beatrice e Rosanna, in due contesti diversi, mi hanno riproposto una riflessione sul valore della parola.

Amo molto conoscere le parole, la loro etimologia, la loro capacità di raccontarmi tanti lati della persona che le pronuncia, ma non ho competenze in materia e non mi azzardo ad andare oltre.

Però ho messo su PLV un banner con la parola da me scelta “ ingentilire” nell’iniziativa per salvaguardare parole destinate all’oblio, promossa dalla società “Dante Alighieri, associazione culturale severa custode della lingua italiana, unitamente all’Accademia della Crusca.

Così questa volta, nel caos generale che investe- data la situazione politica italiana- il futuro del welfare di questo Paese, affronto un aspetto di questa poliedrica condizione: le parole da noi usate nell’attività quotidiana. Sono testimonianze preziose di come ci relazioniamo agli altri, di come lavoriamo, di come consideriamo le persone di cui ci prendiamo cura. Un linguaggio corretto aiuta, cura, migliora il nostro lavoro e il nostro spirito, non costa niente o poco in termini economici, costa molto come auto riflessione e confronto.

Non è un esercizio di bella scrittura, ma qualcosa d’altro.

Beatrice, nella sua mail, sollecita: “il suo (mio NdR) interessamento sulla mia idea di lavorare anche sul linguaggio, che può servire a cambiare la realtà in positivo: "all'inizio era il verbo e il verbo era Dio!"!Ad esempio lavorare per far sparire dal vocabolario la parola "ospite" che ancora definisce la persona istituzionalizzata, e invece restituire a chi vive in una struttura lo status di "residente”.

Rosanna, la stessa che parla della “cartella narrativa” in altra parte del sito, posta su FaceBook, nel gruppo “Prevenzione per una vecchiaia migliore” collaterale al profilo di PLV questo racconto:

“Ieri un gruppetto di bambini accompagnati dal parroco e da una catechista hanno fatto visita agli anziani di una casa di riposo situata nelle vicinanze di un paesino di campagna ed hanno letto i pensierini che avevano scritto per loro. Eccone un paio dei più rappresentativi: "Cari malati, vi auguro di non soffrire ancora per tanto tempo e di mangiare quello che volete" " Cari malati, spero che non morite prima di Natale perché volevo portarvi un regalo " Tutti, eccetto i sordi senza apparecchio acustico, sono rimasti a bocca aperta ...... Poveri bambini!!! Poveri vecchi!!! Poveri noi!!!

Sono due contesti completamente diversi, ma in entrambi le parole assumono un loro significato, che va oltre quello letterale.

Beatrice pone un interrogativo: chiamare l’anziano all’interno di una struttura “ospite” non denuncia l’idea diffusa nei servizi pubblici, di qualsiasi genere, che la persona non è in casa sua, ma lo è l’operatore, l’impiegato. Ci si scorda l’etimologia di servizio/servitore/ essere servus nei confronti di un”padrone”.

Ma il il nostro linguaggio quando parliamo dei vecchi, ai vecchi, del nostro lavoro con I vecchi, cosa denuncia? Che ci prendiamo cura o che eroghiamo prestazioni?

Io aggiungerei due esempi, per le due diverse situazioni :

·              dare del tu all’anziano, chiamarlo nonno, nonnino e via di seguito (come fa sempre il medico e/o l’infermiere con il paziente);

·              fare l’igiene , assumere i pasti, alzata, messa a letto, vestizione, sono le terminologie del prendersi cura della persona nella vita quotidiana; chi le usa nel parlato quotidiano? In casa diciamo si fa un bagno, si usa il bidet, ( per pudori vittoriani) si pranza si va a letto, ci si alza dal letto.

Non prendiamo in considerazioni le parole umilianti ed offensive, che purtroppo ci sono, in numero maggiore di quanto non siano registrate da inchieste giudiziarie, perché richiedano altri tipi di interventi, ma il linguaggio corrente che deve essere impiegato con modi,stili e atteggiamenti adeguati. Sarebbe interessante come prassi formativa autogestita analizzare all’interno dei gruppi di lavoro quali i termini usati con gli anziani e le modalità/ i toni di utilizzo.

Ad onor del vero ricordo che il termine ospite uscì in alternativa al famigerato e ipocrita “cliente” di bocconiana memoria e alla parola residente, anche perché sembrava di dare una connotazione di definitivo all’ingresso nella struttura.

Nell’episodio raccontato da Rosanna le parole denunciano la cultura e i valori che sono stati trasmessi. Ai bambini non si può dare la colpa a priori di essere cinici ed egoisti. Erano pure accompagnati dal parrocco e dal catechista. Qualcosa hanno assorbito dagli adulti di riferimento, che pure si preoccupavano del catechismo, come formalità almeno.

Dietro le loro parole rimbalzano due idee “edonistiche”: se sei vecchio soffri e quindi meglio che tu arraffi il più possibile e poi morire più in fretta

La seconda, ancor più egocentrica: la tua morte conta solo perché non mi permette di autogratificarmi con il regalo.

 Riflettendo su questa rilevanza delle parole usate, vorrei introdurre un’altra faccia del nostro poliedrico mondo dei servizi: le parole per raccontare.

Sono uno strumento ora adeguatamente valutato anche come processo e modalità di cura.

Ci sono però anche le parole del racconto degli operatori e tra gli operatori.

 

Anni fa, prima dei tagli lineari e tasversali, orizzontali e verticali, spending revew e rigore, austerità e sprechi, erano stati adotati nei servizi le equipe di lavoro o , come si diceva in quei tempi I collettivi. Servivano a costruire continuità assistenziale, piani di lavoro, organizzazioni interne, ma anche a rielaborare la fatica fisica e psicologica di un lavoro di cura, spesso con esito infausto,per sfuggire al corto circuito a stemperare le tensioni e le dinamiche di gruppo negative. Pure in quella condizione favorevole non servivano quasi mai per il confronto tra le modalità dell’agire, il raccontare la propria idea della prestazione, la proposta innovativa.

Ora nel migliore dei casi i collettivi si sono diradati , quasi a scomparire e si sono perse molte opportunità, comprese quelle di poter riconsiderare quotidianamente il proprio lavoro per migliorarlo, forse anche senza aumenti di costi.

Chi può cercare con me di introdurre un linguaggio consono nell’attività di cura?