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Riprendiamo il tema dell’innovazione nelle politiche e nei servizi per la non autosufficienza, perché, come abbiamo già detto, tutti sono generosi nelle preoccupazioni e avari nelle soluzioni.

Riprendiamo partendo dagli operatori e dal loro lavoro, sia da quelli direttamente impegnati sugli anziani che dai responsabili, vale a dire dal binomio, come indichiamo in una nostra sezione di lavoro nella categoria “argomenti”: operatori e servizi.

Lo faccio, per aggiornare alcune convinzioni maturate nella pratica, adottando tre marcatori attuali del dibattito sulla salute e sull’assistenza, all’interno del quale gli operatori del sociale dovrebbero entrare, perché sono contenuti propri del loro agire quotidiano, ma mai sufficientemente sistematizzati.

Comincio parlando della cultura come “cura dell’umanità”, ma soprattutto delle pratiche di cura, che sono qualcosa di diverso dalle singole “prestazioni”. Rinvio per l’approfondimento all’articolo, pubblicato su questo sito, di Felice di Lernia: “Cura, cultura, memoria: umanità e identità” con una sottolineatura di ciò che Di Lernia chiama “saperi impliciti”.

Su questi saperi impliciti si costruiscono poi la cura, la prestazione, la relazione, cioè le pratiche, che come dice Di Lernia sono qualcosa di diverso dalla teoria, che è ciò che apprendiamo e che portiamo a motivazione.

Inserisco un secondo concetto in questo percorso: l’empowerment[i] del paziente/anziano all’interno della pratica di cura.

Infine richiamo un’altra azione- la narrazione- che collega e fa interagire gli operatori con i servizi, gli operatori con l’anziano, il servizio con l’anziano e l’operatore ( l’organizzazione): la capacità degli operatori e dei dirigenti di raccontare il proprio lavoro, le proprie azioni quotidiane, le motivazioni che le sorreggono.

Oggi si parla molto di narrazione, con riferimento alla medicina, al rapporto medico/paziente, alla forza delle parole nella cura.

Vorrei estendere questo valore delle parole nell’organizzazione dei servizi e nella costruzione dei percorsi di cura.

Quindi saperi impliciti, empowerment e narrazione sono temi oggi al centro di approfondimenti che investono l’area sanitaria, ma credo con maggiore enfasi dovrebbero essere inseriti nell’area sociosanitaria perchè maggiormente coinvolta per la tipologia delle persone assistite, perchè essi sono parte importante della cultura del sociale, perché, infine, componente essenziale per rinnovare i servizi e farli uscire, anche i migliori, da una logica istituzionalizzante o da pericolose “trappole” di dipendenza dai servizi.

In sede formativa le contraddizioni maggiori tra teoria e pratica, tra obiettivi e organizzazione scaturivano proprio quando gli operatori-tutelari, infermieristici, coordinatori, raccontavano le diverse sequenze di una loro azione, di una decisione, di una prestazione. Nella traduzione dalla teoria alla pratica c’era non solo la mediazione dell’individuo, l’interpretazione sulla base dei propri saperi, ma anche delle proprie convinzioni e di quelle “regole non dette” che hanno sempre sclerotizzato le istituzioni e le organizzazioni rigide e chiuse.

 Nell’introdurre nei servizi una cultura delle cura che adotta, pratica e persegue questi tre principi/metodi noi potremmo ottenere risultati collaterali, indotti, che superano la vita interna dei servizi e il loro funzionamento.

Potremmo mettere sul tavolo alcune tracce di lavoro, ricerca di risultati e contributi specifici su cui mi riservo di intervenire ancora, che vorrei così sintetizzare:

  1. Rendere protagonisti gli operatori sociosanitari nei diversi livelli d’elaborazione dei servizi alla persona;
  2. Esplicitare le motivazioni, le conoscenze e i saperi che gli operatori mettono in campo nella loro azione;
  3. Trarre congiuntamente, in una crescita collettiva le valutazioni sulla loro idoneità;
  4. Tracciare sulla base di questa i percorsi formativi che s’integrano con i bisogni formativi espressi dagli operatori( quasi mai coincidono per ragioni diverse);
  5. Evidenziare anche dove è possibile recuperare risorse, economiche e umane, per reinvestirle in aree carenti;
  6. Riformulare i bisogni degli anziani, intendendo in questi non solo quelli assistenziali, ma anche quelli d’inclusione, di socializzazione, di prevenzione e di competenza (empowerment);
  7. Costruire dalla pratica il fabbisogno assistenziale, in una nuova categoria di livelli di assistenza;
  8. Promuovere quell’incontro tra operatori, esperti della materia, amministratori e gestori, che s’individua come una delle opportunità per innovare i servizi con una peer review tra i protagonisti.

 

A questo elenco, stilato per praticità d’esposizione, i cui temi separatamente ho già affrontato si possono aggiungere alcune commenti ulteriori.

Il riferimento è in particolare agli operatori sociosanitari, che nella marea di professioni assistenziali e sanitarie, hanno sempre avuto una posizione emarginata, addossata alla parete ad attendere che altri decidano. Nella realtà, poiché è il personale che passa più tempo con l’anziano, se adeguatamente formato, è colui che più può osservare, ascoltare, riportare. E’ sperabile che l’attenzione ora dedicata a questo profilo ne cambi le prospettive professionali e formative[ii].

Questi operatori, proprio per il loro rapporto costante e diretto con l’anziano, negli atti della vita quotidiana, sono quelli che più adottano anche inconsapevolmente il loro sapere, nel bene e nel male del lavoro di cura”ancillare”. Testimonianza in tal senso le di diverse culture delle operatrici d’altri paesi.

Proprio perchè c’è una quotidianità e un automatismo, spesse volte occorre mettere sotto osservazione l’agire per coglierne positività e negatività, in un confronto tra colleghi.

L’assioma che la formazione perchè sia recepita deve cogliere la domanda degli operatori è vera in parte, perché spesso gli operatori chiedono, e giustamente, ciò che li mette in ansia (la morte, la demenza), ma non ciò che ritengono di fare bene, come la prestazione quotidiana o ciò che costa più fatica, come coltivare la relazione con l’anziano.

La descrizione del proprio lavoro esige aver chiaro ciò che ci è richiesto e saperlo trasmettere agli altri. In questo riferire si possono cogliere contraddizioni, errori, sprechi da eliminare.

Rileggere i bisogni degli anziani nei vari contesti da parte di chi è a contatto quotidianamente con essi, vuol dire accompagnare una lettura “statistica” da commissione medico legale, con una visione complessa in cui entrano l’anziano, il caregiver familiare, la casa, l’ambiente di riferimento.

In ogni contesto, in ogni servizio è possibile costruire quei livelli essenziali d’assistenza, che hanno al proprio interno tutte le variabili generali e condivise che determinano il bisogno.

Infine, come elemento essenziale per una qualità dell’assistenza, in questo percorso di rilettura, con il servizio in funzione, è possibile avere attorno al tavolo tutti gli operatori coinvolti dei servizi sociali e sanitari, per dare sostegno, a partire dai protagonisti, a quel percorso d’integrazione sociosanitaria, in questo caso, professionale e gestionale.

 

 

 


[i] Http: //saluteinternazionale.info/2012/07/nothing-about-me-without-me/

[ii] Proposta di documento del “tavolo Ministero-Regioni su ruolo, funzioni, formazione e programmazione del fabbisogno dell’operatore sociosanitario” licenziato il 4 luglio scorso