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Tutto il mondo cammina, cerca  l’innovazione- tecnologie, governance, ricerca- mentre in Italia, leggendo il susseguirsi di studi, libri pubblicati, gli ultimi comunicati stampa in tema di non autosufficienza e del come prendersene cura, sembra di assistere ad un dibattito dei primi anni ’90: strutture residenziali, prestazioni, standard, ISEE, LEA (Livelli essenziali Assistenza). Solo il Ministro Balduzzi ha guardato avanti “ I LEA sono già vecchi di 4 anni e bisogna aggiornarli”.

Solo che nei primi anni 90 erano da sconfiggere gli ospizi, i ricoveri di mendicità, gli istituti di segregazione, tutto quel fardello che una legislazione ottocentesca aveva salvaguardato, senza vigilare  se non amministrativamente (?). Chi non si ricorda gli scandali della malassistenza purtroppo mai terminati?

Cosa succede? Siamo invasi da migliaia di dati e ricerche su quanti sono, dove sono, come vivono gli anziani in Italia. Sappiamo tutte le loro patologie, quanti farmaci consumano, quanto sono i costi dell’assistenza ospedaliera, dell’indennità d’accompagnamento. Dietro a queste notizie aleggia un’idea di sprechi e di tagli conseguenti.

 

Però non sappiamo i costi per adottare gli standard dei percorsi d’accreditamento ad esempio per le RSA. Chi li sosterrà, cosa provocheranno nel mondo dell’assistenza residenziale. Quando si sono scritti questi criteri di spazi e di personale si sono calcolatele risorse necessarie? Sono sostenibili? Ho presa visione di alcuni di questi standard, edilizi e organizzativi  e, come ho già scritto in tempi non sospetti[i], sembrano il compendio dei desiderata di ogni persona, di ogni categoria professionale, di ogni consulente. Poi ci saranno le interpretazioni delle commissioni di vigilanza, che per valorizzare il loro lavoro, come per le autorizzazioni al funzionamento, saranno sempre più rigidi e inflessibili.

Ancora una volta, ammesso che questi regolamenti non restino lettera morta, allargheremo il divario tra Nord e Sud, tra Regione e Regione.

Dall’altra parte sempre più associazioni ( la mai sufficientemente ringraziata “ La bottega del Possibile”) gruppi di lavoro all’interno dei servizi, di alcuni presidi o enti,  ricercatori, valutatori  indicano la prevenzione come unica possibilità per far fronte ad una vecchiaia non autonoma, l’assistenza domiciliare come scelta prioritaria, unitamente alle cure primarie e alla rete distrettuale, l’integrazione sociosanitaria come metodologia d’intervento indispensabile, gli stili di vita come “farmaco” insostituibile, la socializzazione come primario  strumento contro la depressione, l’apatia, il lasciarsi morire perdendo progressivamente abilità funzionali, come spesso succede in una RSA mal gestita[ii].

Questi due mondi quello dei dati e delle regole amministrative e quello della prevenzione  e della risposta individuale pare proprio che non s’incontrino, ma, aspetto ancora più grave, niente e nessuno ( i decisori politici in primis) non li obbligano a farlo.

Già c’è chi chiede un servizio intermedio tra l’assistenza domiciliare e le RSA e non sarà sicuramente al domicilio. Perché non sono già stati sperimentati condomini, centri sociali di abitazione, comunità alloggio e tutte le altre denominazioni che hanno assunto? Chi li ha valutati, chi ha visto i risultati sulla salute e il benessere degli anziani, chi ha monitorato l’attività dei servizi e la loro adeguatezza a preservare quegli obiettivi di salvaguardia dell’autonomia e della dignità?

Chi ha valutato l’utilizzo di quella meteora che è stato il Fondo per la non autosufficienza? Su quali basi e criteri se ne richiede- e si spera che prima o poi venga ripristinato- il rifinanziamento e l’assegnazione?

Credo che la crisi e la scarsità di risorse debbano ulteriormente accelerare un processo d’innovazione dei servizi alla persona- in questo caso anziani e non autosufficienti- modificando  i tre paradigmi di base vigenti:

  1.  Classificazione degli anziani nei livelli di non autosufficienza e/o di disturbi cognitivi
  2. Costruzione dei servizi sulla base di standard predefiniti di spazi, luoghi, prestazioni, organizzazione;
  3. Assegnazione a terzi della gestione mediante bandi di appalto di prestazioni o in concessione,predefinendo gli standard e non valutando i risultati.

La non autosufficienza non è un dato assoluto per conoscere un anziano, come non lo è una patologia. Ogni persona vive il proprio stato di salute e d’autonomia in base  alla sua percezione, al suo carattere, al suo ambiente anche abitativo, alle opportunità e agli aiuti, caregiver, assistenti familiari, operatori, a disposizione.

Se non esploriamo questo contorno, non lo valorizziamo e incentiviamo, ci rimane solo la scala di valutazione.

Un servizio, qualunque esso sia, dovrebbe avere un solo obiettivo: soddisfare i bisogni per cui è stato predisposto. Per esso dovrebbero essere previsti i livelli essenziali di spesa a disposizione- correttamente calcolati- e una valutazione condotta non sul rispetto degli standard, ma sui risultati ottenuti  tra i suoi anziani.

Allora i paradigmi da assumere sono altri.

Per il governo delle politiche e degli obiettivi:

  1.  Una politica mirata a ritardare la non autosufficienza e, se e quando arriva, percorsi di assistenza mirati al mantenimento al domicilio salvo casi eccezionali;
  2.  Una ricomposizione dell’equipe di cura che comprenda tutti gli aiuti formali ed informali, pubblici e privati, sociali e sanitari, con un sostegno specifico ai caregiver.

Per il funzionamento dei servizi:

  1. Una permeabilità tra i servizi di assistenza-domiciliari, territoriali, residenziali, ospedalieri- improntati al principio che le prestazioni possono essere in capo a presidi diversi, ma sono gli operatori che si muovono e non l’anziano e i suoi accompagnatori. Quando le esigenze richiedono l’accesso a servizi specialistici, il percorso è protetto e definito;
  2. Un superamento della logica prestazionale per una responsabilizzazione del singolo operatore, dell’equipe, del coordinatore che si prendono cura dell’anziano, ridiscutendo orari, organizzazione, strumenti di lavoro, sistemi e istituti contrattuali di rapporti con il privato profit e non profit;

Per un percorso di prevenzione, diffusione e sostenibilità:

  1. Ogni modifica di standard, essenziali sia nel personale, che negli spazi, corredata da una valutazione dei costi a carico di enti pubblici, privati o famiglie, coinvolti dalla norma;
  2.  Predisposizione per ogni intervento/prestazione/servizio/ dei costi d’erogazione;
  3.  Predisposizione per ogni percorso di cura di un anziano di un budget di salute individuale, a cui concorrono risorse stabilite, all’interno del quale possono essere adottati  strumenti e accessi diversi (prestazioni, servizi voucher ed altro) in relazione ad aspettative, bisogni e supporti di ogni  anziano.

 

Allora ha forse più senso chiedere maggiori stanziamenti per prevenire e  combattere la non autosufficienza su progetti mirati, all’interno di obiettivi condivisi, i cui risultati devono essere scientificamente valutati, in nome sia dell’equità che della trasparenza e sostenibilità.

 


[i] Goldoni L., Gestione ed organizzazione funzionale degli spazi, in Arbizzani E., Di Giulio R.,( a cura di) Residenze sanitarie assistenziali.Il progetto e la realizzazione, pagg 187/193, Maggioli editore ,2002

 

 

[ii] Goldoni L., Da Residenza sanitaria assistenziale a reparto ospedaliero, in IPABoggi, n2/2002, Maggioli Editore