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Il principio d’uguaglianza, costituzionalmente garantito, può e deve essere difeso in molti modi, sia garantendo direttamente condizioni di pari opportunità tra i soggetti singolarmente, sia garantendo pari accesso e godimento dei servizi.

In questa filiera d’interventi che concorrono a costruire politiche di protezione per i cittadini più fragili, emerge il parametro dell’identificazione con il servizio degli operatori in termini contrattuali, ma soprattutto mentali, psicologici, motivazionali, professionali e umani. Nel versante contrattuale inserisco, come esempi frenanti i livelli salariali, in particolare per gli operatori sociosanitari e quel mostro giuridico e discriminatorio, nei confronti dei cittadini, ma anche degli altri dipendenti pubblici, dell’attività extramoenia dei medici del Servizio sanitario.

L’ identificazione personale è sorretta da motivazione, professionalità, sostegno in un difficile lavoro a contatto continuo con le persone fragili, sofferenti, con malattie croniche, degenerative, terminali in cui le speranze di guarigione si sono dissolte.

Suscitano indignazione generale le denunce sui maltrattamenti ai vecchi, come ai bambini negli asili nido o in tutte le strutture segreganti, siano essi carceri o ospedali psichiatrici giudiziari.

Niente e nessuno possono giustificare i maltrattamenti e le vere e proprie sevizie. Niente e nessuno possono giustificare la mancanza di controllo pubblico, l’omertà tra dipendenti, la paura dei parenti che non hanno altre soluzioni.

Rimangono ancora quegli operatori dei servizi di cura, che spesso non sono neppure coscienti della discriminazione e della violenza, se non fisica, psicologica, che esercitano o dell’atteggiamento pregiudiziale che hanno ad esempio nei confronti dei vecchi o dei disabili, che spesso sono, per automatismo. “fuori di testa”, malati, incapaci di esprimere desideri e volontà.

Sull’altro versante ci sono la stragrande maggioranza degli operatori, che vorrebbero essere sempre più all’altezza del proprio compito, anche per compensare i colleghi inetti, ma si trovano a contare solo sulle loro forze perchè mancano quei supporti formativi, gestionali e dirigenziali, che devono accompagnarli in un lavoro difficile e stressante.

Demolire il welfare e il sistema sanitario pubblico, da considerare bene comune, perchè protetti nei loro valori dalla Costituzione, è il primo obiettivo, in ogni periodo di crisi, con misure dirette (ticket, maglie strette d’accesso ad esenzioni, campagne mediatiche sui falsi poveri e i falsi invalidi) o derivate. In carenza di risorse, ciò che si taglia per primo, in ogni ente pubblico, è la formazione, in particolare per i livelli più bassi, per i quali non esiste il concetto d’educazione permanente.

Si parla di crescita sostenendo ricerca e innovazione e si tralascia la crescita del benessere delle persone, che pure incide pesantemente, anche sul pluricitato PIL.

La crescita del benessere nazionale passa anche e soprattutto, per lo stato di salute delle persone e la salute delle persone è tutelata sia dalla prevenzione nelle sue varie forme, ma anche da una corretta azione di cura.

Ritorniamo quindi alla formazione degli operatori.

Ho sempre ritenuto fondamentale ed essenziale, per avviare un percorso formativo, la riproposizione della "centunesima" domanda del questionario.del King's Fund Center (1980)- Community health concile visiting, Londra[i]

“ A me se fossi invalido piacerebbe vivere in questo ospedale?”

Cosa significa questo?

Che in un momento in cui occorre ottimizzare le risorse, bisogna fare delle scelte anche sui percorsi formativi, (una spending review della formazione) che devono essere dinamici, saper cogliere l’ambito esterno ed interno in cui si muovono gli operatori, il funzionamento dei servizi e le caratteristiche dei destinatari delle cure; saper sintonizzarsi sulle mutate sensibilità e aspettative dei cittadini e, d’altro canto, sulle condizioni di lavoro del personale e la loro collocazione nel sistema sociale e valoriale delle professioni.

Se non in percorsi formativi d’accesso, quando le nozioni teoriche e pratiche acquisite per l’acquisizione del titolo professionale, devono essere rimodulate nel contesto lavorativo, gli obiettivi formativi da selezionare possono essere raggruppati in tre aree:

  1. Prendersi cura delle persone: interventi individuali, prevenzione, ascolto, legame con i familiari e la comunità circostante non risposte sanitarie ove il bisogno è sociale, psicologico, d’accettazione;
  2. Organizzazione gestionale che superi la codificazione d’ogni momento e azione della giornata o dell’intervento, ma che assumendo come cultura di base protocolli e procedure riassegni responsabilità e autonomia ai singoli operatori;
  3.  Fornire agli operatori una rimotivazione continua nel dare loro la possibilità, coniugando bisogni delle persone e necessità organizzative, di sperimentare, innovare, proporre, essendo ascoltati, cambiamenti e nuove modalità d’assistenza.

Ognuno dei concetti e delle azioni sopra indicate vanno declinate, destrutturate per comprenderne la valenza e ricomposte sugli obiettivi che si vogliono raggiungere:

Alcuni esempi per uscire dalla genericità e dagli slogan.

Interventi individuali e personalizzazione: non significano solo fare un PAI, una cartella sociosanitaria, una consegna esauriente. Questi sono strumenti, ma chi li utilizza deve sapere se in quel momento sono applicabili in toto o vanno adattati alle condizioni contingenti. Significa ascoltare cosa ti dice in quel momento la persona e dare valore alle sue parole. Spesso, anche nelle persone con Alzheimer avanzato ci sono richieste verbali e non verbali, atteggiamenti o sofferenze a cui il PAI non da risposta immediata, ma servono l’intelligenza e la disponibilità dell’operatore.

Organizzazione flessibile e responsabilizzante: per gli utenti e per gli operatori. Richiede alcuni principi informatori: piccoli gruppi- nucleo o sottonucleo- con responsabilità anche organizzativa dei responsabili di nucleo, verifiche di risultati, valutazione degli interventi individuali, strumenti di lavoro e sistema informativo interno adeguati.

Infine la motivazione degli operatori: il nodo primario, di cui tener conto, sono le diverse dipendenze contrattuali, pubblici ( Comuni, ASL, ASP) e delle Cooperative, i canali di comunicazione e di trasferimento degli obiettivi, in primo luogo per i diversi salari e norme accessorie e le dipendenze funzionali.

Il secondo elemento è connesso alla tipologia di lavoro, che in presenza di non autosufficienza, cronicità e stato terminale, restringono la gratificazione dell’operatore non alla guarigione, ma alla capacità di dare serenità alla persona. Come dice Capranico[ii], a questi operatori è assegnato un “compito impossibile” a cui possono fare fronte con un sistema valoriale, una struttura di aiuto reciproco e, possono rigenerarsi, avendo la possibilità di innovare e sperimentare per assicurar questa serenità, perché l’esito spesso infausto della cura, la ripetitività delle mansioni e dei compiti, la rigidità dell’organizzazione, l’invisibilità del loro lavoro non solo demotivano la persona, ma innescano quei meccanismi di corto circuito che spesso producono atteggiamenti inidonei e riprovevoli.

Riassumendo le riflessioni qui svolte: l’uguaglianza per le persone fragili è difesa anche da un operatore motivato che sa ed è sostenuto, con una formazione indirizzata ad innovare e sperimentare.

 

PS. Dopo la stesura di questo articolo mi è pervenuto il contributo dell’amica Letizia, che con mio sommo piacere, senza consultarci, è partita dallo stesso tema. Condividiamo il rispetto per gli anziani e la fiducia nella formazione!



[i] 100 domande da fare nel visitare gli ospedali e le unità per lungodegenti, (traduzione di P.L. Morosini), in Alzheimer Longevità Geriatria, 1988; 7/8:77-79.

[ii] Capranico S. In che cosa posso servirla- idee e cultura per le organizzazioni di servizio, pagg142/144, Guerini e associati, Milano 1998.