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Equo/Equità, in tutte le sue declinazioni e derivati sono oggi i termini più diffusi:

 dall’equità nelle manovre anticrisi promesse dal nuovo governo alla costruzione di un modello di Benessere equo e sostenibile, nel progetto ISTAT- CNEL, dall’equità sociale richiesta dalle organizzazioni di rappresentanza dei disabili o dei lavoratori. Cosa significa equità? Prendiamo dai vocabolari: “giustizia, imparzialità” dice Lo Zingarelli 2011[i] “virtù che consente l’attribuzione o il riconoscimento di ciò che aspetta al singolo in base ad un’interpretazione umana e non letterale della giustizia” spiega il Devoto, Oli[ii] o, ancora più nel profondo, nel vocabolario etimologico, dal latino aequus-parola d’origine greca- giusto, ragionevole non secondo il rigor della legge, ma secondo natura e convenienza [iii].

 

Poi forse ognuno ha un concetto diverso dell’equità, ma almeno scambiamo un termine sobrio comprensibile, meno slogan mediatico di quelli che hanno imperversato in questi anni “macelleria sociale” “ le mani nelle tasche degli italiani” ed altri che Gustavo Zagrebelsky, in “Sulla lingua del tempo presente” e Gianrico Carofiglio, in “ La manomissione delle parole” stigmatizzavano nei loro due volumetti.

Poi sempre dai vocabolari on line apprendiamo che esiste equità giuridica, equità fiscale, equità sociale, equità verticale.

 L’equità, in questo periodo, è sempre associata ad altre due parole rigore e crescita; qualche volta rigore è sostituita da efficienza.

Tra tutte le definizioni che abbiamo riportato dai dizionari, scegliamo quella del Devoto-Oli, “il riconoscimento di ciò che aspetta al singolo in base ad un’interpretazione umana e non letterale della giustizia”.

Perché in quella umana non c’è solo lo spread, il PIL o il debito pubblico. Ci sono le persone e le diseguaglianze sociali, c’è la solidarietà, c’è la coesione sociale, termini spariti da troppo tempo dal linguaggio politico ed economico. Non è un malinteso senso né di buonismo, né di assistenzialismo. Significa solo che, anche i sacrifici, non vanno fatti sulle persone, ma con le persone.

Perché se in una manovra economica, sono tagliati i fondi per la non autosufficienza o la famiglia o la disabilità, se contemporaneamente si pensa di ricavare altre 20 miliardi sempre dalla voce assistenza e previdenza, se poi si pensa di incidere su quelle deduzioni fiscali attinenti alla sanità, già colpita dai ticket, significa non equità ma un mitragliamento incrociato su un moribondo, neanche sulla Croce Rossa che potrebbe essere un automezzo.

Se sullo stesso piatto mettiamo anche il licenziamento delle donne, anche a part-time, la fuoriuscita dai cinquantenni nelle aziende in crisi, chi pagherà, oltre alle spese vitali per il figlio disoccupato, la retta dell’istituto di ricovero per gli anziani non più gestibili a casa come quelli colpiti dalla sindrome d’Alzheimer?o la badante che permette a qualcuno di lavorare o tutte quelle spese di farmaci e altri aiuti necessari, non a carico del SSN.

Diceva un relatore all’assemblea plenaria del Forum sulla non autosufficienza che gli operatori e i dirigenti dei servizi alla persona dovrebbero fare sentire la loro voce, anche nel momento dei tagli, perché sono loro quelli più in grado di sapere dove possono avvenire con minor danno possibile. Ma chi ha mai ascoltato gli operatori, se anche i loro diretti interlocutori, gli enti locali non hanno avuto voce in capitolo e si sono trovati schiacciati dalla manovra?

Si parla in questi giorni di un’altra manovre di 15 miliardi, che, secondo le dichiarazioni, dovrebbe colpire chi ha meno dato.

Tralasciando il fondato timore che, chi ha meno dato e ha di più, è spesso sconosciuto allo Stato che v’inciampa per caso, inseguendo un fuoristrada, dove si orienteranno i nuovi tagli ? daranno già per acquisito i capitali derivanti dalle ingiustizie della manovre agostane?

Da agosto in poi già si sono avvertiti i primi avvisi: chiudere la formazione per gli operatori, aumentare le rette dei servizi e tagliarne la ricettività, togliere attività superflue (deciso da chi, superflue per chi?).

Vorremmo che, come già scritto più volte il rigore e l’equità anche nei servizi alla persona fosse occasione d’innovazione, di rilettura dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi, non per tagliare gli sprechi, che non credo siano rilevanti, ma per recuperare in qualità ed efficacia.

A fronte di una popolazione che invecchia, di patologie croniche che si estendono, di non autosufficienze che aumentano anche nei giovani o per patologie tumorali e per incidenti stradali gravissimi, anche non investire significa ridurre i servizi. Non investire significa avere luoghi sempre più fatiscenti in cui curare le persone.

La spesa farmaceutica è quasi fuori controllo, i farmaci sempre più complessi e avanzati hanno costi pesanti per il SSN, la pressione degli Istituti di ricerca e delle aziende per le nuove tecnologie diagnostiche e chirurgiche sono ben più forti di quelle delle associazioni dei disabili o dei pensionati.

La pubblicità trasforma ogni evento ed espressione normale del corpo umano in un qualche sintomo patologico, così come una cultura giovanilistica invita a ricorrere ad ogni mezzo e strumento, bisturi compreso, per un’eterna giovinezza.

Mantenendo ferma la necessità di sottoporre a rigoroso controllo le spese per nuove strumentazioni o altro è però possibile affrontare anche la possibilità di recupero di risorse- in senso lato, compreso quelle umane anzi soprattutto queste- ragionando su alcuni aspetti.

La prevenzione, in questo caso specifico, è intesa come educazione, cultura, crescita del capitale umano e dell’empowerment della popolazione.

Perché gli appelli individuali a stili di vita corretti, rischiano di cadere nel vuoto se attorno non c’è una comunità che cura, che controbilancia le pressioni dei mercati e dei produttori, che predispone opportunità e spazi per una vita sana, che si fa carico di un obiettivo di salute.

Il secondo nodo sta nell’attuazione dell’integrazione sociosanitaria nel territorio, iniziando a rivedere il funzionamento dei servizi, la loro capacità di prevenire curare e riabilitare e inserire. Ciò è possibile farlo se si riesamina, dall’inizio, senza preconcetti, il dispiegarsi delle attività e delle azioni, in particolare quando più soggetti pubblici e non solo sono chiamati ad intervenire. Si raggiungerebbero due obiettivi molto rilevanti: il benessere delle persone e la giusta allocazione delle risorse.

Il terzo nodo riguarda gli operatori dei servizi a tutti i livelli, quelli che oggi con una terminologia mutuata dalle imprese e dalle finanze sono risorse o capitale, come se il loro valore potesse essere assimilato ad un edificio o ad un accantonamento di bilancio.

Il personale dei servizi, come sempre si è chiamato, è il fulcro e la chiave dei servizi alla persona, perché sono quelli che dialogano con l’individuo, che costano ma fanno la qualità, determinano la differenza. Un personale demotivato, frustrato, mal pagato, non formato non potrà mai essere sostituito o rimpiazzato da un fantascientifico strumento diagnostico.

 

 

 


[i] Lo Zingarelli 2011, Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore, 2010.

[ii] Devoto G., Oli G.C., Il dizionario della Lingua italiana, editore le Monnier, 1994.

[iii] Ottorino Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, edizioni Polaris, 1991.