×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 62

Già all’inizio la manovra economica ha manifestato un lampante obiettivo: colpire chi già paga le tasse, picconare il welfare, riducendolo ad interventi residuali per una minoranza di bisognosi,

 ben selezionati, perchè si sa che tanti mentono ( sono persino più falsi degli evasori e per questo si perseguono con maggior efficacia!), rendere invisibili i soggetti- vecchi, disabili, immigrati- che consumano risorse e offuscano l’immagine del “bel paese”. Peccatori di tale ignominia, vecchi e nuovi, devono pagare prima di tutti! Il decreto ora in Parlamento, sancirà questi patriottici proclami, che con esplicita coerenza, sarebbero sostenuti dall’abolizione delle feste laiche, che perpetuano gli ideali e i valori della Repubblica italiana?

Parlavamo nell’ultima nota, che le politiche sociali rappresentano l’indicatore primo, pro e contro l’uguaglianza. Parafrasando Amartya Sen, se uguaglianza è libertà, se libertà è democrazia, se democrazia è parità di diritti, il cerchio si chiude: in gioco non solo condizioni di reddito ridotte, ma il diritto ad essere cittadino di questo stato.

Se a me vecchio, a me disabile, a me malato non sono riconosciute le possibilità di avere adeguata assistenza, di poter vivere la mia vita con decoro, anche con le mie limitazioni funzionali, psichiche, fisiche, mi si toglie non un po’ di reddito, ma la possibilità della sopravvivenza, della dignità personale, della partecipazione alla vita sociale, del riconoscimento di far parte di questa comunità. Su questo abbiamo chiesto e pubblichiamo contributi importanti.

Possiamo dire, avendo in questi giorni prestato attenzione sia agli articoli dei giornali, ma anche ai messaggi dei network sociali, alle esternazioni “sagge ed acculturate” di tanti esperti, pare proprio di assistere a dialoghi tra sordi, tra abitanti di mondi diversi, o peggio, tra cinici, finti neutrali, esperti. La scienza, come la medicina, è meccanismo di potere (leggete gli articoli su Maccacaro e Ilich).

Gli operatori dei servizi, le associazioni illustrano le conseguenze dei punti più pesanti della manovra, denunciando l’arretramento non solo nelle risorse impegnate, ma anche nella concezione dello Stato sociale. Dall’altra parte si cerca di dare la massima asetticità alla manovra (con esclusione del rimorso cocente e lacrimevole sulla tassa di solidarietà che sembra mettere sul lastrico alcune decine di migliaia di persone).

Non si parla di quanti vecchi con i vari ticket, aumento dei generi di prima necessità per l’IVA, si devono scordare d’ogni forma di prevenzione, di risposte sanitarie immediate o anche- pur se sembra contraddittorio detto da noi che rivendichiamo diritti per i caregiver- di poter contare sull’aiuto del parente che vedrà ridotti spazi per l’assistenza, non potrà pensionarsi, senza che altri servizi siano attivati. Qualcuno poi-dicono che sia un medico- minaccia di togliere, non riformare, l’indennità d’accompagnamento!

Non si parla dei disabili, delle loro esigenze di un reddito di sopravvivenza e autonomia, ma anche di riabilitazione, di cura, di riconoscimento d’appartenenza.

Non si parla di persone con disagio psichico per le quali l’inclusione sociale è il primo passo per annullare lo stigma del diverso.

Dispiace che, nella giusta rivendicazione dei Comuni di non colpire ulteriormente i loro bilanci, ultima ancora di salvataggio per le persone più fragili, per le famiglie, per quei milioni di cittadini poveri o a rischio di diventarlo, poco si proponga per la gestione associata dei servizi, pur essendo tante e positive queste esperienze, anche se ancora poche quelle che hanno superato lo stadio della gestione di secondo livello (i consorzi o i vari nomi che assumono) per la nascita di un soggetto pubblico non derivato: l’occasione persa delle ASP!

Iniziando questa rubrica, con l’intento di evidenziare le diseguaglianze, a volte anche subdole e nascoste, che colpiscono i vecchi in primo luogo, tutti i cittadini in condizione svantaggiata a vario titolo, non pensavamo- ed erano pochi mesi fa.- che il tema avrebbe assunto queste dimensioni.

Non sono solo le diseguaglianze per approcci culturali o mentalità obsolete, o stereotipi persistenti o moderne idee di giovanilismo, competitività, aggressività quelle che si manifestano.

E’ una nube nera, che incombe su questo paese, che minaccia diritti costituzionali - la salute, la garanzia di pari condizioni di partenza, il valore del lavoro e dell’eguaglianza- che vanifica il senso d’appartenenza ad una comunità e ad una nazione (e quest’anno si festeggiano i 150 anni!), che offende la dignità e la responsabilità del singolo individuo.

Si annotava che, nel politicamente corretto (?), anche gli esperti e gli studiosi del sociale e del sanitario troppo si sono soffermati nel fotografare situazioni esistenti, ma ben poco a prevedere scenari futuri, se non come derivazioni automatiche dall’attuale stato di cose.

Si dissentiva, in particolare, dall’assunto ( e non un’ipotesi investigativa) di poter fare previsioni di come e quanti sarebbero stati i vecchi del 2020, senza tener conto di modificazione di stili di vita, condizioni sociali, sanitarie (patologie dominanti?) ed economiche; ora, pur non essendo esperti di statistica e demografia, avvertiamo risposte insufficienti in quegli studi e quelle previsioni.

Analoga sensazione per l’analisi sui servizi esistenti: funzionamento, ruolo, interconnessioni.

C’è una domanda che comincia a circolare e condivido: cosa possono fare unitamente gli operatori i professionisti, le associazioni, i gruppi sociali e i vari siti on line, ricercatori, per dare un contributo specifico, per indicare non solo strade e ipotesi di “contenimento e riduzione del danno”, ma anche possibili percorsi che facciano della crisi un’occasione per un passo avanti del sistema di sicurezza sociale, di una cultura diffusa, in termini di linguaggio, idee, comportamenti che inserisca tutti i cittadini, anche i più fragili, a pieno diritto nella società italiana?

Ci muoviamo sempre ognuno nel proprio ambito. Ci s’incontra nei convegni che noi stessi organizziamo, ognuno racconta la sua analisi/ricetta, qualche domanda di chiarimento, poi si chiude. Non esistono più le “tavole rotonde” come forma di dibattito, perchè non c’era confronto, magari un po' d’ascolto reciproco, ma soprattutto monologhi autogratificanti.

Rimangono i network sociali, ma sono reti di relazioni, strumenti di conoscenza, di lancio d’idee, non certo d’approfondimento.

Vi chiedo se vale la pena pensarci, perchè credo che ci sia un patrimonio di valori, esperienze e saperi che può essere valorizzato e divenire una boa importante, senza gerarchie professionali, accademiche, ma solo d’idee innovative, valutate dal contesto. Io, con Per lunga vita, ci sono.