Questa volta non parliamo di discriminazioni rivolte a persone, fasce di cittadini, di diritti violati o disattesi.

La discriminazione, a cui ci riferiamo è molto più estesa, quasi congenita. Le politiche sociali, prisma dalle varie facce, sono cartina  di tornasole di come si affrontano le diseguaglianze,  specie se le risorse da distribuire sono poche.

La feroce contrapposizione negli USA tra repubblicani e democratici ha questo nodo e come tutte le politiche liberiste dei vari organismi internazionali, drammaticamente imposte ai paesi più poveri del sud del mondo. La globalizzazione non ha sostenuto le politiche sociali, ma le ha travolte.

Politiche sociali versus tasse. Estendere o mantenere lo stato sociale per tutti, in particolare i più fragili e aumentare le tasse, in particolare ai più ricchi. Oppure abbassare le tasse e togliere gli indirizzi sociali. In periodo di crisi le scelte si estremizzano e compaiono gli aut/aut al posto delle mediazioni.

Non sono possibilI altre scelte?

Sulle scelte sociali avviene la prima opzione tra chi vuole combattere le ingiustizie e chi ritiene che tutti possono farcela, senza che lo Stato intervenga.

In Italia, la visione angusta che  se n’è sempre avuta, non è mutata per scelte politiche, ma anche per ristrettezza di idee.

L’ultima manovra economica sceglie di colpire  le fasce medio/basse, i cittadini a reddito fisso che pagano alla fonte le tasse. Tra questi pagheranno ancora di più coloro che avrebbero bisogno di un sostegno scolastico, economico, assistenziale, per avere almeno qualche, non tante, chance in più per stare ai podii di partenza, alla pari con gli altri.

Perché non ci fossero dubbi su chi pesa il pareggio dei conti e degli sprechi, si riducono agli Enti locali le già scarse disponibilità. Era un ultimo polmone per i cittadini per prendere fiato, ora si chiude l’ossigeno. E’ solo l’ultimo tassello: si sono azzerati negli ultimi tre anni tutti i Fondi vincolati per la famiglia, per la non autosufficienza, per gli affitti e per tutto ciò che aveva un “olezzo di povertà”, mentre  o forse per questo i poveri aumentano.

Le politiche sociali, nelle loro sfaccettature offrono tante altre letture.

Esse  dovrebbero prevedere investimenti, azioni integrate, progetti per sostenere lo sviluppo economico, culturale, lavorativo, per inserire le donne nel mercato del lavoro, per combattere ingiustizie verso gli immigrati, i poveri, i bambini, i vecchi. Sono sempre, al contrario, state pensate sinonimi di spazi segregati e  segreganti, riparative, d’elargizione di elemosine, estemporanee provvidenze economiche, con un respiro non più ampio di quelle delle opere pie o degli ordini elemosinieri,

Le politiche sociali hanno assunto dignità politica- per il confronto prodotto, per il coinvolgimento di associazioni, enti e cittadini, per l’innovazioni  introdotte- con l’approvazione della legge di riforma, la 328/2000, a cento anni dall’ultimo pronunciamento legislativo in materia, la longeva legge Crispi.

Le Regioni, molte o poche, hanno legiferato, all’interno di un quadro nazionale, in cui mancavano e mancano tuttora i “fondamentali”.

Le deleghe alle politiche sociali sono sintomo di sconfitta, sono un palliativo, quello da non esibire, perché non da lustro né potere da assegnare nel 99% dei casi alle donne, sia come assessori, ministri, responsabili di commissione. Non avviene nell’1% dei casi e allora l’incarico va alla componente minoritaria dell’alleanza. Se proprio non si riesce  a trovare questo scivolo, l’uomo di turno lo aggrega alla sanità, al lavoro, a qualche delega di peso.

Se questo dovesse sembrare un po’ di  frustrazione o rivendicazionismo di area o di genere, può servire esaminarne alcuni risultati nei contenuti e nelle elaborazioni.

La specializzazione, ad esempio in sanità, con cui il sociale si relaziona o cerca di farlo, fa sì che la circolazione delle informazioni sia sempre più ristretta agli addetti ai lavori, sempre più iperparcelizzata.

In questo circolo si riducono i confronti, tra politica e operatori, tra questi e i cittadini, che la politica non riesce poi a ricomporre.

I linguaggi si fanno rarefatti e ipertecnologici, gerghi ricchi di sigle e di parole straniere, preclusi al normale cittadino.

Questo succede  quando le materie hanno un appeal innato o assegnato, come l’economia o l’informatica.

Le politiche sociali sono, per lo stigma congenito a cui si accennava, poco attraenti, poco spumeggianti e poco  utilizzabili per provocazioni intellettuali.

Un contributo negativo è stato dato anche dagli esperti e dagli studiosi, che forse in un’errata concezione del politicamente corretto, si sono più spesi nel raccogliere dati, fare ricerche su ciò che si conosce che spendersi- rischiando anche l’impopolarità di proposte d’innovazione- nella programmazione, nella proposizione di nuove modalità d’intervento, di diverso utilizzo delle risorse, nel ridisegnare competenze e responsabilità. Alla fine crescono metodologie d’elaborazione e programmazione asfittiche, in carta carbone, spalmate su realtà diverse, servizi “pastorizzati” in cui il massimo dell’impegno è un progetto sperimentale, legato ad un  finanziamento a termine.

Può nascere in questo mondo asfittico “un’intelligenza sociale”, una cultura diffusa ? Alcuni degli obiettivi più avanzati, come quello della domiciliarità, con la capacità di rompere certi schemi, sono, per fortuna del sistema sociale, stati difesi e alzati come un vessillo da alcune persone irriducibili e temerarie, mai sufficientemente ringraziate.

Il messaggio lanciato ha visto cogliere troppo spesso solo lo slogan, ma non l’idea. E’ sufficiente pensare a cosa è l’assistenza domiciliare integrata, salvo le dovute eccezioni, per  rendersi conto di quanto siano ancora da sviscerare  i principi, i concetti  teorici e operativi della domiciliarità.

Questo impoverimento d’elaborazione nelle politiche sociali- per  riduzione del confronto con altre aree delle politiche pubbliche- sanità in primis- per riproposizione  di schemi gestionali e operativi superati, frustrano la motivazione degli operatori che, interrotto il confronto propositivo con la politica, a volte anche scomodo e maleorientato, si sono trovati  a sostenere da soli l’impatto con i cittadini con sempre minori risposte da dare.

Si aggiunga un’occasione mancata nel confronto e nella sintesi tra due diverse culture, quella laica e quella cattolica, presente in entrambi gli schieramenti politici. Questo silenzio tra convitati si è espresso nell’assegnare- quasi ovunque, indipendentemente dal tipo di maggioranza-a soggetti con la stessa matrice, cattolica, con provenienza dal volontariato o dagli organismi ecclesiali, in maggioranza donne, la delega delle politiche sociali.

Sono diverse le concezioni e le metodologie  con cui ci si approccia al tema, senza voler dare giudizi di merito. Sarebbe stato utile anche per superare preconcetti ideologici, “ valori non negoziabili”, per sostenere i diritti del cittadino, avviare un confronto costruttivo e trarre delle linee nuove d’azione.

Su questo aspetto abbiamo interpellato un nostro prezioso collaboratore, l’onorevole Domenico Rosati.