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Due notizie sono apparse sui giornali in questi giorni: la richiesta del Comune di Palermo di mettere i defunti anche in tombe con altri e la sentenza dell’Alta Camera della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo che assolve l’Italia per la presenza del crocefisso nelle Aule, previsto dalla Legge Casati del 1859 e da due Regi Decreti del 1924 e 1928. Alcuni mesi fa un giudice perse il ricorso per togliere dalle sale d'udienza dei tribunali ( norma imposta da una circolare del MInistro di Grazie e Giustizia Rocco nel 1926).

Notizia dominante è stata certamente la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II che aveva fatto sia del dialogo tra le religioni, che della denuncia delle gravi colpe della Chiesa nel massacro dei nativi nei Paesi del Nuovo Mondo due capisaldi della propria dottrina. Sono poi notizie quotidiane le ostilità e le discussioni per l’apertura di moschee.

La sentenza della Corte Europea sembra una vittoria di Pirro. La definizione minimalista e sbrigativa con cui è definito il crocefisso, simbolo culturale e non in grado di influenzare, annulla molti dei significati che dai credenti si attribuiscono al simbolo cristiano. Le reazioni delle Comunità religiose, ebraiche, valdesi ed altre, sono state molto negative.

Alla richiesta del Comune di Palermo che non ha saputo programmare le esigenze di loculi per i propri amministrati (previsione non cabalistica!), ha risposto un cittadino italiano di fede greco- ortodossa, consorella di quella cattolica romana, che ha dichiarato impossibile pensare di accogliere nella propria tomba di famiglia un morto di un’altra religione.

Questi due eventi, di diversa diffusione ed anche significato pongono alcuni interrogativi a chi opera neri servizi.

E’, almeno a parole, un’affermazione condivisa in tutti i servizi alla persona, dagli asili nido agli ospedali passando per l’assistenza domiciliare, o i Centri di riabilitazione, le case famiglia, le RSA che occorre rispettare l’identità, la dignità e i diritti individuali dei cittadini, difesi dalla Costituzione, quale la libertà di culto, di lingua, di genere, di usi e costumi e di credo politico, salvo quanto stabilito nelle norme transitorie.

Il problema si è già posto nelle scuole per le mense scolastiche che, quasi ovunque, hanno adottato menù alternativi secondo i vari credi religiosi. Così anche negli ospedali.

In fondo, come è nell’organizzazione dei servizi alla persona, modificare una prestazione– in questo caso il cibo- non è poi così difficile. Anzi, è ciò a cui sono più attrezzati i servizi sociali e sanitari.

Rimane più difficile adottare una mentalità tollerante e democratica. Dalle prime immigrazioni dal mondo arabo e dell’estremo oriente- India, Cina, Filippine per citarne alcuni - ad oggi, sono passati decine di anni. Quelle persone stanno invecchiando e se fin ad ora ritornavano al proprio paese perchè là avevano la famiglia, ora non più. I loro figli sono quella seconda generazione che nata in Italia, vuole aver riconosciuta la cittadinanza italiana e non pensa di ritornare nel paese di provenienza dei genitori. Ed anche per loro si porrà il problema di assistere i propri congiunti che invecchiano, si ammalano, diventano non autosufficienti. A questi occorre aggiungere quei numerosi giovani immigrati che per incidenti, molti sul lavoro o per strada- anche per le automobili sgangherate che utilizzano- diventano disabili e totalmente non autosufficienti. Quale livello d’assistenza possiamo garantire loro sul pian del rispetto dei diritti individuali, quando la permanenza nei servizi diventa lunga, anche se frazionata in periodi?

Può sembrare un problema oggi non prioritario, ma rischiamo nel giro di un decennio di vedercelo esplodere davanti.

Finora le minoranze religiose in Italia, ebraiche, valdesi e altre confessioni hanno provveduto direttamente all’assistenza dei propri correligionali, con servizi, come quelli valdesi, anche d’alta qualità, riconosciuta dagli esperti del settore.

Nell’attività di consulenza a progettisti per la costruzione di RSA o edifici analoghi, ho sempre ritenuto elemento qualificante prevedere un luogo di culto dedicato e solenne non uno spazio residuale, con la stessa dignità e priorità di un ambulatorio. Questo spazio, oltre che accogliere le funzioni religiose è anche un luogo di raccoglimento individuale per i vecchi “confinati” ad una vita collettiva, non si sa quanto desiderata o subita, per necessità o volontà d’altri. Ed ancora, questo luogo, contribuisce a adottare comportamenti da anziani e da operatori, per elaborare il lutto della morte, evento purtroppo frequente, che però, imponendo la cultura del mondo attuale, si cerca di mimetizzare anche a quelle persone, come gli anziani, ancora legati ai riti funebri collettivi.

Cosa succederà quando i servizi ospiteranno culture e religioni diverse? Gli ospedali, anche gli con emigrazioni di massa nei paesi occidentali, può anche essere ritenuto secondario, ma per la sua pregnanza è in ogni caso un primo banco di prova di quanto le affermazioni di rispetto edifici più moderni, non sono riusciti nemmeno a pensare, accanto alle camere mortuarie luoghi di raccoglimento per i famigliari dei non credenti, figuriamoci per i seguaci di altri culti.

Questo tema, anche per il momento cruciale che molte popolazioni non cristiane stanno vivendo, dell’individualità resistono nei fatti, se messe alla prova di culture e religioni diverse. Parlare di luoghi di culto, di riti funebri, di spazi di raccoglimento richiama i sentimenti più profondi e intimi degli uomini, la religiosità, la spiritualità, la propria concezione della vita e della morte, i legami con la propria comunità, con gli avi e parenti.

Purtroppo nel nostro Paese i temi più sensibili e connaturati con lo spirito umano diventano in primo luogo clave nelle campagne elettorali, proclami di verità possedute e non negoziabili, vessilli dei personaggi meno degni di sventolarli, e sempre più, megafoni dell’intolleranza e della violenza.

Non è neppure credibile, che chi è ostile a chi professa culti e usi differenti, diventi benevolo verso altri diversi, siano omosessuali, conviventi, disabili o semplicemente vecchi. Basta ricordare gli insulti in Parlamento all’onorevole disabile! Quanti sono i componenti di coppie, anche eterosessuali, che diventando vecchi avranno bisogno di accedere ai servizi. Cosa si farà? Come è stato purtroppo fatto in tante occasioni non si permetterà loro di visitare il proprio convivente se ammalato? Si negherà la camera doppia in RSA? Sarà sempre necessario ricorrere ad un’autorizzazione pubblica o ad un ruolo istituito da una legge per vedere riconosciuto un sentimento?