A volte la casualità assume funzione stimolatrice.
Mi sono giunti contemporaneamente due libri- che presento a latere “ Legami di cura”- Badanti, anziani e famiglie” di Rosita De luigi, e “Una buona pratica di cura della non autosufficienza” di Franco Caccia.
Non so se Rosita e Franco si conoscono perché i punti di contatto non finiscono nell’uscita contemporanea dei due libri, pur con editori diversi. Nei loro testi ci sono riferimenti comuni ad alcuni concetti:

1. La “domiciliarità” come elaborato da “La Bottega del Possibile”,
2. “L’aver cura” di Luigina Mortari, autrice di “Filosofia della cura” (qui) presentato su PV
3. La comunità partecipante
4. La salute come bene comune.
Ancora in contesti e con approcci culturali e professionali diversi richiamano:
• L’idea della cura che va oltre la prestazione assistenziale, per divenire uno scambio, una relazione tra chi cura e chi è curato;
• Una responsabilità nei confronti del vecchio, della famiglia, della comunità diffusa tra una molteplicità di figure con mansioni formali, informali, professionali, sociali;
• La costruzione di “legami” tra i soggetti della cura, la comunità, le associazioni, le scuole, la popolazione anziana;
• Il rilievo teorico e pratico dato alle figure professionali formali e informali (Caregiver, assistenti famigliari, OSS, educatori, assistenti sociali) per dare contenuti a una comunità che cura;
• La proposizione di ipotesi operative concrete: “punti di prossimità”, sportelli sociali e altro ancora;
• La necessità di una lettura interdisciplinare e interculturale della realtà odierna, nello specifico degli anziani;
• La costruzione di un welfare che parte dal basso, anche per colmare un “vuoto” di programmazione e promozione da parte dei soggetti a ciò deputati (amministratori, politici, esperti di area).
I due diversi approcci portano Rosita Deluigi ad approfondire il punto di vista dell’anziano, in un coinvolgimento attivo nella costruzione di un programma di cura, mentre Caccia si è maggiormente soffermato su operatori, comunità e formazione.
Trovare in due approfondimenti tanti punti di contatto e comuni ipotesi di lavoro mi ha convinto che non è solo casualità e coincidenza, ma espressione del diffondersi e concretizzarsi di un’idea di un “welfare nuovo” che non si definisce sugli erogatori delle risorse economiche, sui benefit elargiti, sulle prestazioni assistenziali (secondo welfare, welfare aziendale, welfare di sussidiarietà), ma ascoltando, rispondendo, partendo da chi del welfare ha bisogno per vivere e migliorare la propria vita.
Perché vi sia “nuovo welfare” si deve capovolgere il punto di vista da parte di chi (almeno fino ad oggi!) ne è responsabile, lo Stato, per fare sintesi della domanda che viene dal basso, rielaborandola, restituendola in un circolo dinamico di valutazione d’impatto e di esiti.
Il modello di welfare pubblico attuale di fatto non ascolta o non legge la domanda dei cittadini, ma propone e impone le sue risposte e le sue soluzioni a cascata. Sono scelte a volte maturate in anni e condizioni diverse (ad esempio l’assegno di accompagnamento!).
È un welfare cresciuto con la teoria che solo i professionisti possono decodificare la domanda di bisogno o un sintomo e dare la risposta giusta, mentre la persona può solo esternare un disagio o un dolore.
Ci sono paradigmi o termini o modelli difficili da rivedere, anche quando appaiono come innovativi.
Quando una parola diventa di moda, spesso smarrisce il significato, assorbe la voglia di approfondire.
Alcune di queste parole o modelli sono divenute di uso comune: cura, relazione, ascolto, fragilità. Le interpretazioni/attuazioni pratiche concordano?
Ancora, partendo dai concetti di “domiciliarità”, di casa, di personalizzazione perché ancora l’intervento di cura si identifica spesso nei servizi domiciliari e non in un progetto che coinvolge tutti i servizi territoriali, dal MMG ai servizi diurni alle strutture residenziali, sino ai Pronto Soccorsi, ai reparti ospedalieri, con un coinvolgimento della famiglia e delle assistenti famigliari, della comunità in tutte le sue espressioni?
Perché le professioni di cura, formali e informali pur vedendo sempre più riconosciute le loro funzioni, non riescono a ottenere i riconoscimenti contrattuali, ma anche socioculturali e di ruolo che dovrebbero avere?
Il limbo interpretativo in cui navigano sia la figura del caregiver, sia quella dell’assistente famigliare denunciano, a essere benevoli, una scarsa attenzione al tema dell’invecchiamento forse perché le entità coinvolte sono la famiglia, la donna, le migranti dall’est europeo o dal Sudamerica.
Le ipotesi di un welfare dal basso intergenerazionale, interdisciplinare, comunitario richiedono allora di interrogarsi se, come scrive Domenico De Masi in una citazione di Franco Caccia: “Forse non è la realtà a essere in crisi, forse è in crisi il nostro modo di interpretarla”.
Allora dove, come e da chi può essere rivista la lettura della società, delle manifestazioni maggiori di disagio e difficoltà, ma anche dei possibili obiettivi di benessere?
Non certo nei convegni, nei work shop, nei forum (sempre più spesso gestiti da privati e da questi appaltati ad associazioni e network) che assolvono a una funzione di informazione e comunicazione, necessaria ma non sufficiente, in cui ognuno promuove il proprio “marchio”.
Non sono neppure i “centri studio” che forniscono ammirevoli documenti di approfondimento su forme di un nuovo welfare, spesso senza- forse non a caso- esplicitare in quale rapporto si colloca rispetto al principio universalistico, seppure molto indebolito e a volte anche obsoleto, del modello oggi esistente. Nessuna di queste proposte è neutra o anche solo sussidiaria. Spesso è proprio sostitutiva, anche se mascherata e simulata, in un progetto di aiuto ai cittadini.
Il soggetto pubblico, che non gode oggi di grande popolarità, forse in ulteriore diminuzione, ha delegato ad altri, per mancanza di risorse, carenza di idee, depauperamento delle proprie strutture tecniche e dirigenziali, vincoli burocratici e veti incrociati tra forze politiche, anche la promozione delle proprie esperienze positive, ridotte ad uno “strillo giornalistico”.
Le sedi istituzionali di confronto-la Conferenza dei servizi, la conferenza Stato regioni- sono tante prese d’atto di proposte “tecniche”, senza confronto con persone, operatori, comunità. Lo Stato, nelle sue articolazioni, in questo ordinamento, garante (almeno dovrebbe esserlo!)di principi di eguaglianza e universalismo, può assolvere a un ruolo di coordinamento e promozione di una fase rielaborativa di un nuovo welfare, multidisciplinare, interculturale intergenerazionale, partendo dal basso, dalle esperienze e dalla realtà sociale.


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