Ho chiamato questo sito Per lunga vita, “per meglio vivere vecchiaia, disabilità e cronicità” per inviare un messaggio  sereno e obiettivo.
Poi le informazioni e notizie che circolano nei media e nei social, nei congressi, nelle chiacchiere al mercato trattano solo di demenze, fragilità, cronicità con due rimedi: la medicina (visite e farmaci) e lo stile di vita individuale, poi la rassegnazione.
Se si parla di povertà e vecchiaia, il rimedio è un piccolo incremento delle pensioni. Analisi giuste, soluzioni anche corrette, ma sono le sole risposte alla vita delle persone anziane?
C’è un’immagine reale dell’anziano e dell’anziana odierni? Qual è il loro profilo?

Su PLV in questi mesi le interviste o gli articoli dei diversi ospiti si sono concentrati su:
• la personalizzazione della cura nel rapporto vecchio/ operatore (medico Infermiere, OSS e altri) per una medicina mirata con lo sguardo su iperprescrizioni diagnostiche, farmacologiche, chirurgiche;
• le azioni dei servizi per offrire risposte adeguate nel territorio, nei PS, nei servizi residenziali per la cura;
• costruire un profilo di vecchiaia degli anziani odierni che, poiché questa parte della vita oggi è destinata a durare quasi come ognuna della fasi precedenti (gioventù, età adulta) assuma contenuti, spazi, riconoscimenti nella comunità locale e nazionale, sociale e culturale, economica e produttiva.
Su questa dimensione della vecchiaia e dell’invecchiamento solo per citarne alcuni, in questi ultimi mesi, abbiamo intervistato psichiatri (Massimo Ammaniti), psicologi (Silvia Faggian, Elvio Raffaello Martini), antropologi (Antonio Guerci) sociologi (Fulvia Signani) pedagogisti (Sergio Tramma).
In quale tavolo queste discipline s’incontrano, aggiungendo ovviamente anche geriatri e neurologi che -dice Tramma- oggi sono in cima alla piramide dei “saperi riconosciuti” per la vecchiaia?
In quale tavolo sono presenti i giovani/vecchi e i grandi vecchi, le loro storie passate, ma anche le idee per il futuro? Non possono essere solo i dirigenti sindacali o di associazioni di volontariato a rappresentarli.
Esistono tante storie individuali, anche raccolte e stampate (penso alla Libera Università dell’autobiografia), libri curati da associazioni di anziani, pubblicazioni locali e nazionali che raccontano di vite vissute in particolari contesti, materiali poco studiati e solo per ciò che raccontano e non su chi racconta, insufficienti per una fotografia, per una memoria comune. Ci limitiamo al racconto degli “esperti”.
Gli anziani li conosciamo con lenti altrui: quelle dei caregiver o dei geriatri, dei controllori dei conti pubblici previdenziali o sanitari o degli statistici.
Possiamo fare un ritratto degli anziani di oggi, che saranno poi quei grandi vecchi negli anni 2045/50 che tanto spaventano i programmatori pubblici?
L’invecchiamento della popolazione è diventato un campanello d’allarme su cui s’innesta una delle tante campagne “terroristiche” come sulla sicurezza dei singoli e dei territori o sulla diffusione delle demenze come nuova piaga dell’umanità.
Se parliamo di un welfare da innovare e modificare, forse serve anche riconsiderare la platea a cui ci si rivolge, le caratteristiche odierne, gli interessi, i desideri e le aspettative così come le necessità e i bisogni, in sintonia con un messaggio oggi diffuso in cui la “salute è un bene comune” indispensabile per la vita di una società.
Costruire questo profilo dell’uomo e della donna anziana è la prima tappa.
Ci sono dati disponibili spesso neppure suddivisi per genere: istruzione, attività professionale, ascendenti e discendenti presenti nel nucleo famigliare, stato di salute.
I settantenni di oggi, nati dopo la seconda guerra mondiale hanno in comune la scolarizzazione di massa, ma, pur se figli di operai e mezzadri la possibilità di proseguimento degli studi.
Hanno vissuto lo sviluppo economico, l’industrializzazione, la “scuola” delle grandi fabbriche, il fermento di idee del ’68, il godimento dei primi beni di consumo, ma anche pagato i danni della migrazione interna, dell’abbandono delle comunità d’origine, della ricostruzione di una storia individuale e, forse, il vuoto pneumatico dietro le parole.
Alcuni sono stati sfiorati o colpiti personalmente dalla crisi per la chiusura delle fabbriche, l’incertezza dei pagamenti lavorativi e pensionistici o in via indiretta perché figli e nipoti navigano nella precarietà del posto di lavoro.
Di questi anziani vorrei conoscere come vedono il loro futuro, in che casa abitano, di cosa vorrebbero disporre, ma anche cosa vorrebbero apprendere, quali le difficoltà che incontrano nella vita quotidiana in una società, che corre, che s’informatizza, che usa le App.
Sulla loro salute non chiederei solo, come nei surreali test di dimissione dagli ospedali, il loro comportamento su ciò che la sanità ritiene fonte di salute (alimentazione, movimento, screening validati) ma anche come vivono quelle piccole deficienze dovute all’età (sordità, perdita della vista, deterioramento dell’apparato dentario) che prima di ogni patologia alterano la salute, la socializzazione, lo svolgimento della vita quotidiana, di cui il SSN nei fatti non tiene conto. Oppure come vorrebbero avere un’informazione corretta e non solo minacciosa sulle patologie dementigene per non interrogarsi continuamente se si stanno ammalando.
Ancora interrogherei uomini e donne su come impiegano il loro tempo libero, se ne hanno o invece, in maggioranza lo occupano con la cura di genitori e nipoti e con quale suddivisione dei compiti. Probabilmente sarà quella tradizionale, dove le donne organizzano, assistono, s’informano, accompagnano e gli uomini vanno a prendere i nipoti all’asilo, passano in farmacia e forse fanno la spesa.
Sono solo alcuni aspetti della vita degli anziani, di cui probabilmente si hanno anche dati, ma che poche volte sono state un terreno di studio multidisciplinare per progettare una comunità che non interviene solo per contenere le patologie, ma coinvolgendo le risorse disponibili sappia fare della cultura, dell’apprendimento e del divertimento fonte di benessere e di salute anche in vecchiaia. Perché gli enti pubblici che inventano le App per accedere meglio ai servizi, non si preoccupano- un mio vecchio progetto- di formare anche gli anziani, magari tramite le biblioteche?
Si può pensare a prevenire e curare al bisogno, a costruire molteplicità di offerte dell’abitare assistito, accantonando per un momento le RSA, a rompere la rigidità anche dei servizi assistenziali migliori, a riempire di contenuti e occasioni attraenti la vita, a creare le fondamenta perché la vecchiaia sia un periodo normale del ciclo di vita e questi anziani abbiano un loro spazio nella società?