Il welfare ha tanti nomi dietro cui si nascondono concezioni, finalità, attori, procedure con interessi diversi, alcuni dei quali, anche se a volte camuffati, non s’indirizzano  esattamente agli interessi generali della collettività.
Ho contato in un utile sito web, (qui), 24 diverse accezioni di welfare, tralasciando sottocategorie o denominazioni sovrapponibili. Alcune si possono integrare tra loro, con indubbi vantaggi, non essendo incompatibili, altre sono a poli opposti, perché con l’offerta di un vantaggio immediato, senza affermarlo, erodono o aggirano le finalità del welfare universalistico con un ruolo di garante dello Stato contro le diseguaglianze sociali.

Partendo dalla convinzione che il sistema assistenziale, sociale e sanitario, così come delineato nel testo Costituzionale, dovrebbe essere riformato e adeguato nell’attuazione alla realtà odierna, sarebbe utile soffermarsi sulle ipotesi esistenti e coglierne ciò che potrebbe rientrare in un assetto che mantenga il carattere dell’universalismo e della difesa della salute, ma sia in grado di rispondere alle richieste e necessità dei cittadini.
Un giusto principio universalistico, con lo Stato come garante di una giustizia sociale, può essere riaffermato con politiche sanitarie e assistenziali, forme organizzative, sistemi di finanziamento anche diversi dagli attuali e non solo per analisi economiche.
Tre campi prioritari sarebbero da esplorare, con una griglia teorica e pratica, per avviare un processo decisionale e di governo rispondente alle esigenze della popolazione:
1) esperienze e buone prassi dei territori,
2) cultura e forme d’intervento,
3) ruoli dei diversi soggetti coinvolti nel governo e nell’attuazione delle politiche di welfare.
Il processo dovrebbe però svilupparsi dal basso verso l’alto, per rompere una continuità di costruzione delle politiche sociali datata nel tempo: non partire da chi fa che cosa, ma dalle evidenze che nascono dalle esperienze.

Esperienze e buone prassi
Nella dimensione locale la ricchezza di esperienze, di procedure e forme d’intervento anche ottime, realizzate nel corso degli anni, non sono state sufficienti a costruire un modello sociale e assistenziale e un corrispondente modo d’agire dei servizi aventi la forza e la spendibilità necessarie per espandersi sul territorio nazionale.
Si sono costruiti tanti piccoli luminosi palloncini che, quando si strappa il filo che li trattiene in quel territorio o si esaurisce il finanziamento, si disperdono nel cielo o si sgonfiano. Tanti bei progetti sperimentali di cui si sono perse le tracce.
Influiscono le diversità di ordinamenti regionali ma soprattutto:
a) una assenza di una cultura di valutazione dei progetti e delle pratiche, nei risultati e nell’impatto sulle persone e sul territorio,
b) una sorta di gelosia delle proprie azioni che al massimo possono essere descritte in un articolo o in un convegno, ma mai sottoposte ad una revisione di colleghi e operatori,
c) una sottovalutazione dei costi economici e comunque delle fonti di finanziamento indispensabili per il proseguimento (carenza invalicabile in tempi di tagli).
Proprio perché nate in determinate realtà locali le buone prassi possono estendersi sul territorio nazionale se sono esplicitati obiettivi, caratteri generali, finalità, risultati ottenuti.
Nel bisogno diffuso di servizi diversi, ad esempio per gli anziani con demenza, ogni novità, specie o proprio perché importata dall’estero, è proposta e vissuta come eccezionale, senza che siano verificati riproducibilità, risultati, costi.
Un’azione congiunta della PA e dei soggetti protagonisti delle diverse declinazioni di welfare, ricercatori, associazioni e fondazioni per attuare una prima valutazione, sistematizzazione e revisione di ciò che si è fatto, delle scelte e delle realizzazioni attuate, leggendole con una griglia di indicatori che, come m’insegnavano i miei maestri, devono essere riproducibili, pertinenti, accurati e validi per sapere se quel progetto è sostenibile (1).
IndicatoriSolo la possibilità di realizzarsi e proseguire nel tempo, con i necessari adattamenti, rende una buona pratica un patrimonio condivisibile.

Una nuova cultura dell’intervento sociosanitario
Le esperienze locali sono anche un perno per costruire e diffondere una cultura dell’intervento sociosanitario e assistenziale per una cura personalizzata e flessibile, per un sostegno che va oltre la prestazione assistenziale per promuovere benessere. Trainano e includono nel loro percorso non solo i beneficiari diretti dell’intervento, ma anche i famigliari, le organizzazioni di volontariato e promozione, anche quando non hanno una rappresentanza a livelli più alti, regionali e nazionali, la comunità.
Raccolgono quella conoscenza diffusa, presente nel territorio che si  incontra con le conoscenze di studiosi, enti di ricerca per diventare  patrimonio elaborato comune.
Il passaggio da buona prassi a cultura non è automatico. È un processo di confronto tra idee ed esperienze, tra contesti territoriali e protagonisti, tra operatori e destinatari. Ogni destinatario rappresenta un’individualità e una storia, contribuisce a tracciare non una persona standard, ma una fisionomia con tante caratteristiche diverse che si presenteranno unite o disaggregate, in relazione all’ambiente, ai percorsi di vita e alle relazioni.

Il governo delle politiche socioassistenziali locali e nazionali
Riprendo alcune delle tante accezioni di welfare, oltre a quello pubblico, (finanziato interamente dalla fiscalità generale) censite: di prossimità, di comunità, secondo welfare, connettivo, generativo, locale, welfare mix. In esse cambiano i soggetti dell’intervento e il loro rapporto con il pubblico. Tutti offrono risorse umane e varietà di risposta. Tra questi un posto speciale occupa il terzo settore, per il quale serve un capitolo successivo.
Possono essere elementi preziosi nella costruzione di una diversa cultura dell’agire sociale.
Il nodo sta ovviamente nei ruoli ricoperti da ciascuno degli attori al loro interno e tra questi e il soggetto pubblico, perché di quest’ultimo ognuno ha una sua idea di quale funzione debba assumere, da semplice erogatore di fondi a soggetto attivo nella definizione di politiche e strategie, oltre che garante dei cittadini sulla correttezza degli interventi.
Nel corso degli anni sono mutati i caratteri delle relazioni tra il privato e il pubblico con deleghe sempre più ampie di questi agli enti. Su questo si confrontano prassi professionali e organizzative, concezioni politiche e ideologie.
Sarà certo la fase più difficile, ma ineludibile, quella che deve costruire un sistema a rete di responsabilità e oneri, salvaguardando le garanzie dei cittadini, in cui, con un patrimonio di conoscenze e motivazione, oltre che di buone prassi, si assumano decisioni con il massimo della condivisione.

+++++++++
Note

Morosini PL, Palumbo G. "Indicatori per l'accreditamento professionale e il benchmarking" in Francesco di Stanislao, Carlo Liva " Accreditamento dei servizi sanitari in Italia" Centro Scientifico Editore, Torino 1998


Utilizziamo i cookie per garantire le funzionalità del sito e per offrirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando ne accetti l'utilizzo.
leggi la Nota Informativa Ok