È una campagna elettorale strampalata, a metà tra una fiera di paese dove gli imbonitori lanciano le loro offerte e sui palchi i guardiani dell’ortodossia economica spiegano le loro ricette “ineludibili”, come se tutti noi non fossimo ancora memori della crisi degli anni passati.
Pur nella necessaria sintesi e chiarezza di messaggi di una campagna elettorale, tutto sembra muoversi sulla contingenza, sui temi che occupano le pagine dei giornali.

Per fare una sintesi di ciò che viene detto e promesso in questi giorni mi servo di un’infografica, con un quadro delle proposte presentate in campagna elettorale dalle varie forze politiche su “sanità e welfare”, elaborata da Quotidiano Sanità (qui
Ciò che distingue nettamente i due schieramenti (schematizzando molto) sono i rapporti con il sistema privato in senso lato (strutture private, welfare aziendale, assicurazioni etc) e il ruolo del pubblico nell’offerta dei servizi sanitari. Poi ci sono alcune proposte più o meno delineate anche sui temi delle professioni e della ricerca.

Eppure i dati disponibili sul presente sono noti e gli scenari futuri per gli anziani e le disabilità sono certi, anche perché si parla di un futuro molto prossimo, qualche lustro.
Da un report dell’ISTAT riporto alcuni numeri.
“Per le patologie croniche, nel confronto con i dati europei, emergono in generale migliori condizioni degli italiani tra i meno anziani (65-74 anni), con prevalenze più basse per quasi tutte le patologie e, all'opposto, condizioni peggiori oltre i 75 anni. Circa un anziano su due soffre di almeno una malattia cronica grave o è multicronico, con quote tra gli ultraottantenni rispettivamente di 59,0% e 64,0%”.
Questa informazione denuncia, a mio parere, una drammaticità: chi, tra i meno anziani, per le condizioni finora garantire dallo sviluppo sociale, di cui il SSN è pilastro decisivo, ha buone condizioni di salute, rischia di perderle negli anni successivi per minore prevenzione, minore inclusione sociale, minori capacità economiche e possibilità di fruizione e accesso ai servizi di cura.
Dice ancora l'ISTAT: "Il picco di invecchiamento colpirà l’Italia nel 2045-50, quando si riscontrerà una quota di ultrasessantacinquenni vicina al 34%". 
Gli ultimi dati pubblicati a febbraio, relativi al 2017, riportano una percentuale del 22,6 % di ultrasessantacinquenni.
Gli “effetti collaterali di questa condizione già si leggono nella realtà odierna, nella domanda di prestazioni sanitari, nell’accesso ai servizi residenziali, nella richiesta di assistenza tutelare e di presidi territoriali, nella manifesta necessità di una diversa organizzazione dell’assistenza.
I programmi (andando oltre i progetti) da avviare, per i numerosi settori da coinvolgere e per le ricadute sulla società e su singoli comparti richiedono tre requisiti:
• una chiara idea di politica sociale adeguata ai livelli di invecchiamento e non autosufficienza,
• una mappa dei diversi soggetti da coinvolgere, con un soggetto coordinatore forte e autorevole, che può essere solo l’attore pubblico ,
• le direttrici dell’intervento, sinora nebulose e incerte, in termini di sistema assistenziale e offerte prestazionali e i ruoli conseguenti da assegnare ai vari attori.
Oltre alla volontà politica, per iniziare una programmazione che permetta di assorbire il mutamento demografico e le sue ricadute sociali, economiche, civili sul paese, facendone altresì chiave di un nuovo sviluppo serve:
1. la costruzione di un quadro completo, ma preciso e argomentato, di tutti i settori e comparti della società che sono investiti da questo mutamento demografico che non tocca solo i bilanci dell’INPS o gli accessi ai PS, ma lo sviluppo della società e la ridefinizione di tutte le politiche (sociali, urbane, abitative, trasporti, etc.);
2. la definizione degli obiettivi di sviluppo sociale nella nuova società in termini di partecipazione dei cittadini, di uguaglianza sociale, di pari diritti e opportunità;
3. la ridefinizione, aggiornata alla realtà attuale, del ruolo primario del SSN e dei servizi sociali, nel garantire l’assistenza ai cittadini, in ugual modo e con pari diritti
4. i principi e i requisiti e le priorità delle scelte assistenziali e sanitarie ( personalizzazione, flessibilità, domiciliarità, caregiver, residenzialità leggera, etc) ;
5. le caratteristiche dell’impianto e dell’organizzazione (governo, servizi, professionalità, funzionamento delle reti e delle comunicazioni)
Necessita fare chiarezza dopo le scelte recenti della Regione Lombardia per la cura della cronicità, le dichiarazioni di politici dei diversi schieramenti a favore dell’estensione di welfare aziendali anche nei settori pubblici, il sostegno a forme assicurative e integrative che stanno assumendo sempre più un ruolo primario anche in sostituzione del SSN, la diffusione dell’idea che poiché il SSN non è in grado di rispondere (senza citare i continui tagli, accentramenti e dequalificazioni professionali) il privato possa esserne l’inevitabile sostituto.
Non è più sufficiente richiamare i principi e le finalità del Servizio sanitario nazionale.
Ci sono alcuni principi del welfare, sanciti anche costituzionalmente, che possono essere garantiti solo dallo Stato:
• l’universalismo con il diritto alle cure per tutti i cittadini, senza disparità in base a reddito, genere, orientamenti religiosi e sessuali,
• la prevenzione come compito delle strutture pubbliche e non solo dell’individuo,
• la difesa della salute da tutti i rischi alimentari, ambientali e lavorativi, solo per citarne alcuni.
La legge 833/78 e le successive modifiche istituirono un sistema di cura che rifletteva elaborazioni, esigenze e aspettative di quegli anni. Le modifiche introdotte negli anni successivi, rispondendo a una visione economicistica della salute e a un neoliberismo sanitario hanno operato tagli drastici alle risorse, favorito spinte corporative, prodotto accentramenti mostruosi che in nome del risparmio hanno eliminato uno dei requisiti fondanti di un servizio accessibile, allontanando i luoghi della cura dai cittadini.
Se non si sostiene la validità dei principi istitutivi del SSN, attualizzandoli e perseguendoli, si insinueranno, in maniera strisciante, i contorni di un sistema sanitario privatistico.
Per una popolazione che invecchia occorre scegliere, in base alle realtà e alle risorse locali cosa favorire e potenziare, perché questi milioni di cittadini non abbiano bisogno di una politica di inclusione, perché già a tutti gli effetti partecipi e attivi nella loro comunità.
È ovvio che solo in parte possa essere un messaggio elettorale nazionale, ma se si vogliono anziani inseriti nel tessuto sociale occorre ragionare per:
a) promuovere relazioni e rapporti tra le generazioni non come occasioni periodiche per feste comuni ( pure utili) ma come intreccio normale nella vita di una società;
b) previlegiare la domiciliarità, nelle diverse espressioni, anche nella residenzialità leggera, favorendo collaborazioni, percorsi previlegiati tra i vari luoghi: casa, comunità, residenze assistenziali, Pronti soccorsi, ospedali, strutture specialistiche e presidi territoriali;
c) riconoscere e sostenere con chiari indicatori e requisiti il ruolo di caregiver formali ed informali, associazioni e Fondazioni che possono perseguire flessibilità e personalizzazioni degli interventi.

 


Utilizziamo i cookie per garantire le funzionalità del sito e per offrirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando ne accetti l'utilizzo.
leggi la Nota Informativa Ok