Una parola ha accompagnato, quasi in sordina, attività e incontri di questi ultimi mesi: formazione. Formazione è richiesta per gli operatori della cura, formazione per i caregiver, formazione per i MMG, formazione per tutte le persone sempre, ma è chiesta quasi sottovoce perché si sa che la formazione è la prima voce su cui ricadono i tagli di spesa, con una miopia ormai irrecuperabile.
Il ricorrere di questa sottolineatura, in molteplici situazioni, è indissolubile dal suo presupposto: il lavoro, sia che esso sia volontario (o ritenuto tale sempre) come per i careviger, sia che rappresenti un’occupazione professionale.

S’intrecciano in questo dualismo i connotati negativi legati ai due termini perché si definiscono in parallelo. Il lavoro- mai come in questo momento delineato per precarietà, scarsa valorizzazione, non finalizzato come apporto di dignità e autostima per chi lo pratica- alimenta disinteresse per la formazione del lavoratore, disimpegno professionale, fuga continua alla ricerca di qualcosa di migliore di più appagante.
In questo circolo vizioso la mancata formazione demotiva la persona, la rende apatica o, rovescio della medaglia, se è stata una scelta professionale motivata, innesca frustrazione, rabbia, ricaduta sul soggetto più vicino e fragile di tale negatività.
Se si trasferisce questa immagine nel lavoro di cura dai caregiver agli OSS sino ai medici, passando per infermieri e tecnici, le negatività e gli ostacoli si moltiplicano all’infinito, perché la cura è un lavoro d’equipe, di rete, di collaborazione.
C’è necessità di formazione per l’assistenza ai malati di Alzheimer per leggere oltre le loro manifestazioni comportamentali, per i medici di medicina generale che si devono fare carico della complessità per le pluripatologie croniche nei vecchi, per aiutare i caregiver a utilizzare la tecnologia-le applicazioni digitali- per trovare aiuto e agevolare il loro lavoro di cura spesso solitario e isolato- per gli operatori dell’assistenza domiciliare per saper cogliere, anche se non risolvere di persona- quali ausili possono sostenere l’autonomia individuale, evitare isolamento e solitudine.
Proprio parlando di tecnologie a sostegno dell’autonomia e dell’inclusione sociale spesso mi sono chiesta perché questo ritardo nel loro utilizzo e nella loro diffusione in Italia non solo rispetto ai Paesi scandinavi, ma anche in altre nazioni a noi più vicine.
Una prima risposta mi è stata suggerita parlando di tecnologie: se gli operatori della cura non hanno essi stessi un interesse e una conoscenza sufficiente per creare il legame tra il bisogno dell’anziano e l’apporto possibile di una tecnologia, nessun consulente esterno potrà mai essere incisivo e propulsivo. Appena se ne sarà andato, quell’ausilio sarà abbandonato o mal utilizzato o, ancor prima, nessuno mai lo interpellerà per risolvere una carenza funzionale, sensoriale, manuale che può migliorare la vita quotidiana della persona.
Una seconda risposta conseguente è nella titolarità e responsabilità del processo formativo. Chi se ne deve far carico? Chi prima ancora deve individuare gli obiettivi di sviluppo, di qualità della cura, di nuovi paradigmi assistenziali, in cui la persona diventa il perno di ogni azione?
Qui è obbligatorio tornare al  lavoro, base della formazione, prima tracciato con le sue storture: precario, malretribuito, demotivato, deresponsabilizzato.
L’assegnazione a soggetti esterni della gestione dell’assistenza agli anziani nel domicilio o nelle strutture residenziali o diurne ha interrotto la filiera tra progetto e programma formativo degli operatori. Ai soggetti esterni si appaltano le prestazioni di cura, chiedendo nei bandi più avanzati, anche ore di formazione annuali e conoscenza dei contenuti degli stessi. Chi controlla?
Chi si assicura che in quei contratti il lavoro abbia condizioni contrattuali compatibili con la delicatezza e complessità della cura richiesta?
Chi ne verifica la corrispondenza agli obiettivi e alle priorità che il sistema pubblico dovrebbe aver individuato nel suo ruolo di tutela e garanzia del cittadino, ancor prima di partner contrattuale nei bandi di gestione.
Una terza risposta, sempre limitandoci agli operatori, sta nel cammino incompleto delle norme sulle professioni sociosanitarie che hanno accompagnato i provvedimenti sinora approvati.
Il lavoro di cura chiede, più di ogni altra professione, un lavoro d’equipe e di collaborazione.
Le discussioni apparse nei siti professionali, i testi dei documenti approvati, per chi non ha partecipato al dibattito interno, hanno messo in evidenza più le aree di possibile sovrapposizione tra le professioni che la costruzione di percorsi di collaborazione e formazione alla stessa.
Sugli OSS, ad esempio. oltre alla loro non chiara collocazione pesa molto il loro scarso potere contrattuale per la frammentarietà dei contratti, per la precarietà del rapporto di lavoro nei servizi socioassistenziali, dove sono in maggioranza, per i diversi percorsi seguiti nell’acquisizione della qualifica. Esempio evidente è la mancanza nei loro rapporti di lavoro dell’obbligo di crediti formativi professionali, riconosciuti alle altre figure.
C’è poi una quarta area che chiede formazione, il territorio questa entità astratta ormai diventata una parola d’ordine anche abusata: le cure sono di territorio (gli ambiti distrettuali, i medici di medicina generale, la domiciliarità e i servizi domiciliari, le cohousing e i centri diurni, le case della salute), le tecnologie sono di territorio (la banda larga e la fibra, i web point access, la rete Wi-Fi e così via).
Il territorio però vuol dire persone, in questo contesto vogliono dire anziani, famigliari, professionisti, operatori, vuol dire comunità per costruire rapporti solidali e amicali.
Chi forma chi?
Se sono sempre state le persone ad andare nei luoghi destinati a fornire certe prestazioni o a trovare certi prodotti oggi la realtà si sta modificando. Sono i servizi, i prodotti che arrivano dalle persone, ad eccezione dei servizi socio sanitari che faticano a individuare la casa come un luogo di cura. Pur con la disponibilità di tecnologie interattive per facilitare la fruizione di colloqui e prestazioni, per potenziare un rapporto medico/paziente (telemedicina), per mantenere i contatti con una comunità, anche le prenotazioni delle visite on line diventa un ostacolo per molti.
Come si possono invertire i percorsi di accesso ai servizi?
Chi forma nel territorio le persone, specie se anziane o caregiver ad apprendere le nozioni elementari per usare un’applicazione o il proprio cellulare, per non rimanere escluse e dipendenti da altri? Chi forma i formatori? Chi sarà portavoce degli anziani?