Indifferenza, indignazione... orgoglio. Sono le parole dell’attualità. Uno scritto di Gramsci sugli indifferenti è letto in un contesto imprevedibile, ma di grande popolarità e spettacolarità come il Festival di Sanremo. Un signore di 93 anni, Stephane Hessel, conquista i primi posti delle classifiche francesi dei libri con un opuscoletto “Indignatevi”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel corso delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, parla di un scatto di orgoglio nazionale degli italiani, impensato anche per chi credeva in questa solennità nazionale.

Un altro grande della storia, prima ancora che della politica italiana, Pietro Ingrao, in questi giorni  compie 96 anni e fa uscire un libro Indignarsi non basta, (Alberti editore).

Quasi un evolversi di comportamenti e sentimenti che stanno all’interno dello stesso paniere. Anche in Italia, negli ultimi tempi, sono usciti testi e commenti in cui prevale la denuncia sulla quiescenza delle coscienze, pur con motivazioni e letture diverse. Una filosofa, Roberta De Monticelli, nel suo libro La questione morale ( Raffaello Cortina Editore) parla di una difficoltà degli italiani ad assumersi responsabilità.

Vorrà pur dire qualcosa questo riecheggiare insistente di emozioni, sentimenti e reazioni.

Abbiamo parlato di uno strisciante avanzare della discriminazione agita nei confronti dei più fragili e deboli, i vecchi e i disabili. In fondo l’indifferenza non è che una discriminazione passiva, che trova argomentazione “alta” nel dire non ci voglio entrare, perchè non saprei cosa fare e un’argomentazione vera, non sempre nascosta, nel sentirsi estraneo ai problemi degli altri o ancor peggio ricacciandoli o negandoli. Forse è possibile questo transito dall’indifferenza all’indignazione per acquisire orgoglio della propria identità e condizione.

Media, culture diffuse, “insegnamenti” cercano di suggerire ai più giovani o ai meno avvertiti che conta l’immagine, l’apparenza ed essere nei posti che contano, che la cultura non serve, che coloro che intralciano devono essere lasciati indietro, siano essi bambini disabili nelle scuole, vecchi nelle città, donne “consegnate” nelle case a fare le casalinghe, dopo una giornata di lavoro.

Gli indifferenti sono in realtà i peggiori conservatori, coloro che non si prendono mai responsabilità, ma raccolgono i frutti delle azioni altrui. Rinviamo alle parole di Gramsci, perchè meglio non potremmo dire.

Il salto da indifferenti ad indignati sembra abissale e incolmabile, ma forse un filo c’è da rafforzare, cercando anche di leggerlo nel mondo del sociale.

Tante organizzazioni si muovono da sole per conquistare i loro sacrosanti diritti, ma troppo spesso non trovando neppure tra loro parole comuni e azioni congiunte. Chi interloquisce per ragioni diverse con il mondo delle associazioni dei disabili, dei malati d’Alzheimer, del volontariato sociale generico o rivolto a categorie specifiche, si trova troppo spesso ricacciato ai margini perchè già tutto lo spazio è occupato e l’accoglienza di altri persegue regole non scritte. Le federazioni vigenti sono una conquista, ma sempre in equilibrio, ancor più che l’Unità d’Italia. Come diceva qualcuno, le associazioni di volontariato sono “le associazioni dei presidenti”: quando ci sono più di tre persone avviene una scissione.

Siamo sicuri che tra gli indifferenti non ci siano anche persone che non sanno, in assoluta buona fede e non per autoassolversi, dove dirigere il loro impegno e voglia d’essere utili?
Siamo sicuri che all’interno delle associazioni dei disabili non valga il triste principio dell’individualismo nella difesa della propria menomazione “come quella più grave” o dei benefici acquisiti in epoche remote?
Quante sono le differenze di trattamento economico, di benefit e anche privilegi, per i diversi handicap e, tra questi, se ha colpito un adulto o un vecchio, come se l’origine o l’età ne certificasse la gravità o il bisogno d’aiuto?

Allora un contributo al passaggio dall’indifferenza all’indignazione e dall’indignazione all’azione, quando occorre, non può essere dato dall’apertura agli altri, dal cominciare a parlare linguaggi comuni?

Ricordo la mia perplessità alla nascita del Tribunale dei diritti del Malato oltre trent’anni fa, che diede l’avvio ad una cultura del proprio diritto “contro qualcuno”, senza alcun dovere e individuando spesso, troppo spesso, nell’operatore pubblico che si aveva davanti il primo responsabile. Poi fu tutto un susseguirsi di comitati, sino alle miriadi oggi esistenti per ogni buca della strada che porta alla propria abitazione, nella più sfruttata sindrome del nymby.

Fortunatamente e con grande capacità il “Tribunale” si è evoluto, rielaborando l’esigenza del singolo in un progetto di “cittadinanza attiva” e di promozione della partecipazione che supera l’individualismo per un’azione propositiva. Ma non sempre il percorso è questo.

I valori che fanno grande una persona (un popolo)- la solidarietà, il senso d’uguaglianza, equità, giustizia- sembrano retorici retaggi delle ideologie. Abbiamo buttato con le degenerazioni operate in loro nome anche le idee e gli ideali.

E’ difficile poi, se non si è coinvolti per senso di giustizia ed eguaglianza, indignarsi per i tagli alla scuola pubblica, agli insegnanti di sostegno e agli Enti locali, per le chiusure dei nidi e dei Centri sociali, per l’estendersi della corruzione se ognuno si sente autorizzato a fare il piccolo abuso (per strada, nella casa, nel pagamento delle tasse), per la privatizzazione dei beni comuni se non quando si vedono le bollette aumentare, per le leggi respingenti gli immigrati, scordandoci che gli italiani anche loro stati respinti, anche se ora sfruttano gli altri con il lavoro in nero.

Perché nessuno ha protestato per il taglio alla spesa sociale, dell’ormai inesistente spesa per famiglie diminuita di oltre l’80% in tre anni, dell'inesistente "Fondo per la non autosufficienza,quando con poco sforzo si può prevedere che tutti invecchiamo o che la perdita del lavoro è sempre dietro l’angolo?; perché nessuno s’indigna per gli insulti in Parlamento ad una deputata disabile, per gli “scoop” sui finti invalidi, o per la copertina di un noto settimanale che accomuna il disabile, indistintamente, ad un Pinocchio bugiardo, scordando il ruolo assunto anche in queste vicende, da corruzione e mafia da una parte, ma anche dalla realtà di un paese che fa le leggi più avanzate , ma non ne controlla l'applicazione.

Rimane l’ultimo salto: lo scatto d’orgoglio. Dopo l’indignazione dovrebbe esserci l’azione, altrimenti anche l’indignazione diventa sentimento da salotto o da firma all’appello on line, per qualsiasi giusta causa.

Nell’azione occorre un obiettivo. Possiamo accusare i partiti di non essere più in grado di offrirlo. Ma la società civile, nelle sue varie diramazioni ed espressioni, che doveva essere la culla di tutte le verità e innovazioni, quanto e quando ha proposto un obiettivo alto e coinvolgente larghi strati di popolazione e per traguardi di breve e lungo termine?