Accoglienza, inclusione, integrazione. E ancora: curiosità, desiderio, progetto oppure rifiuto, isolamento, solitudine.
Sullo sfondo la marcia di Milano contro razzismo e discriminazione “ Insieme senza muri”.
Cosa c’entra tutto questo con la vecchiaia?
È stata una successione di collegamenti, a ruota libera, casuali, tra sollecitazioni provenienti dalle notizie (la manifestazione di Milano), da attività in corso (lettura dei due libri di Massimo Ammaniti e Tahar Ben Jelloun) da riflessioni e da interrogativi su una sensazione di inadeguatezza degli attuali parametri e strumenti (nelle mie conoscenze) per dare concretezza a un’idea di qualità di vita e benessere per i vecchi, sia che siano nella propria casa sia che accedano a qualche servizio di cura.

Ho cominciato ad analizzare le parole, sollecitata da Rosanna Vagge (qui e qui), perché esse sono importanti, hanno un senso. Ho sempre trovato molto utile, anche nella formazione degli operatori offrire termini su cui confrontarsi per riappropriarsi dei significati concreti, per poi interrogarsi nei momenti di dubbio.
La manifestazione di Milano e il libro di Tahar Ben Jelloun raccontano per il presente, ricordando il passato di milioni di persone che hanno lasciato i loro luoghi di origine per entrare in una società e una comunità diversa dalla loro. Sono anche diventate vecchie come Mohamed.
Dall’altra parte ci sono l’insieme di individui, che in tempi e con permanenze diverse, hanno dato vita a una società che è, secondo le circostanze o gli interessi, individuata in uno spazio territoriale, in una condivisione religiosa (quando serve), in un luogo di nascita.
Due termini possono essere un’opportunità di approfondimento, perché spesso sono usati come sinonimi: accoglienza e inclusione, poi ancora integrazione. Ho cercato di capire il significato originario.
Accoglienza: (dal latino colligere-legere più la particella a) cogliere, raccogliere dentro di sé.
Inclusione: (dal latino in- cludere) chiudere dentro qualcuno.
Integrazione: (dal latino in- tangere) rendere integro o anche rendere completo.
Quale parola vogliamo usare con gli immigrati? Perché è fallita, si dice da più parti, l’integrazione nei paesi di “civiltà occidentale” della seconda generazione? Forse si è proposto un modello di vita sedimentato in questa parte del mondo nel corso dei secoli, ma che non riconosceva qualcosa di diverso?
Ho provato a trasferire queste riflessioni sull’universo “anziani”.
Quale parola vogliamo usare con i vecchi quando li pensiamo in questa società e/o quando fruiscono di un servizio? Li accogliamo perché facenti parte di diritto di diritto o li includiamo nelle nostre valori, chiedendo o di adeguarsi o di accettare l’esclusione.
Cosa significa accogliere?
La persona che entra in contatto per bisogno d’aiuto con un altro soggetto ha un’identità, una storia, una personalità. Oggi in ogni scritto sulla cura si richiama la necessità che ogni intervento sia “centrato sulla persona”.
Quale significato assume questa espressione per ognuno di noi? Cosa vuol dire?
Che si leggono tutti i dati delle sue cartelle sociali e sanitarie, si analizza la sua storia, si evidenziano gli stili di vita, per far emergere i fattori di rischio? Vuol dire far rientrare quella persona dentro (includerla) nelle caselle che già si sono predisposte sufficienti o insufficienti che siano, per preparare il suo piano assistenziale?
Oppure “accogliamo” questa persona nella sua interezza, con le sue scelte e le sue priorità nella vita e nel fine vita, anche con i suoi errori comportamentali, alimentari, sociali e a quel punto l’operatore (equipe, servizio, ente) interpreta le sue caselle sulla persona, senza “chiedere conto” né delegando ogni responsabilità, ma solo informando e spiegando, ascoltando e rispettando?
Il secondo gruppo di parole e riflessioni si concentrano sulla persona vecchia o che sta invecchiando, partendo sempre dagli stessi stimoli casuali dei due libri: curiosità/ desiderio/ progetto e solitudine/ emarginazione/ rifiuto.
Le prime fotografano un soggetto che ha mantenuto intatta, anche se riadattata nel tempo, la sua attività intellettuale, emozionale, relazionale. Le seconde ci presentano una persona che per ragioni diverse ha rinunciato, ha smesso di pensare al futuro, di mettersi in gioco.
Dall’accoglienza la riflessione si sposta sull’azione, sul fare.
Se accogliamo siamo chiamati in primo luogo al rispetto delle scelte individuali, all’interno delle regole basilari di convivenza civile, senza chiedere a priori adeguamenti e rinunce.
Siamo però chiamati anche a far sì che l’ambiente (spazi, concetti, giudizi) non esasperino le differenze, né rilevino le fragilità.
Se incontriamo il vecchio con bisogno di aiuto occorre rispettare le scelte individuali con le loro priorità, con maggiore attenzione perché più fragili.
Nell’agire di un servizio bisogna interrogarsi, trovando il minimo comune denominatore di tante opzioni personali, quali sono gli obiettivi e le modalità d’intervento.
Non si parte dal nulla. Dagli anni ’80 molti requisiti di qualità sono stati individuati e tradotti in indicatori nei servizi. I vecchi di oggi ora non sono però quelli di trenta anni fa, perché anche loro hanno partecipato ai cambiamenti sociali e culturali, portandosi appresso la loro storia e la loro personalità.
Da tempo m’interrogo sulle attività e programmi di socializzazione e “inclusione” (animazione) nei centri sociali nei centri diurni o residenziali.
Per quali tipologie di anziani sono proposte? Favoriscono la permanenza degli anziani nella comunità in cui hanno vissuto o sono esse stesse escludenti e per quelli nei servizi riescono a mantener vivi desideri, curiosità, progetti o alimentano solitudini e rifiuti?
Ancora sui servizi e la loro capacità di accoglienza. Quali sono i criteri, se non di efficienza gestionale, con cui s’inseriscono nell’ambiente di vita degli anziani, nei servizi residenziali altri soggetti, siano essi i malati terminali o in coma permanente?
Quali sono, all’altro estremo, gli ambiti cui attenersi quando si fanno incontrare bambini/ragazzi con i vecchi, in modo occasionale o permanente (le scuole dell’infanzia all’interno delle residenze per anziani)?
L’organizzazione dei servizi, con i loro comparti stagni- parlo del comparto pubblico perché credo possa avere sempre un ruolo d’indirizzo- pensati per intensità assistenziale, mirano all’accoglienza o all’inclusione, nel significato originario dei termini?
L’unica domanda sempre aggiornata è quella del Questionario del King’s Fund Center, -Community health council visiting di Londra, del 1980 e tradotto per l’Italia da P.L. Morosini per i valutatori dei luoghi di lunga degenza: “ A me se fosse invalido, piacerebbe vivere in questo ospedale?”. (1)
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Note
(1) Florenzano F. (a cura di), 100 domande da fare nel visitare gli ospedali e le unità per lungodegenti, in “Alzheimer Longevità Geriatria" n. 7/8, 1988