Strano paese è l’Italia, in politica ma anche nelle relazioni sociali. Basta leggere le notizie degli ultimi giorni.
Rimane e in che forma la pensione di reversibilità al coniuge superstite (se ne parla all’interno della legge delega di contrasto alla povertà)? Perché tra i dieci milioni di italiani poveri, molti sono i componenti delle famiglie numerose, ma anche molti anziani soli perché vedovi.
I trasferimenti alle Regioni degli stanziamenti del Fondo per le politiche sociali e del Fondo per la non autosufficienza sarà invariato, sarà decurtato, se non azzerato? Che sia decisione dello Stato o indicazione delle Regioni dove togliere questi nuovi pochi spiccioli per il welfare, resta il fatto che si sommano già all’ulteriore riduzione degli stanziamenti per il Servizio sanitario nazionale.

E parlando di SSN, sono ancora gli anziani tra coloro che rinunciano alle cure, perché non in grado di pagare ticket e tanto meno visite intramoenia. Sul SSN incombono anche rischi ben più pesanti, come il ritorno al sistema mutualistico.
Poi però qualche lacrimuccia e qualche festa, grazie anche alla ripetitività dei “social” non ce la possiamo scordare: la festa del papà, in questi giorni, poi la festa della mamma, poi ci sarà a ottobre quella dei nonni.
Neppure ci si scorda di inneggiare a qualche bella iniziativa, (ad esempio i Villaggi Alzheimer) ovviamente privata, magari importata dall’estero, di cui si declamano i grandi obiettivi di qualità della cura, ma non si sanno alcune notizie fondamentali: quali le garanzie, quali gli strumenti, ma soprattutto quali i costi e a carico di chi?
Vogliamo poi considerare la solidarietà intra generazionale e intergenerazionale?
I giovani rimangono in famiglia, con i genitori, ma anche spesso i nonni, perché non hanno fonti di reddito certe, le madri o chi svolge funzioni di caregiver, deve continuare ad andare a lavorare perché l’età pensionabile si è allungata e non si può rinunciare a uno stipendio fisso.
Poi arrivano i moralisti della politica: la priorità sono i giovani e l’opportunità per loro di trovare lavori qualificanti, quindi occorre liberare posti. Sembra quasi che si voglia indicare il licenziamento dei genitori come unico percorso possibile, tanto non serve più la giusta causa.
Ricordo che 20 anni fa, mentre cominciavano a dilagare le varie teorie neo liberiste, uscì un libro “Meno ai padri più ai figli. Stato sociale e modernizzazione dell’Italia” di Nicola Rossi, economista (allora) d’area della sinistra, in cui si auspicava una ridefinizione delle politiche redistributive per (diceva) assicurare a tutti una reale uguaglianza delle opportunità, per costruire un welfare moderno che ridisegnasse i suoi ambiti tradizionali, fino a coprire i temi del mercato del lavoro, dell’organizzazione del tempo, dell'istruzione e della formazione (sintesi dalla quarta di copertina).
Mi ricordo che quel titolo mi colpì perché aveva nella mia percezione il senso di una dichiarazione di guerra tra le generazioni, tra i cittadini, all’interno delle famiglie che se non avesse trovato un’immediata soluzione positiva, avrebbe spaccato una convivenza civile, che soprattutto in un paese familista come l’Italia, non era mai stata messa in discussione. I presupposti stessi non erano giusti, ma come sempre rimase come uno dei tanti slogan.
A distanza di anni, con i successivi avvenimenti fino ai giorni nostri, nessuno uscì vincitore dopo quella dichiarazione di guerra, anzi molti rimasero sul campo.
Perché si frantuma questo rapporto tra le persone, a livello anagrafico, ma non solo?
Non è sufficiente richiamare i fenomeni già consolidati come la frantumazione del nucleo familiare, l’inurbamento, la dimensione delle abitazioni e tutto ciò che si verificato in questi ultimi decenni. Si sono rotti i rapporti tra le persone: tra i giovani (il bullismo), nelle scuole tra insegnante e allievo, nelle famiglie tra genitori e figli, tra garantiti e precari, come una radice infestante che da quei primi “cinici” auspici pronunciati negli anni ’90 si è diramata sino allo stato d’intolleranza odierna. Gli ultimi della catena sono i più fragili, i più deboli, quelli che stanno agli estremi: i vecchi e i bambini.
Perché queste persone hanno bisogno degli altri, non tanto e non solo perché non autonomi nella quotidianità, ma perché proprio per questa non riescono a trovarsi quei sostegni e quegli aiuti che li può far crescere (bambini) o li aiuta a ritardare l’invecchiamento e stare meglio sino alla fine.
Questa frammentazione, sempre parlando di anziani, si riproduce anche a livello di volontariato e associazioni di base per l’aiuto alle persone con disabilità fisica e cognitiva.
Le associazioni dei famigliari di pazienti con demenza, sono sì espressione primaria di un rapporto solidale all’interno della famiglia tra giovani-vecchi e grandi vecchi, ma anche una conferma dell’assenza di altre forme di aiuto da parte dell’ente pubblico, nelle varie espressioni.
La loro polverizzazione con qualche richiamo ad alcune delle associazioni a livello nazionale, sono sempre a rischio di estinzione, non per mancanza di persone sofferenti, ma perché viene a meno uno o più dei soggetti trainanti.
L’Italia è tra quei pochi paesi (in Europa), che non ha affrontato i due temi oggi più macroscopici e impellenti -l’invecchiamento della popolazione e in parallelo la crescita costante dei pazienti con demenze- con risorse e investimenti, per sovvenzionare e promuovere una rete di aiuto diffusa e non, ancora una volta, per limitarsi a sostenere interessanti ma circoscritte buone prassi.
Siamo, infatti, il paese dei bei progetti, delle belle esperienze, dell’impegno di tante risorse umane, intellettuali, solidaristiche che si esauriscono con l’ultima trance di finanziamento, senza che alcuno si faccia carico e provveda a valutarne l’impatto e i risultati, a rielaborarle e diffonderle per farne un patrimonio condiviso e oggetto di investimenti mirati e duraturi.
Dove è possibile trovare vie d’uscita, che non ripercorrano solo quei tracciati oggi imperanti della privatizzazione tout court?
E’ questo un terreno che unisce soggetti diversi (pubblico, privato -profit e non profit- volontariato) obiettivi integrati (qualità della cura, efficienza e attenzione ai risultati, programmazione) metodologie, luoghi e spazi d’intervento differenziati (la rete d’aiuto ma anche il coinvolgimento di istanze diverse- sociale, sanitario, mobilità, urbanistico). Per molti paesi su questo obiettivo si sono incardinati anche programmi per aumentare occupazione, ripensare le città, modificare collettivamente gli stili di vita. Potrebbe essere una diversa idea delle politiche sociali e delle manovre redistributive.