L’anziano –persona è quindi prima di tutto “un essere pensante e intelligente, che ragiona e riflette, può considerare se stesso come unico, una cosa che pensa, in tempi e luoghi diversi” (libera e approssimativa traduzione di una definizione filosofica). È una persona/umana non solo anagrafica, non solo un corpo più o meno in salute, non solo un generico titolare di diritti universali. È tutto questo, ma anche tanto altro.
Scrivevo nell’ultimo aggiornamento:
“All’anziano- persona deve essere riconosciuto il suo essere uomo o donna o omosessuale, di poter definire le proprie priorità per la vita che ancora le aspetta e per la sua morte, di vedere allentate e detronizzate se non abolite tutte quelle regole di vita e di comportamento che l’organizzazione della gestione sembra non poter abbandonare.”

A questo concetto mi riferirò per cercare di costruire una griglia di campi da indagare per parlare di qualità assistenziale.
E’ un’idea su cui vorrei confrontarmi in primo luogo con i lettori di Perlungavita.it e i numerosi esperti e studiosi che hanno collaborato che nel corso di questi anni per tenere alto un livello di informazione e di riflessione sull’assistenza agli anziani non autosufficienti, ma anche sulla prevenzione della non autonomia e sull’invecchiamento attivo.
La qualità della cura e dei servizi sono temi che seguo da anni e che su PLV hanno avuto confronti continui.
C’è quindi un interesse professionale, ma soprattutto una convinzione che oggi manchi l’elaborazione di una nuova idea di qualità dell’assistenza agli anziani senza autonomia o a rischio di perderla, in grado di dare risposte adeguate alla domanda. Le acquisizioni culturali e professionali sviluppatesi nel corso di questi anni sulla psicologia dell’invecchiamento, sull’integrità e identità dell’anziano da salvaguardare, specie a fronte di comorbilità, sulla dignità e il volere di una persona colpita da demenza, l’importanza dell’ascolto e della relazione sono concetti largamente condivisi.
Rimangono patrimonio di poche e non sufficientemente diffuse esperienze, la possibilità di tradurle in operatività e quotidianità, organizzazione e formazione, senza che ci si opponga un problema reale-la scarsità di risorse- e un’inevitabilità del declino di un welfare basato sull’uguaglianza dei cittadini, indipendentemente dalle disponibilità economiche. Non esiste situazione organizzativa e gestionale che non possa essere migliorata,
Come potrà svilupparsi questo confronto credo dipenda, oltre che dalla “attrazione” delle mie ipotesi, anche dalla partecipazione di soggetti diversi. Sia nel sito che sulle bacheche dei social in cui è apparsa, la proposta ha suscitato curiosità ed interesse, oltre che alcune significative adesioni anche oltre ai preziosi collaboratori di PLV.
Sono anche cosciente che non è un sito in internet ciò che può promuovere un interesse specifico a smuovere un’inerzia culturale e professionale che si è sedimentata nel corso degli anni. Sono tanti i fattori che vi hanno concorso che né le belle parole, né le esortazioni e tantomeno il richiamo generico a “far bene” possono penetrare più di tanto.
Vorrei che ci fosse un bel confronto produttivo, ma se per ragioni diverse, compresa una mia possibile incapacità a coinvolgere e/o convincere, ciò non dovesse avvenire, questo sarà un tema che troverà uno spazio continuo su PLV.
Sarei soddisfatta se nel corso di questi mesi maturassero alcuni concetti e principi di un’idea nuova e attuabile di qualità della cura.
Lo sarei ancora di più se accanto all’arricchimento individuale e di gruppo sui principi, si facesse strada anche un’idea della valutazione e del controllo dei servizi erogati a persone fragili non legata all’uso di telecamere o di procedure burocratiche come la compilazione di inutili protocolli assistenziali, che tutti possono scaricare da internet.

Dalla mia esperienza di formatrice e di responsabile organizzativa ho tratto il convincimento che, se si vuole incidere e produrre cambiamento, occorre andare oltre le enunciazioni generiche di principi su cui tutti possiamo trovarci d’accordo (almeno si spera) per tradurli in azioni, organizzazioni, dotazioni, esempi e messaggi/formativi che ne siano la traduzione effettiva.
Saranno solo queste traduzioni concrete che potranno assumere la forma di requisiti, criteri, indicatori, risultati attesi, per esprimere valutazioni e per formare gli operatori e tutti i soggetti attivi chiamati a garantire qualità assistenziale.
Per questo, anche per i pregi e i limiti di un confronto on line, per il tempo e l’impegno da dedicarvi, intendo proporre un percorso con queste tappe:
- identificare i materiali minimi da cui partire in ossequio alla massima di Bertrando di Chartres che siamo nani che salgono sulle spalle dei giganti
- individuare in questi materiali, i principi generali condivisibili e quelli invece che risultano più datati o inidonei
- selezionare almeno nella prima fase le grandi aree su cui soffermarsi ( strutture, organizzazioni, prestazioni, professioni etc.)
- evidenziare per sommi capi i cambiamenti che nel corso degli anni si sono registrati per ragioni diverse culturali, anagrafiche, economiche, sociali, politiche etc.
È una traccia minima su cui chi è interessato può intervenire, tenendo presente proprio i limiti e le agevolazioni che il confronto on line concede.
Non è un seminario on line come quello lanciato da La Bottega del Possibile a cui partecipo, ma una piattaforma di idee.
Il mio punto di partenza, oltre ai pochi documenti di interesse nazionale, che si esauriscono nei primi anni 2000, è il manuale-questionario di accreditamento volontario tra pari “Accreditamento volontario di eccellenza” a cura di Pierluigi Morosini e Paolo Piergentili, che considero, per contenuti e metodologia lo “strumento” più idoneo, anche se per molti versi datato. Quest’ultima edizione di Maggioli/Vega uscì nel maggio del 2009, a pochi mesi dalla morte del professor Morosini, mente e anima di questo e di altri scritti sulla qualità dell’assistenza, maestro per tanti di noi che di questo tema si sono occupati.
È un manuale che conosco, che ho visto nascere, nei suoi schemi generali, negli anni ’80, nei servizi pubblici in cui lavoravo, sino a quando non passai a nuovi incarichi professionali.
I documenti che furono elaborati da alcune Regioni in tema di accreditamento, la specificità e lo stretto collegamento con la normativa locale possono essere solo sorta di regesto di requisiti e criteri specifici, anche troppo specifici per questo mio programma.