È una partita a flipper, una sfida alla rete digitale sperando che in un passaggio escano ricerche, studi, dati interessanti.
Il tema “le donne vecchie” è nascosto, in un qualche cassetto o in un nodo e solo se riesci a fare uscire almeno una luce puoi avviare un percorso.
Provai un mese fa. Al primo colpo con “donne vecchie” apparirono elenchi di siti porno, chissà perché.
Poi digitai “donne anziane” e alla secondo pagina, dopo i siti porno, si parlava solo di truffe, di paure, di persone vittime di abusi e maltrattamenti. Ne parlai su facebook.

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Ho riprovato, ieri 18 dicembre prima di pubblicare e l’informazione ricevuta è stata analoga.
Bisogna sperare in un’informazione extra e con questa costruire un percorso.
Le ricerche si susseguono ad intervalli, probabilmente determinati anche da eventi “storici”: i movimenti femminili quaranta anni fa, l’esplodere della società dell’immagine e dei media , poi oggi la tragedia dei femminicidi. Ne scrivono, allora come ora, alcune persone, rigorosamente donne.
Chi si occupa del tema “anziani” coglie immediatamente nei servizi, nei documenti e nei programmi le discrepanze, i palcoscenici innaturali, come quando si vedono le assemblee dei produttori di petrolio, delle istituzioni dei paesi islamici, i conclavi ecclesiastici, le assemblee di azionisti di multinazionali: tutti uomini, magari intenti a discutere anche dei diritti delle donne.
Le donne sono la maggioranza tra i vecchi, ma se si entra in una casa di riposo, appaiono solo numericamente, quantitativamente, mai come soggetti con identità e orme di vita. Se si legge un protocollo assistenziale difficilmente, sia che si parli di igiene, di farmaci, di specialistica convenzionata, appare la distinzione di genere.
Anche se si va in un Centro sociale, per identificare un possibile luogo per il tempo libero, non si coglie la presenza, che pure c’è, anche se non in proporzione.
Le donne vecchie sono invisibili. Ora si comincia a parlare di loro perché sono caregiver o perché si ammalano di più, sabotando “l’efficientismo” sanitario così spesso auspicato.
Per valutazioni personali ho promosso alcuni approfondimenti su PLV: i farmaci e la loro non appropriatezza sulle donne, l’attenzione crescente in questi anni all’identità dei caregiver, l’apparire periodicamente della notizia “curiosa” sulle donne vecchie che aspirano ad abitare in una cohousing, la “nonnina” perché la donna vecchia deve per forza essere in una relazione famigliare, con performance sportive o fisiche, le notizie di costume provenienti dall’estero, sul successo nel mondo della Red Hat Society nata nel Regno Unito.
Poi scorro le notizie di cronaca: le truffe, le violenze, i cadaveri di donne sole trovati dopo giorni o settimane.
Essere una donna vecchia significa solo essere attrice in negativo (come per i farmaci e la ricerca), essere fenomeno di costume, essere vissuta in funzione dei nipoti, essere la vittima predestinata dei malvagi esterni.
La sequenza che ha fatto estrapolare alcuni( solo alcuni!) aspetti della condizione della donna vecchia è qualcosa tra il caso, la fortuna ma anche, nel bene e nel male, il numero circoscritto di persone che si sono occupate di questo aspetto non irrilevante della nostra società.
Primo ad apparire è stato un libro “ Anche da vecchie..” ( ne parlo in altra parte), pubblicato nel 2010. Nella prefazione e nelle informazioni editoriali si fa riferimento alla curatrice della collana, Marina Piazza, sociologa e ricercatrice sulla condizione femminile, già presente su PLV sia con un libro “L’età in piu” sia come partecipante ad un incontro per parlare di cohousing. Marina Piazza ha pubblicato un libro recente “Incontrare la vecchiaia. Guadagni e perdite”, che racconta su questi spazi
Dai giornali e dai Centri di ricerca, appaionoqueste notizie: farmaci inappropriati per gli anziani e in particolare per le donne vecchie, per queste anche la cura per i tumori al seno risulta meno adeguata rispetto alle altre classi d’età, anche se sono quelle che più accedono ai servizi sanitari territoriali, assistenziali e residenziali. Un buco nero nel binomio donna vecchia/ salute.
Poi il filo rosso o meglio le scarpe rosse del femminicidio, forma estrema di tante violenze e maltrattamenti quotidiani sulle donne, senza distinzione d’età.
La chiave di sintesi in questo paesaggio è una: multidiscriminazione.
Tante discriminazioni, condizioni non indagate, omissioni in un senso unico, non appropriatezza negli interventi, diseguaglianze sociali (reddito, istruzione, isolamento), non sono una sommatoria di elementi irrisolti. Sono un coacervo di situazioni che si moltiplicano e si aggravano reciprocamente, nel concentrarsi su una sola persona, senza che l’ipotesi di un aumento di bisogni e fragilità sia preso in considerazione.
Quale scheda di rilevazione sociale e sanitario di uno stato di necessità prevede l’effetto moltiplicatore della compresenza di tutte queste condizioni? Quale servizio sociale, assistenziale o sanitario affronta il bisogno di una persona considerando l’effetto esplosivo di questa compresenza?
Se la multidiscriminazione assume effetti preoccupanti nell’area della salute e del benessere individuale non meno confortante risulta il contesto sociale. È difficile trovare progetti che incoraggino la partecipazione delle donne anziane alla vita sociale, culturale e politica, che rompino le barriere dell’isolamento e della porta chiusa di casa, che aiutino a superare gli ostacoli che ancora limitano una piena autonomia.
Due esempi: prevenire isolamento e solitudine e/o sostenere l’autonomia.
L’uomo anziano ha trascorso la sua vita da adulto fuori casa, ha coltivato i suoi hobby. Questa sarà la base per ricostruire legami.
La donna o lavorava in casa o se aveva un’occupazione non aveva il tempo per coltivare interessi.
Dove si trova l’aggancio? Quale il tramite con l’esterno? Forse offrirle dentro e fuori un prolungamento ad esempio con le nuove tecnologie.
Se è una donna ad aver bisogno di un aiuto per un progetto di autonomia al domicilio quanto si valorizza il suo essere donna, l’aver sempre gestito la sua casa per lei e per i famigliari, avere un attaccamento ad essa come ad un “grembo materno”?
L’uomo vecchio se resta solo, anche in apparenza autonomo nella vita quotidiana manca, salvo sia sempre stato singolo, delle competenze di gestione di una casa. Si cerca allora una sistemazione presso parenti o servizi residenziali.
Una donna ha queste conoscenze, questo interesse a continuare ad esercitarle, va solo sostenuta ed aiutata ad eliminare le barriere pratiche, perché per lei l’ingresso in casa di riposo sarà sempre devastante. Non a caso le esperienze di cohousing volontarie sono solo di donne, raramente miste.