elvioraffaello martiniElvio Raffaello Martini- psicologo di comunità e formatore
Partiamo dalle sue riflessioni pubblicate su questi spazi, su cosa si deve intendere per comunità, i diversi significati che il termine assume per ognuno di noi. Però, afferma in quella situazione, oggi le comunità sono da costruire perché non ci sono storie comuni, percorsi condivisi, ma la loro nascita dovrebbe essere un compito diffuso, anche degli anziani. Come riassumerebbe i connotati generali della comunità da costruire e cosa possono fare gli anziani?

In particolare mi riferisco alle persone che si trovano a condividere uno spazio, un luogo: le persone che abitano in uno stesso caseggiato; ma anche quelle che si trovano nello stesso ambiente di lavoro. La condivisione dello spazio obbliga alla prossimità fisica, ma non procura necessariamente vicinanza affettiva. Anzi, a volte succede proprio il contrario.

La sfida oggi è riuscire a far diventare comunità degli aggregati umani che non sono costruiti sull’affinità, che non nascono da una scelta intenzionale e che sono formati da persone anche molto diverse fra loro. Persone che vivono sotto lo stesso tetto, ma che pensano di non avere niente da condividere. Anzi, ritengono che la prossimità e la condivisione siano solo fonte di problemi e di stress. E si comportano di conseguenza.E’ facile, si fa per dire, sentirsi comunità quando ci si sceglie, quando si condivide un obiettivo, una fede, religiosa o calcistica che sia, quando ci si pensa uguali o, almeno, simili fra noi e diversi dagli altri. Quando abbiamo una storia comune cui fare riferimento. Quando siamo colpiti da un evento avverso, come il terremoto. Ma quando siamo insieme e tutto questo non c’è, su cosa possiamo basarci per sviluppare il senso di comunità?
Posto che sviluppare il sentimento di comunità abbia senso e sia utile, chi se ne deve assumere la responsabilità? Come si può fare?
Promuovere la comunità è cosa diversa rispetto a fornire un servizio destinato alla stessa o costruire un edificio. La comunità la fanno le persone in relazione fra loro. Compito delle istituzioni e dei servizi è creare le condizioni, fornire il supporto all’impegno consapevole e responsabile delle persone affinché queste possano coltivare la comunità. Ma in primo luogo istituzioni e servizi dovrebbero evitare di danneggiarle.
Qui sta la sfida: aiutare persone presenti in uno stesso luogo, spesso molto diverse fra loro, per storie, prospettive, valori, desideri, bisogni, a stare insieme e dare un senso alla fatica necessaria per stare in relazione, per discutere insieme, decidere insieme, fare cose insieme.
Un’idea di quanto lavoro ci sia da fare ce la da quello che avviene spesso nelle riunioni condominiali. Sarebbero momenti importanti per la comunità. Ma troppo spesso sono occasioni di confusione e scontro, se non di vere e proprie risse.
In tutti i contesti ci sono o possono esserci persone attente alla qualità della vita condominiale, alla convivenza. Persone che avrebbero voglia e che potrebbero fare qualcosa. Ma fare il primo passo non è facile e, spesso, anche chi è motivato, ci rinuncia. Oppure anche quando qualcuno ci prova, non sempre incontra la disponibilità degli altri a organizzarsi per fare qualcosa.Di qui l’idea del progetto BuonAbitare di proporre l’attivazione di “circoli di buonabitare” a livello di condominio/caseggiato.” I circoli dovrebbero aggregare persone che abitano nello stesso condominio e che hanno voglia e tempo per fare qualcosa insieme per affrontare problemi, per promuovere il mutuo aiuto e la cooperazione fra i residenti.
Fra queste persone ci sono certamente gli anziani. In molti comitati inquilini, ad esempio, ci sono rimasti quasi solo loro. Gli anziani hanno tempo e competenze che potrebbero mettere a disposizione se ci fossero le condizioni che lo rendono possibile. Un impegno che, oltre a servire alla comunità, farebbe bene agli anziani stessi.
Un impegno necessario per promuovere comunità responsabili, solidali, aperte, accoglienti e non chiuse in modo egoistico e difensivo. Anche questa una bella sfida. Ma necessaria.
Gli anziani hanno vivo il ricordo della comunità. La rimpiangono e la usano come termine di confronto per mettere in evidenza ciò che manca oggi, da loro punto di vista. Stare in gioco è la prima forma di contributo che gli anziani possono dare. Incontrare le altre generazioni, su un terreno di parità. Senza avere la pretesa di sapere, di avere la risposta alle sfide dell’oggi, ma anche senza rinunciare al proprio punto di vista. Una comunità nella quale le diverse generazioni possono interagire e nutrirsi reciprocamente. Una comunità che sa gestire i propri confini in modo flessibile e intelligente, con un equilibrio sano fra apertura e chiusura.

La dimensione comunitaria lei la ritrova già negli spazi di un caseggiato, di un condominio.
Non è una visione un po’ angusta? O forse è la dimensione necessaria per partire?
La comunità del caseggiato è quella più prossima alle persone. Se le persone non si sentono comunità nel proprio caseggiato, come possano sentirsi comunità nel quartiere? Poi non è una questione di dimensioni, ma una questione di vissuto. La possibilità di sentirsi insieme con altri, nel bene e nel male. Di sentirne il piacere e la fatica al tempo stesso. L’idea non è quella di promuovere comunità condominiali autoreferenziali, chiuse in se stesso all’interno di muri di cinta sorvegliati da decine di telecamere. Ma di partire da qui perché è un luogo in cui possono essere radicate le relazioni. Dove è facile capire che oltre al mio e il tuo c’è il nostro. Ciò che abbiamo in comune e che dobbiamo condividere.

Questa dimensione che per semplificare chiameremo “comunità abitativa” a quali finalità può rispondere e con quali risultati? Come si può collegare al territorio circostante, agli altri? Ma soprattutto come farla nascere tra “sconosciuti”?
Due problemi di non facile soluzione: far nascere e crescere comunità che non siano fasulle ed evitare che le stesse si chiudano in modo difensivo, ma che si aprano al territorio circostante.
È diffusa l’idea che per fare comunità basti fare una festa ogni tanto. Se deve essere un sentimento profondo, la comunità è il risultato anche di una fatica. Una fatica che siamo tutti sempre meno disposti a fare, ma che è inevitabile. Incontrarsi, dialogare, discutere, decidere insieme e fare insieme. Queste sono le azioni necessarie per far nascere e crescere comunità.
La mia convinzione che, fatte le dovute eccezioni, le persone non siano in grado di fare tutto ciò da sole. Serve un supporto e un accompagnamento non episodico, coerente e una prospettiva di lungo periodo. Da non confondere con eventi che mettono insieme i residenti, ma che sono più interessati alla visibilità che alla reale promozione della comunità. Insomma c’è un paziente lavoro da fare. Un lavoro che, se si osserva l’attuale organizzazione dei servizi e delle professioni, non è chiaro chi dovrebbe farlo. Io ho proposto recentemente l’impiego anche di psicologi di comunità in questo campo.


In questa sua idea della comunità che parte dal “buon abitare” come ha chiamato questo sua proposta, come si collocano gli anziani, spessi soli o con la badante, lei stessa molte volte “extracomunitaria” nel senso più lato del termine (perché moldava o ucraina o sudamericana)?
Nella comunità, almeno teoricamente, nessuno è solo. Quindi non ci sarebbero anziani soli, se ci fosse per davvero una comunità. Ma il fatto è che usiamo la parola “comunità” per descrivere aggregati umani che comunità non lo sono proprio. Le persone abitano sotto lo stesso tetto. Punto. I problemi vengono privatizzati. L’anziano non autosufficiente e solo non è un problema della comunità. E’ un problema suo, dei suoi familiari, se li ha o, al massimo, dei servizi. È ovvio che alcuni anziani hanno problemi che non possono essere affidati alle reti di vicinato e che richiedono un intervento dei servizi e di operatori qualificati. Ma ci sono anche molti problemi che la rete potrebbe gestire o alla cui gestione potrebbe collaborare.
La presenza della badante può portare a un ulteriore isolamento sociale dell’anziano, totalmente affidato alle sue cure. La presenza della badante permette a tutti di stare più tranquilli, perché l’anziano non sarebbe solo ed è accudito. Per alleviare la solitudine degli anziani o per evitare che l’anziano sia solo insieme alla badante, si fanno progetti tipo il condominio solidale. Un tentativo di promuovere solidarietà all’interno del condominio, di cui possono beneficiare anche gli anziani.
Una riflessione particolare meriterebbe la situazione delle badanti come abitanti nel condominio.
Le badanti sembra che non esistono come persone. A volte sono anche più di una, ma nel calcolo dei residenti non sono considerate. Ci sono, ma è come se non ci fossero. Importanti sono i servizi che forniscono. Ci sarebbe un gran lavoro da fare anche per includere queste persone nella comunità e occuparsi della loro qualità della vita.

Nel corso di questi anni di professione all’interno delle comunità e con le comunità, quali sono i cambiamenti positivi e negativi che più l’hanno coinvolto e stupito, nel bene e nel male?
E’ impossibile generalizzare. Gli ambienti sono molto diversi perfino all’interno della stessa città. Poi ci sono le differenze fra le città e le regioni. In ogni caso in termini generali, si è consapevoli che bisogna ritornare a investire nella dimensione locale, nei luoghi e nelle relazioni per ricostruire nella dimensione micro e nel quotidiano un’esperienza condivisa che sia in grado di sostenere un “noi”, capace di includere le differenze.
Se penso alla dimensione del caseggiato o del cortile mi vengono in mente alcuni aspetti.” Prima di tutto la difficoltà e la fatica che comporta la prossimità fisica nei luoghi dell’abitare e le strategie difensive messe in atto per non soccombere. In primo luogo la chiusura nello spazio privato della propria casa per evitare il contatto con gli altri, il possibile conflitto e anche la frustrazione per non riuscire a cambiare la situazione. Direi quindi il venir meno di una comunità, nel senso pieno del termine. La generale mancanza di strumenti/competenze per affrontare con sufficiente serenità le sfide della convivenza e la fantasia di poter affidare al controllo, esercitato con le telecamere, con le FFOO il compito di garantire una sana e soddisfacente convivenza. Ma anche la difficoltà generalizzata a trovare nell’organizzazione della vita personale un tempo da dedicare alla cura delle relazioni e del bene comune.
In un panorama piuttosto cupo e preoccupante non mancano però esperienze di segno diverso. Iniziative che nascono dal basso in forma autonoma o promosse da cooperative di abitanti, che propongono e praticano l’abitare collaborativo. I GAS, i gruppi di mutuo aiuto, le associazioni di vicinato, ecc. Insomma un proliferare in modo del tutto casuale e spontaneo di iniziative che con diverse fortune cercano di promuovere comunità.