mario paoliniMario Paolini, pedagogista, formatore, musicoterapeuta e docente

Il tema della violenza è, forse anche per una maggior attenzione dei famigliari e dei media, quasi ogni giorno sulle prime pagine dei giornali. Sono bambini e disabili, vecchi e malati mentali. Si tratta sempre di luoghi chiusi, per alcune ore come gli asili nido, o per tempi indeterminati come le case di riposo.C’è un minimo comun denominatore oppure è solo violenza generalizzata sui soggetti fragili?
Mi costa un po’ di fatica parlare di queste cose, bisogna stare attenti a non buttare via tutto ciò che di buono si è fatto e si fa ogni giorno in tanti luoghi, ma allo stesso tempo si deve prevenire e impedire qualsiasi tipo di abuso e di violenza su persone che qualcuno af-fida ad altri perché si fida: tradire questa fiducia è inconsentibile.

Per parlarne credo serva avere anche una buona conoscenza di come funzionano le cose, senza approcci generici e giudicanti, ma anche con quella voglia di comprendere che deve esserci in chi abbia veramente a cuore che questi servizi funzionino e funzionino bene.

Da diversi anni mi occupo della vicenda dello sterminio dei disabili e dei malati di mente durante il nazismo e una delle cose che sempre mi ha sempre colpito è l’impossibilità di separare con nettezza i buoni dai cattivi, o forse la scomoda percezione che il lato oscuro abita anche in me.
Gli ambienti chiusi sono certamente una concausa, l’idea di chiuso fa pensare alla mancanza di aria, ma l’aria è lo spazio della relazione, se manca l’aria è un segnale che manca il gruppo, l’agire insieme.
La solitudine è probabilmente un denominatore comune e va attivamente contrastata. Poi aggiungo il logorio; lo stress è una piccola goccia sempre sullo stesso posto, piccola, ma nel tempo invalida chi è lì e non può spostarsi. Ma anche andando avanti a elencare possibili concause per spiegare il comportamento di uno dobbiamo guardarci intorno e riflettere su quanto la violenza generalizzata sia un comportamento consentito, giustificato e a volte invocato. Chi non ha le competenze e le attitudini per fare un lavoro in relazione di aiuto non deve essere abilitato ma parallelamente continuiamo a costruire una cultura della pace, della nonviolenza e del civismo verso tutti, persone fragili incluse, e questo riguarda tutti, ogni giorno e in ogni luogo, perché se manca un ambiente inclusivo, se manca l’educazione, non posso pretendere che i luoghi della cura siano abitati dai buoni e i cattivi stiano da qualche altra parte, troppo facile.

Ogni volta che succede, il fenomeno che emerge è la complicità o anche solo la tolleranza di chi sapeva e vedeva, ma non è mai intervenuto. Poi scoperti i maltrattamenti, tutti si affrettano a scaricare le colpe su qualche figura professionale, sullo stress lavorativo, con comunicati a volte deliranti. Perché questa omertà e questa deresponsabilizzazione?
Non userei la parola “tolleranza” quando qualcuno vede e tace, si è complici punto e basta. Tolleranza è una parola bella e ci deve essere sempre, altrimenti nessun movimento sarebbe possibile tra le parti.
Io credo che ci debba essere un lavoro quotidiano per costruire e manu-tenere un clima di rispetto e di condivisione, un clima che si costruisce attivamente giorno per giorno partendo dalla condivisione delle cose belle. Bisogna mettere l’olio alle giunture degli snodi della rete, dare antiruggine alle parti esposte alle intemperie. Se vedo che un mio collega fa una cosa bella devo dirglielo: così costruisco quel clima dentro cui è più facile, più normale segnalare anche quando qualcosa non va.
Il limite oltre il quale si commette una violenza a volte diventa poco evidente visto da chi è coinvolto, bisogna presidiare questo limite e avere delle spie che si accendono molto prima che la situazione diventi effettivamente problematica. Ho scritto che “devo essere solidale” con il collega che commette una violenza per provare a capire. Essere solidale non significa arretrare neppure di un millimetro rispetto all’etica e alla deontologia, ma significa cercare di capire come cose simili possono accadere e lavorare per prevenire.
Ho imparato, me lo diceva Andrea Canevaro anni fa, che a volte l’operatore che commette un abuso è l’elemento più fragile e anziché analizzare tutto l’insieme è più facile e comodo fermarsi a quel responsabile.
Trovo ributtante che a volte i primi a scagliarsi sono quelli che hanno legittimato le gare al massimo ribasso, che danno appalti a organizzazioni che sfruttano la gente. Dovrebbero essere chiamati anche loro a rispondere e tutti dovremmo riflettere su cosa e in quali modi si possono fare delle economie nella spesa sociosanitaria senza abbassare la qualità.

A chi si deve parlare? Agli operatori, ai famigliari, alle istituzioni? A tutti gli attori? Da dove cominciare?
Si deve ricominciare a parlare, a parlarsi. Non importa con chi, il fatto è che non si parla punto e basta, manca il confronto. Anche rispetto a questi episodi, io credo che il bisogno prevalente non sia tanto di comprendere e di rimboccarsi le maniche per trovare una soluzione, quanto che ci sia qualcun-altro che risolva il problema, in modo da poter ritornare indisturbati alla propria solitudine, così ben rappresentata da una pubblicità recente di un gestore telefonico che promette “la libertà di non dover scegliere”.
Penso si debba ripartire da qui, io non voglio parlare degli abusi per il gusto di farlo ma per prevenire. Lo sforzo di farsi capire deve partire però dagli operatori stessi, siamo noi, questo mondo, che ha bisogno che la gente conosca, capisca, difenda la cultura dell’inclusione, e, per fare ciò, è necessario aprire le porte, coinvolgere il territorio, chiedersi che cosa i servizi alle persone deboli possono offrire al territorio, cosa le storie personali di persone fragili possono raccontare a chi, per sorte o per scelta, non ne vuole sentir parlare.
Il quadro normativo più avanzato lo richiede, le conoscenze scientifiche avvallano questo approccio, il contesto lo esige: bisogna provarci, con la consapevolezza che la cultura inclusiva è cultura di minoranza, ma non per questo rinunciataria. Bisogna aumentare spazi di incontro perché c’è il rischio che da una parte i famigliari restino con le loro paure e dall’altra gli insegnanti, gli operatori, si sentano ingiustamente svalorizzati, e poi niente cambia.

Le motivazioni e le riflessioni che lei porta trovano una risposta ad esempio nella installazione di videocamere in tutti questi luoghi? Oggi sembra essere una voce unanime. Risolve il problema o acuisce il concetto di “istituzionalizzazione?
Ho letto che sta aumentando il brusio di chi invoca la presenza di telecamere negli asili come nelle case di riposo, passando per altri luoghi. Mi fa venire in mente l’ansia di certi genitori che non sopportano l’idea di non sapere cosa stanno facendo i figli e se potessero, gli piazzerebbero una telecamerina in testa, un grande fratello generalizzato, tristissimo. E non parlo neppure di diritto alla riservatezza perché vien da sé, ho conosciuto luoghi dove i bagni non avevano la porta perché così un infermiere poteva controllarne tre o quattro alla volta, oggi vorremmo mettere un signore che guarda tutto il giorno queste scene? E sotto quale voce di bilancio lo paghiamo?
Il film di Costanza Quattriglio “87 ore” che racconta la terribile vicenda di Francesco Mastrogiovanni, legato al letto dopo un TSO e morto nello stesso letto senza mai essere stato slegato dopo appunto 87 ore, quel film, dicevo, è stato realizzato con le immagini delle telecamere di servizio: non telecamere nascoste dei carabinieri, quelle interne e tutti sapevano che c’erano e che riprendevano. Eppure? Mastrogiovanni muore lentamente, nell’indifferenza di chi era lì ed era convinto di star facendo le cose nel modo giusto. La sentenza di primo grado ha assolto gli infermieri con la motivazione che essi stavano eseguendo le indicazioni dei medici.
Ho detto prima che non si deve essere giudicanti e non voglio contraddirmi poche righe dopo, ma mi è venuto in mente il libro di Annah Arendt, “La banalità del male”. La sentenza è stata impugnata. Quel film dovrebbe essere visto da molti, dovrebbe essere spunto per parlare, parlarsi, sentirsi coinvolti.

L’ultima domanda ha sempre risvolti più personali. Lei svolge l’attività di formatore da diversi anni. Ha scritto libri sull’argomento. Come si sente ogni qualvolta, e ora con frequenza insolita, emergono questi episodi di violenza? Cosa direbbe ai suoi colleghi?
Ho la fortuna di avere scelto il lavoro che faccio e sono un privilegiato in questo. Parto dal presupposto che ciascuno all’inizio fa del proprio meglio e ci prova. Lavorare in relazione di aiuto non è mestiere per tutti, come qualsiasi mestiere; il logorio c’è ed è importante avere cura di sé e cura delle relazioni. Un sistema che non curi il proprio capitale (umano) è destinato a fallire; ma quel che si produce è demanio pubblico, bene comune, qualcosa che è di tutti e per tutti; se fallisce, fallisce un intero approccio che da quarant’anni stiamo invece realizzando e migliorando. Ciascuno ha la responsabilità di sé e di come il proprio agire contribuisce a costruire un ambiente inclusivo oppure riafferma il ritorno all’istituto e alla separazione; è una responsabilità bella, adulta, ricca di senso, che non deve essere spiegata, si fa e si fa insieme ad altri, non da soli.
Ho scritto un libro l’anno scorso attorno al tema dell’incontro e delle relazioni interpersonali nell’educazione e nella cura, ho cercato di parlare alle persone che vivono e lavorano in questi ambienti. Finivo con una canzone di Pierangelo Bertoli e con queste parole: “Ci sono persone che si rimboccano le maniche a salvare il territorio quando va sott’acqua e non si sognano di lasciare il proprio nome perché son lì per fare e non per apparire. A questa gente dedico con affetto ciò che ho scritto, con l’augurio di esser capace di farne sempre parte, perché alle volte per recuperare la voglia basta guardarsi intorno e ri-provare l’incontro: a muso duro e col sorriso”.

Se vuoi acquistare direttamente clicca sulle copertine

Paolini Disabilita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolini Grusol2016