laura lionettiLaura Lionetti - Socia fondatrice Ottima Senior-progettazione e Formazione

elena bartolomiol

 

 

 

 

 

Elena Bortolomiol- Referente italiana metodo Gentlecare 

enzo angiolini

 

 

 

 

 Enzo Angiolini- architetto, coordinatore Laboratorio Angiolini, specializzato nella progettazione di strutture per l'anziano fragile

 

 Ad una platea di familiari, cittadini digiuni di nozioni mediche e senza malattie specifiche, operatori alla prima lezione di formazione come spiegare chi è Moyra Jones, che cosa è il metodo Gentlecare, come nasce e a chi si rivolge?

Il metodo Gentlecare è un approccio di cura per le persone anziane, semplice da capire sia per i famigliari che per i professionisti della cura. Non si traduce in “curare Gentilmente”, è qualcosa di molto di più, ecco perché non va mai tradotto. Moyra Jones, la creatrice del Modello, lo iniziò a pensare quando suo padre si ammalò di demenza e vedeva che nessuna cura risolveva questa atroce malattia.
Ecco quindi che capì come l’ambiente dove il padre aveva vissuto, le cose che lui amava fare e le persone che lui ricordava, fossero gli elementi fondamentali per farlo vivere in una condizione di benessere e non di malessere. Il “Triage”, cosi lo ha definito negli ultimi anni, la triade dei tre elementi, è composta dalle persone che lo circondano, dalle attività che adorava fare e dall’ambiente famigliare non estraneo dove l’obiettivo è vivere e non sopravvivere.
Il benessere è uno fra gli obiettivi che si prefigge e l’unione dei tre elementi forma il sistema protesico. Questa metodologia ci aiuta a costruire "Cosa c’è ancora da fare"per queste persone ammalate e si rivolge a tutti, caregiver professionali e non, che si scontrano con la dura realtà della demenza, nella quale è sempre difficile portare un po’ di serenità. E’ una cura non farmacologica, è uno sguardo verso l’ambiente di vita, verso i bisogni primari e relazionali della persona ammalata e della sua famiglia. La cura, secondo M. Jones, deve essere centrata sulla persona non sulla malattia. L’osservazione, per esempio, ci permette di analizzare dinamiche, abitudini relative alla storia della persona, che viene inserita in una nuova rete sociale con la quale deve iniziare ad entrare in relazione. Ogni attività deve avere una risonanza e un interesse per la persona, che lo faccia sentire a proprio agio e che permetta ancora il controllo di sé durante la routine giornaliera, sempre più difficile da affrontare.

Equipe


Gli approcci alla cura dell’Alzheimer possono essere diversi. Si può parlare di modelli differenziati. Quasi tutti concordano che tutti i tentativi farmacologici ed anche lo stato della ricerca, al momento, offre scarso ottimismo. Quali i punti di forza del Gentlecare e quali, al momento, gli aspetti da approfondire ulteriormente?

I punti di forza del Gentlecare sono a oggi sicuramente legati alla corretta costruzione della protesi di cura e per ricercare una vita quotidiana serena ed efficace è fondamentale vivere in una condizione di distress, non di stress causata a volte da una protesi eccessiva o carente. Facciamo quindi un elenco fra quelli che sono dei punti di forza del modello: garantire il risveglio naturale; impostare la giornata tipo attraverso una flessibilità dei programmi di cura; porre l’anziano al centro nel lavoro di cura e nel sistema organizzativo; modificare l’ambiente collettivo e individuale ricreando degli spazi come in una casa non come in un ospedale, incrementare la spontaneità nella socializzazione e nella comunicazione, conoscere la storia clinica e biografica, studiare una protesi 24 ore su 24 h come per esempio con le attività GUFO, e 7 giorni su 7, e costruire con le famiglie delle alleanze terapeutiche dirette al lavoro di cura.
Gli aspetti invece da approfondire sono sicuramente quelli legate ai risultati ottenuti nella misurazione del benessere organizzativo e ambientale. Conoscere e applicare un nuovo metodo non è semplice e misurare il percorso per raggiungerlo porta ad osservare molti elementi legati alla qualità dei servizi, che spesso tra strutture non sono in relazione tra loro. Una sfida è sicuramente creare dei “Gruppi controllo” fra strutture che usano il Gentlecare per permettere una maggiore coerenza e condivisione degli obiettivi condivisi.

“Protesi” (sostantivo e aggettivo) è il termine che più caratterizza e richiama il Gentlecare. È associato agli operatori, alle attività e all’ambiente, introducendo una innovazione significativa nell’assistenza al malato d’ Alzheimer. Circoscrivendo la nostra spiegazione all’ambiente, come possiamo illustrare uno spazio protesico, in tutte le sue componenti. Dimensioni colori, attrezzature, disposizione e altro ancora?

L’Ambiente è quasi sempre l’aspetto più trascurato nelle strutture dedicate all’anziano fragile. A volte puoi imbatterti in ambienti un po’ più curati rispetto ad altri ma raramente trovi un ambiente realmente adeguato e rispondente alle esigente dell’anziano fragile. Purtroppo l’Assistenza risente ancora molto dell’influenza della Sanità nelle sue regole e nelle sue ambientazioni. Sono regole sbagliate perché ipotizzano che un “ambiente di cura” è adeguato a divenire anche “ambiente per vivere” ma questo è impossibile. La dimostrazione la troviamo nel ricovero temporaneo di anziani in ospedale: vengono sì curati ma ne escono compromessi nello spirito e nella mente.
“L’Ambiente Protesico”, la grande intuizione del Metodo Gentlecare, è in realtà uno dei tre elementi cardine nella risposta “qualitativa” delle nuove forme di assistenza. Per arrivare a delinearlo ci sono voluti molti anni di prove e verifiche perché non è semplice raggiungere i seguenti obiettivi:
• realizzare ambienti gradevoli e ben distinti per funzioni;
• non confondersi in niente con una struttura sanitaria;
• evitare il bianco diffuso e usare colori naturali e leggibili, differenziandoli per farli diventare importanti elementi d’orientamento;
• usare arredi diversi per forme e colori per consentire “la scelta”;
• realizzare nuclei facili da girare e da “capire”.
Questi in sintesi gli elementi fondamentali che, coniugati correttamente, compongono un ambiente protesico rassicurante, facile “da conoscere”, di stimolo per un wandering fatto senza eccessivo stress ed in sicurezza.
Un’altra cosa importantissima da segnalare per tranquillizzare tutti è che qualsiasi struttura può migliorare il “ruolo protesico” dei suoi spazi, vecchia o nuova che sia. Qualsiasi nucleo diurno o residenziale e le stesse abitazioni possono divenire utile ausilio per una demenza più serena.
Come impostare l’ambiente protesico, sia in struttura che a casa, in dieci mosse:


1. l’anziano con demenza soffre molto dell’abbagliamento quindi verificate dove prende luce naturale ogni stanza e ricordate che dalle finestre poste ad est arriva piùCorridoio

luce il mattino, da quelle a sud c’è sempre pericolo di abbaglio quindi la luce naturale va stemperata con tendaggi (mai gialli o arancio), da quelle a ovest dovrò “proteggermi” dalla luce del tramonto che può generare agitazione (tendaggi con colori neutri).
Ottime le finestre rivolte a nord dalle quali penetra luce naturale omogenea nell’arco della giornata;
2. l’anziano ha la vista offuscata quindi la luce artificiale dovrà non abbagliare (meglio indiretta) ed essere non troppo “puntiforme” lungo i percorsi e nei locali di vita. È bene che non crei ombre marcate perché generano la sensazione di buchi o allucinazioni.
Nei bagni è meglio mettere l’accensione automatica al posto dell’interruttore cosi l’anziano avrà più facilità di utilizzare il bagno in maniera autonoma;

3. nella gestione della luce artificiale è bene garantire luce abbastanza intensa in tutti gli ambienti e corridoi che vengono utilizzati perché altrimenti si creano fastidiose limitazioni al libero wandering e pericoli di caduta.
Le nuove luci led consentono sia un’illuminazione più omogenea che bassi costi nei consumi;

4. i mobili ed i colori alle pareti della sala da pranzo dovranno essere diversi da quelli del soggiorno. Nella cucina (o nell’ormai

indispensabile cucina terapeutica in struttura) oltre ad altri colori (meglio anche differenziare il pavimento) dovranno esserci mobili e tavolo con sedie realmente da cucina in modo da stimolare nella mente il recupero del rapporto tra forma e funzione;
5. se i pavimenti sono tendenti a colori scuri gli arredi dovranno essere contrastati e quindi chiari e viceversa. Si può anche ovviare con tovaglie e teli su poltrone e divani;
6. l’anziano fragile non ha bisogno del televisore o di altre immagini in movimento che lo confondono. Il rumore generato da televisione o radio può essere elementi di agitazione perché non fa sentire se ci sono altre persone nella stanza e non fa capire cosa gli viene Soggiorno e zona pranzo attivita ridottadetto;
7. il posto preferito per lo stazionamento principale è bene che sia su una seduta comoda, non bassa, con schienale alto e meglio se un po’ avvolgente in modo da aiutarlo nella posizione eretta del busto. Dovrà essere posta possibilmente vicino alla parete per non agitarlo su possibili “attacchi alle spalle” e orientata verso la porta per controllare l’arrivo di altre persone;


8. il letto dovrà consentirgli di “controllare” la porta d’ingresso della camera e meglio se gli farà vedere anche la porta del bagno. Se illetto ha altezza regolabile andrà preferita quelle che rende il materasso qualche centimetro più alto della seduta di una sedia. Meglio se il letto sarà addossato su due lati ad un angolo della stanza perché darà una sensazione di maggior protezione (la tana);

9. il comodino per un anziano è sempre scomodo perché troppo arretrato. Molto meglio un mobiletto più lungo o una mensola così potrà mantenere alcune autonomie
nella gestione delle sue cose;
10. i colori da far applicare alle pareti andranno dosati solo su alcune pareti, quelle più visibili nel girare la casa.mensola

Quindi un corridoio o un atrio potranno essere beige con una sola parete gialla o arancio. Le camere dovranno avere la “tinta di riferimento” applicata alla parete di fronte al letto e al soffitto. Sinteticamente potrebbero essere il giallo e l’arancio nelle stanze a nord e in atri e corridoi bui, colori naturali pastello verde, salmone o beige in stanze con buon soleggiamento differenziando le stanze un po’ con un colore e un po’ con un altro per favorire l’orientamento.


Se il Gentlecare è un modello avrà i suoi requisiti e criteri di qualità, risultati da raggiungere, sistemi di valutazione. E’ stato adottato in diverse realtà territoriali e in differenti tipologie di servizio. Quali sono le considerazioni sulla sua applicabilità, riproducibilità e sulla possibilità di una valutazione indipendente?

Riteniamo importante sottolineare che Gentlecare è un modello interprofessionale, che permette di raggiungere significativi risultati grazie ad un intervento protesico che coinvolge ambiente persone e programmi che stanno attorno alla persona affetta da demenza.
La complessità è quindi collegata alla necessità di indicare i requisiti di ciascun elemento della protesi, tali da garantire la corretta applicazione del metodo e quindi il risultato.

linea guidaNel 2011 in collaborazione con Bureau Veritas Italia, organismo di certificazione riconosciuto a livello internazionale con specifica competenza in area socio-sanitaria, abbiamo elaborato le Linee guida per l’applicazione.
Il manuale offre indicazioni precise in merito alla gestione dell’ambiente, delle risorse umane, alle modalità operative e alla gestione della documentazione. Il servizio inoltre deve assicurare che, ai pertinenti livelli e sui cinque processi Gentlecare (struttura organizzativa, valutazioni, ambiente, persone e programmi) e sulle funzioni nell’ambito dell'organizzazione, siano stabiliti obiettivi, compresi quelli necessari per soddisfare i requisiti del servizio erogato.
Recentemente, un po’ come provocazione e un po’ per sostenere una corretta diffusione del metodo, abbiamo elaborato una sorta di manifesto che illustra i 15 elementi necessari nell’applicazione di Gentlecare, proprio per sottolineare che “non basta un mobile vecchio nel corridoio del nucleo per fare Gentlecare”, ma sono necessari molteplici elementi presenti contemporaneamente, ad esempio una cucina terapeutica, una routine giornaliera progettata per ciascun cliente e una formazione specifica del personale.
Grazie alla redazione del libro Gentlecare: cronache di assistenza, abbiamo potuto raccogliere l’esperienza di varie realtà che hanno applicato il metodo, in contesti tra loro molto diversi, dal centro diurno al nucleo, dal Piemonte alla Puglia, dando evidenza che Gentlecare è applicabile in situazioni diversificate.
Nel rintracciare gli elementi comuni, abbiamo osservato che risulta trasversale la riduzione dei sintomi depressivi, dei comportamenti di agitazione e degli atteggiamenti di aggressività. In tutti i contesti inoltre i miglioramenti sono visibili già dai primi giorni dell’inserimento del cliente.
Un ulteriore risultato condiviso è lo sviluppo di un marcato senso di comunità tra i Clienti, che si evidenzia attraverso atteggiamenti di collaborazione e sostegno reciproco.

int.piatti

Il passo successivo è l’utilizzo di strumenti di valutazione condivisi, tematica particolarmente complessa nelle realtà italiana dei servizi, viste le diverse indicazioni delle normative regionali, in termini di strumenti di valutazione multidimensionale e di figure professionali previste.
A tale scopo stiamo elaborando un protocollo di valutazione dell’efficacia dell’intervento e dell’applicazione del metodo, comune ai servizi Gentlecare, che prevede una valutazione di diverse aree con strumenti standardizzati.
Il protocollo, in coerenza con quanto indicato da Moyra Jones e in base alle esperienze di applicazione, prevede ad esempio la valutazione della dipendenza nelle attività della vita quotidiana con la scala ADL, la valutazione dell’equilibrio e l’andatura del soggetto con la Scala di Tinetti, la valutazione dell’eventuale presenza di disturbi dell’umore (ansia, depressione) con la Cornell Scale for Depression in Dementia (CDS), la valutazione dell’eventuale eventuale presenza di disturbi comportamentali con la Neuropsychiatric Inventory (NPI), il monitoraggio dello stress dei familiari con Relative Stress Scale (RSS), il monitoraggio dello stress degli operatori con la Scala di Muslach Burnout Inventory (MBI) e la valutazione complessiva della gravità della demenza – stadiazione con la Dementia rating Scale (CDR) estesa.
Alcuni elementi salienti che le équipe Gentlecare osservano e segnalano, inerenti al miglioramenti della qualità di vita dei Clienti, come un utilizzo personale e autonomo degli spazi, l’incremento della socializzazione e lo sviluppo del senso di appartenenza ad un gruppo, rimangono aree difficili da misurare, se non attraverso scale di osservazione predisposte ad hoc e metodi specifici della ricerca etnografica, come l’osservazione partecipante.

E’ in genere una domanda più personalizzata, ma voi siete un gruppo multidisciplinare di professionisti con alle spalle una Cooperativa sociale che opera con il marchio “Ottima Senior” referente per l’Europa del metodo Gentlecare.

Quanto c’è di commerciale in questa operazione e quanto c’è di sfida professionale ed anche imprenditoriale per una Cooperativa?

La Cooperativa Itaca nel 2005 ha dato vita al gruppo Ottima Senior, dopo un percorso di conoscenza e applicazione del metodo Gentlecare.
La Cooperativa fin dall’inizio della propria attività nel 1992 ha gestito anche servizi per anziani, trovandosi ad affrontare situazioni complesse di persone affette da demenza.
La scelta del metodo Gentlecare risale al 1995 grazie alla visita l’Istituto Golgi di Abbiate Grasso (MI), per poi arrivare all’organizzazione di due convegni nazionali con Moyra Jones, a Pordenone nel 2003 e Udine nel 2004.
La gestione dei servizi rendeva evidente la mancanza di una progettazione condivisa e coerente con gli architetti, che ne avevano predisposto gli spazi senza cercare un dialogo con chi avrebbe utilizzato e abitato quei luoghi.
L’importanza di disporre di un metodo, la convinzione del valore e utilità del dialogo interprofessionale e la volontà di trovare le soluzioni pratiche sono state le spinte che hanno dato vita al gruppo Ottima Senior con la dott.ssa Elena Bortolomiol e l’Architetto Enzo Angiolini
A vent’anni di distanza la sfida professionale è chiara e prevede l’applicazione del metodo in tutte le strutture e i servizi dove ci è consentito farlo, lo sviluppo del metodo anche nei servizi territoriali e nelle strutture dove non è applicato, la formazione costante degli operatori, la valutazione degli esiti prodotti con obiettivo il miglioramento dei servizi.
La sfida è anche mantenere alta l’attenzione alla qualità di vita degli anziani, dei care giver e degli operatori stessi, attraverso un modello che richiede dialogo, lavoro di squadra, capacità di aprirsi all’imprevedibilità.
La sfida imprenditoriale si collega a tutto questo e si concretizza nelle opportunità di penetrazione in servizi e territori nuovi, attraverso la proposta del metodo, sia in termini formativi e di certificazione, che di costruzione di nuove strutture con obiettivo la visibilità, la reputazione e l’effettivo incremento di fatturato.

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