rosita deluigiRosita Deluigi – ricercatrice di pedagogia generale e sociale. Università di Macerata

 

Presentiamo il suo libro. Perché e per chi è stato scritto, perché questo titolo “Abitare l’invecchiamento”, perché si parla di pedagogia, materia generalmente associata ad altre classi d’età?

"Abitare l’invecchiamento" nasce dall’esigenza di scrivere un volume che potesse presentare le complesse realtà dell’invecchiamento ai futuri operatori sociali, in particolare agli educatori, a seguito di continue ricerche in questo settore, a partire da una lettura pedagogica.

La sfida ha avuto avvio diversi anni fa quando mi resi conto che su questo argomento, che poi è una concreta realtà di vita, erano presenti molti materiali in ambito sanitario e assistenziale che poco ponevano l’accento sulle questioni educative e formative che riguardano ogni persona lungo tutto l’arco di vita’ Il desiderio di approfondire i processi d’invecchiamento nelle loro diverse sfaccettature mi ha spinto a tracciare un quadro di riferimento che prendesse in esame gli svariati significati del divenire anziani, per i singoli soggetti, per le famiglie e per i contesti di riferimento.
E veniamo al titolo: Abitare l’invecchiamento. Itinerari pedagogici tra cura e progetto. Il verbo non è scelto a caso; il significato dell’abitare ci conduce a pensare a una realtà da vivere e in cui vivere, facendo fronte ai continui cambiamenti, tra limitazioni e possibilità, che caratterizzano la longevità. L’approccio pedagogico si declina tra cura di sé, degli altri, per gli altri e progetti di vita che continuamente devono e possono tendere verso il più alto grado di autonomia e inclusione. A nostro avviso ciò sta a significare saper stare in situazione, sapersi mettere in gioco e sostenere processi di dialogo e di scambio continui tra persone non stereotipate e limitate in fasce d’età. Ecco perché la pedagogia deve superare “le stagioni della vita” e adottare un approccio trasversale al divenire cittadini di luoghi sempre più attenti ai bisogni e alle risorse che ciascuno porta con sé e, potenzialmente, per gli altri. Credo che ricostruire alleanze tra bambini e bambine, uomini e donne che abitano i tempi e gli spazi della complessità attuale sia un modo per tessere legami sociali e avviarsi verso strutture comunitarie aperte e solidali. Questo può accadere anche grazie all’attivazione di processi educativi sostenuti da professionisti in grado di relazionarsi con le diverse generazioni e di attivare reti e legami di senso su cui far crescere comunità e realtà sociali sempre più attive.


Ci sono alcuni fili conduttori nel suo libro: l’apprendimento, la dimensione sociale, le relazioni e la comunità. Partiamo dall’apprendimento, dalla curiosità, dalla voglia di sapere del “lifewild learning” (apprendimento continuo, ovunque e in qualunque modo). Che cosa significa e perché assume tanta importanza in un’idea d’invecchiamento attivo?

In effetti, i fili conduttori del volume sono tanti perché l’intento è stato quello di trovare interconnessioni tra i diversi campi della vita delle persone anziane e i significati che, talvolta, sono attribuiti in modo troppo superficiale sui ruoli sociali attribuiti dall’esterno. Pensando all’apprendimento continuo, ritengo che sia essenziale dare tempi e spazi alla formazione per sé e con gli altri, senza trascurare le competenze già acquisite e valorizzando interessi, passioni, esigenze e progettualità. Il lifewild learning deve partire proprio da questo e la pedagogia può facilitare la nascita e lo sviluppo di occasioni formative in cui le persone anziane continuano ad apprendere per sé e con gli altri – orientandosi verso una crescita continua che non diventa ricchezza solo per se stessi, ma anche momento d’incontro e di scambio con diverse generazioni –, senza trascurare le competenze già acquisite – perché possono essere un punto di partenza e di restituzione, in vista della costruzione di un patrimonio comune sociale e culturale –, valorizzando interessi e passioni – come motivazioni di partenza nel processo di apprendimento, senza escludere l’esplorazione di nuovi campi, mettendosi alla prova e scoprendosi capaci di superarsi –, ascoltando le esigenze – per non ipotizzare percorsi “standard” e per individuare ipotesi di lavoro attente alle identità e alle differenze avendo cura delle necessità espresse – e, infine, in grado di promuovere progettualità – anche in questo caso, per sé e con gli altri, ampliando il proprio raggio di pensiero e di azione in modo condiviso.
Questi processi supportano un invecchiamento attivo attento alle persone anziane, al loro potenziale, garantendo possibilità di scoprirsi e riscoprirsi abili, di investire sulle proprie potenzialità, accettando i limiti e divenendo soggetti protagonisti di scelte volte al ben-essere. Io ritengo che continuare ad avere una speranza progettuale, un’ipotesi di pensiero e di azione da poter condividere con altri, sostenga ogni persona nel suo processo di sviluppo e, in questo campo, ci sono numerosi progetti attuati e in fase di svolgimento che vedono l’invecchiamento attivo non come una condizione di attivismo a tutti i costi ma, piuttosto, come un processo di presenza e partecipazione nel proprio ambiente di vita. Non solo apprendiamo contenuti, ma l’apprendimento avviene nella stessa esperienza formativa e questo ci deve far riflettere su occasioni e chance che possiamo scegliere per continuare ad esistere e a r-esistere come persone, sempre!


La cura è declinata in tanti modi: prendersi cura di sé e curarsi degli altri, curarsi e curare, caregiver e careworker e la forma sommersa dell’assistente familiare, sconosciuta all’estero. Qui ritorna il linguaggio pedagogico che sceglie una certa idea del prendersi cura. Ce lo può spiegare?

Posso chiarire questo approccio utilizzando alcune preposizioni educative dell’aver cura della, nella e per la vecchiaia. In un saggio del 2014 (R. Deluigi, La cura e l’invecchiamento attivo, in M. Contini, M. Fabbri (edt), Il futuro ricordato. Impegno etico e progettualità educativa, (ETS, Pisa 2014, pp. 345-354.) ho scritto alcune riflessioni a tal proposito che voglio sinteticamente condividere.

Curarsi della vecchiaia interpella l’attivazione di interventi sociali, educativi, formativi e politici, orientati pedagogicamente dalla logica del we care, dell’inclusione e del dialogo, attraverso una comunità costituita da uomini e donne pronti a impegnarsi. Creare processi di empowerment, per mezzo della riscoperta delle risorse personali e comunitarie, chiama in causa un approccio animativo locale che si faccia garante di spazi di espressione, di potere e di decisionalità democratica. In tal senso, ci rifacciamo all’approccio di sviluppo comunitario in cui il contesto locale e la cittadinanza attiva costituiscono le trame delle reti di sostegno e i pilastri del capitale sociale che sanno riconoscere e potenziare le risorse presenti. Possiamo, allora, riferirci a un’etica basata sulla cura per l’altro in cui ricollocare un orizzonte comunitario di interesse e cura di sé e dell’altro.
Curarsi nella vecchiaia, alimentando il gusto per la vita, presuppone soggetti capaci di interrogarsi sulla necessità di costruire contesti partecipati, sulla libertà e sulla responsabilità di ogni uomo, costruttore del proprio futuro, come prima detto, fra limite e possibile. Dinamiche che si articolano in un ambiente materiale e immateriale, dove la cura delle interazioni reciproche diventa irrinunciabile. Progettare il proprio sé è un processo che genera cambiamenti e che, nel contempo, necessita di essere esso stesso rigenerato continuamente in una logica di ri-progettazione, attraverso una flessibilità che non è sempre facile da mantenere nel corso degli anni. Le strutture identitarie, infatti, tendono a consolidarsi in una determinata forma che, spesso, è necessario variare per far fronte ai momenti di transizione, quegli eventi-soglia che assumono un significato particolare per il soggetto e che richiedono la capacità di ri-progettarsi; con riferimento agli anziani si pensi al pensionamento, alla perdita di autonomie per motivi di salute o alla vedovanza. Per attraversare l’esistenza e i suoi passaggi difficili abbiamo bisogno del confronto con gli altri per aprire spazi di socializzazione, di affettività e di condivisione: in primo luogo, per contrastare la dimensione della solitudine e dell’isolamento cui molti anziani sono esposti; in secondo luogo, per continuare a percorrere la valorizzazione della sfera emotiva, del desiderio e della prospettiva futura anche attraverso i legami; infine, per creare spazi e tempi, non solo old sharing bensì community sharing, in cui generare interazioni fondate sulla comunanza di interessi e di necessità, personali e collettive. Curarsi per la vecchiaia richiama alla possibilità di un’educazione permanente, di cui abbiamo parlato nella precedente domanda, che sappia articolare ragionamenti multi-prospettici, aprire orizzonti innovativi e promuovere il dialogo intergenerazionale, in funzione della costruzione del sé, fra attraversamenti dell’io, del noi e dell’ambiente, che possono provocare cambiamenti, rischi, devianze, inattualità. In questo senso, la progettazione e l’attuazione di esperienze di apprendimento significative e di schemi mentali flessibili e disponibili al cambiamento diventano elementi primari.
I processi di cura sono complessi e, senza dubbio, non riguardano esclusivamente il singolo soggetto, ma i contesti in cui si è inseriti, dalle famiglie ai territori e, nello specifico del caso italiano, i caregiver /familiari e i careworker/badanti che condividono molti aspetti della cura. Non dobbiamo perdere di vista l’elemento umano e relazionale perché gli anziani non diventino pazienti, clienti, utenti, ma restino persone anziane e si generino maggiori corresponsabilità su un fronte fatto di dignità, benessere e di una buona qualità della vita. Accenniamo solo al fatto che noi ci avvaliamo di una “cura migrante” e che questo genera delle disuguaglianze ancora troppo invisibili e su cui occorre aggiornare riflessioni e strategie; ci riferiamo in particolare alle famiglie transnazionali e alla questione degli “orfani bianchi” che non possono lasciarci inermi, a fronte di una ricerca di coesione familiare sospesa tra la “nostra” realtà e “l’altrove”.


Parliamo di ciò che viene, se non offerto, almeno pensato per l’anziano: servizi residenziali e domiciliari, la città, l’ambiente, l’abitare, le innovazioni tecnologiche, come elementi hardware strutturati e tangibili. Ci sono anche quelli intangibili le relazioni, le comunità accoglienti, il capitale sociale. Lei illustra diverse ipotesi con due considerazioni, che condivido completamente. La prima descrive il funzionamento dei servizi in senso lato, come un continuo stato di emergenza, la seconda, con riferimento nello specifico agli operatori, richiama la necessità di un approccio empowering per potenziare le capacità residue dell’anziano. Come vede in sintesi la progettazione dei servizi e il loro funzionamento?

Questa è davvero una domanda che centra molte delle questioni che, a mio avviso, influenzano e condizionano la qualità della vita delle persone anziane. Posto che l’approccio domiciliare è quello maggiormente perseguito e sostenuto, non possiamo pensare di lasciare sole le famiglie, alle prese con un welfare “fai da te” per cui se i privati hanno le risorse, possono scegliere numerose opzioni “pensate” per gli anziani e, se le risorse economiche non ci sono, la gamma di possibilità si restringe al necessario e sufficiente. Con queste mie parole so di essere un po’ critica ma ritengo che ormai dobbiamo fronteggiare le molteplici sfide di una società fragile e debole scommettendo sulle altre forme di comunità fatte di prossimità, di corresponsabilità, di inclusione e di autonomie. I servizi non possono più essere enti erogatori, così come le persone e le loro famiglie non posso restare utenti a cui somministrare interventi. Dobbiamo immaginare e soprattutto realizzare ipotesi di welfare relazionali in cui attivare processi di progettazione partecipata anche per e con gli anziani. Per dare vita a una reale innovazione sociale dobbiamo co-costruire soluzioni divergenti e sperimentali, dando voce e potere alle esperienze locali dei territori.
Il terzo settore può diventare uno degli attori sociali che fanno parte della rete di riflessione e attuazione di nuovi modelli di intervento in cui il contributo di tutti diventi essenziale, così come l’alleanza tra pubblico e privato. Non possiamo continuare a invocare un approccio assistenzialistico e, d’altra parte, subire meccanismi di delega e di assenza da parte delle istituzioni; questo ci fa ricordare che le strutture sociali si articolano grazie alla presenza dei cittadini, così come grazie alla loro assenza. A mio avviso, è necessario rigenerare i servizi con l’attivazione del noi comunitario e, anche se i processi sono lunghi, vale la pena di scommettere su questo versante per raggiungere risultati concreti, compartecipati e sostenibili nel tempo. Si tratta di progettare con il territorio di riferimento, comprendendo i bisogni e le risorse a disposizione e mettendo a punto linee di intervento efficaci che possano essere valutate dagli stessi beneficiari. Certamente vuol dire esporsi e optare per una maggiore flessibilità; soprattutto, nel caso dell’assistenza domiciliare e familiare, i servizi devono diventare partner delle famiglie e delle badanti, avviando sistemi di azione e di supporto, non per esclusione ma, piuttosto, in modo integrato. Perché ad esempio non iniziare dalla formazione e formalizzazione delle assistenti familiari, invece di lasciare amplio spazio al mercato nero? Perché non pensare a un’alternanza tra servizi residenziali e domiciliarità? Perché non facilitare l’accesso ai servizi di respite? Perché non sperimentare forme di convivenza solidali come il co-housing?


L’ultima domanda ha sempre un carattere più personale. Leggendo il suo libro si avverte una sua esperienza diretta, non so se come interlocutrice o operatrice dei servizi per anziani. Ora la sua collocazione è cambiata, è una ricercatrice. Cosa porta in questo suo nuovo ruolo della passata esperienza e quali obiettivi si pone?

Questo è un aspetto che mi preme sottolineare e mi fa piacere che dalla lettura traspaia il mio bagaglio esperienziale, poiché sono stata educatrice per dieci anni in vari servizi, a stretto contatto con bambini, ragazzi, giovani e famiglie. Quello che sicuramente non si è spenta in me è la passione educativa che ha alimentato le competenze acquisite sul campo e facendo ricerca. Il mio attuale ruolo di ricercatrice mi consente di rintracciare, analizzare, ideare e prendere parte a progetti sociali, educativi e formativi innovativi per tracciare “una filiera di qualità” dell’agire educativo, su cui riflettere e su cui motivare interventi partecipati. L’essere stata in situazione mi consente di attuare una maggiore riflessività e di immaginare e ipotizzare percorsi che non si “scollino” dalla realtà ma che prestino attenzione a tutte le istanze del territorio.
Gli obiettivi che mi pongo mirano a tracciare e attuare nuove piste di coesione sociale che sappiano valorizzare gli itinerari di invecchiamento, ponendo l’accento sulla costruzione di reti sempre più solidali, che sappiano farsi prossime e accoglienti, che possano dialogare con identità e differenze, che vogliano optare per un’etica dell’impegno, che decidano di promuovere progettazioni partecipate, che mettano al centro le persone come attori sociali.
Insomma, spero di poter abitare il mio tempo di ricerca avendone cura e progetto e di mettermi al servizio degli altri e dei processi di longevità, continuando a perseguire un dialogo interdisciplinare e a coltivare esperienze significative e di cambiamento a cui dare voce. Con gli altri, per gli altri.